22 settembre 2017

NBA, cambiano le regole: ecco la “Zaza Rules” e la “Harden Rules”

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Arrivano le nuove indicazioni per gli arbitri riguardo la gestione di due particolari situazioni di gioco che tanto hanno fatto discutere nella scorsa stagione: lo “sgambetto” dei difensori su un giocatore impegnato in un’azione di tiro e l’esasperata ricerca di (tre) tiri liberi 

In NBA si segue da sempre una logica tanto ferrea quanto efficace, che meraviglia per la sua semplicità e apertura mentale nell’approccio: si manifesta un problema, lo si analizza e alla prima occasione utile si cerca (e spesso e volentieri si trova) un modo per porvi rimedio. Questioni di campo, di gioco o amministrative; poco importa. In queste ultime ore i due casi finiti sul tavolo del commissioner Adam Silver e in via di risoluzione riguardano problematiche regolamentari relative a due situazioni di gioco che tanto hanno fatto discutere negli scorsi mesi. La prima è legata a quanto accaduto in gara-1 nella finale di Conference tra Golden State Warriors e San Antonio Spurs: il fallo malizioso commesso da Zaza Pachulia su Kawhi Leonard, che ha messo ko e fuori uso il miglior giocatore dei texani per tutta la serie. Un movimento di closeout su azione di tiro dalla difficile valutazione (non a caso ho usato il termine “malizioso”, perché tornerà anche nella descrizione della sanzione prevista): il centro georgiano infatti si è più volte difeso, sottolineando come rivedendo le immagini sia chiaro che lui non si renda realmente conto di dove finisca il suo piede. Allo stesso tempo però sembra innaturale il fatto che, nonostante la scarsa inerzia accumulata, finisca sotto il tiratore che, ricadendo, si ritrova inevitabilmente a inciampare sull’avversario. In quell’occasione, secondo regolamento, gli arbitri fischiarono un semplice fallo ai danni del centro degli Warriors; da quest’anno invece verrà istituita la già ribattezzata “Zaza Rules”, che permetterà ai direttori di gara in occasioni del genere di andare a rivedere al replay l’azione e, qualora si riscontri malizia (ecco dov’era!) nei movimenti del difensore, punirlo con un flagrant foul. Volendo anche dopo una revisione postuma dell’accaduto, potendo in caso contrario togliere la sanzione qualora si riscontri dalle immagini l’assoluta non volontarietà.

La “Harden Rules”: niente più tiri liberi a ogni fischio

L’altra casistica discussa è quella relativa a quanto fatto soprattutto da James Harden negli ultimi anni: riuscire anche nelle situazioni più disparate a convincere gli arbitri che su di lui sia stato commesso un fallo su azione di tiro, lucrando così decine e decine di tiri liberi anche in situazioni d’emergenza (soprattutto con i piedi oltre l’arco). Un trend cavalcato sempre più dai giocatori NBA e al quale si è deciso di dare un taglio netto a livello regolamentare. Dalla prossima stagione infatti verrà fatta una netta distinzione tra i falli su penetrazione e con palla già ampiamente raccolta per tentare il tiro rispetto a quanto fatto con quelli ottenuti partendo da fermo, con il semplice movimento delle braccia (il cosiddetto “rip move” di cui i vari Harden e Durant spesso abusano). Con le nuove indicazioni date agli arbitri, quel tipo di fallo non porterà più in dote la possibilità di andare in lunetta, ma verrà ritenuto un fallo comune. Inoltre, qualora l’arbitro riscontri l’intenzione da parte del giocatore che attacca di andare a caccia di un contatto, quel movimento verrà ritenuto un fallo in attacco. Delle sanzioni necessarie per limitare dunque l’esplosione di falli “da tre tiri liberi”, diventati una fastidiosa abitudine negli ultimi mesi della scorsa stagione NBA: tolti gli evidenti casi in cui un closeout arriva in ritardo su un giocatore che già ha intrapreso l’azione di tiro, diventerà molto più complesso veder fischiare falli da tre punti. Per fortuna.

Il fallo incriminato di Zaza Pachulia su Kawhi Leonard

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