26 settembre 2017

OKC, Anthony avverte: "Io in panchina? No, grazie"

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Una delle conferenze stampa più attese era quella degli Oklahoma City Thunder, usciti più che rinforzati dalla sessione estiva di mercato, grazie agli innesti di George e Anthony: "Io, Russ e Paul sappiamo bene che ci manca un anello al dito…"

A Oklahoma City lo aspettavano davvero in molti (come dimostrato anche dal caloroso abbracciato ricevuto non appena è sceso dall'aereo), ma a fare notizia non poteva che essere prima di tutto il cappuccio calato sulla testa che Carmelo Anthony non ha smesso di indossare né durante la conferenza stampa, né tantomeno durante buona parte dello shooting fotografico di rito del Media Day, che lo ha immortalato per la prima volta con indosso la maglia numero 7 dei Thunder. Una prima volta speciale dopo i sei anni passati a New York e una scelta legata in maniera diretta con la presenza in squadra di Westbrook: “Io e Russell siamo diventati molto amici negli anni, sempre di più”, racconta Anthony. “E questa è una delle ragioni più importanti che mi hanno portato a scegliere OKC. Ho visto la sua lealtà nei confronti di questa città, verso questa franchigia, oltre a tutto quello che riesce a mettere in mostra sul parquet – volevo fortemente far parte di tutto questo”. Non solo Westbrook però come stimolo per voler diventare un giocatore dei Thunder, visto che al momento a OKC sembrano aver davvero poco da invidiare a tutte le altre corazzate presenti a Ovest: “L’arrivo di Paul George in squadra è stato certamente un altro dei motivi che mi hanno spinto a venire qui; l’amicizia, il rispetto e la stima che ci lega sono stati una spinta decisiva nel raggiungerlo qui per provare a puntare a vincere qualcosa di importante. Paul, Russ e io abbiamo ben chiaro in mente il fatto di non aver mai vinto in carriera un titolo NBA e questo è il nostro obiettivo principale”. Anthony nasconderà dunque anche in parte la testa, ma non di certo le ambizioni di una squadra che è pronta a spiccare il volo (o quantomeno a provarci). A prescindere da come andranno le cose però, il più felice non può che essere proprio Russell Westbrook, finalmente circondato da quel supporting cast a lungo richiesto: "È una sensazione increbile; poter aver al proprio fianco due campioni di questo livello è un privilegio. Sono euforico all'idea di fare una grande cavalcata in questa stagione assieme a loro".

L'addio a New York e il fit in campo con i Thunder

Impossibile però non ritornare a parlare dell'esperienza passata ai Knicks, di quanto complessi siano stati gli anni al Madison Square Garden e di come siano cambiati i rapporti nei confronti di una squadra che resterà per sempre l'occasione persa nella carriera di Anthony: “Vincere, perdere o pareggiare, non cambia. Tu sei lì ogni sera. Sono sempre sceso in campo con i Knicks per provare a portare a casa un successo. Ho continuato a fare il mio lavoro nonostante tutti gli alti e bassi che ci sono stati nei miei anni a New York. È stato un periodo pieno di voci, di caos e di confusione, in cui io ho cercato di trovare un po’ di tempo per pensare a me e capire cosa fare; per tutto questo non credo che i tifosi abbiano qualcosa da ridire nei miei confronti. Loro sono sempre stati molto rispettosi, capiscono molto bene cosa significhi per un atleta giocare a New York. Ci sono però dei momenti nelle carriere sportive delle persone in cui è giusto che le strade si separino, senza far sì che questo lasci dell’astio o dello scontro. Non c’è alcun rimorso o polemica da parte mia nei confronti della franchigia o della dirigenza dei Knicks; adesso ho voglia soltanto di scrollarmi di dosso quel capitolo della mia vita e godermi quello nuovo che sta per arrivare”. Un passato da protagonista indiscusso che, nel bene o nel male, dovrà certamente essere accantonato: "Non sono venuto qui per mettere in ombra Russ e Paul; sono qui per vincere il maggior numero di partite e per farlo siamo tutti e tre disposti a sacrificarci. Sono pronto a mettermi a totale disposizione del gruppo; sarò camaleontico nel mio atteggiamento in campo e fuori, pronto a dare a questa squadra e alla franchigia ciò di cui ha bisogno". Come ad esempio mettere in discussione la sua posizione in quintetto e giocare da quattro, permettendo a OKC di avere una nuova intrigante dimensione offensiva. Tutto, tranne quello di diventare un "panchinaro da lusso": "PG, mi ha chiesto se sarò un giocatore che uscirà dalla panchina...", ha commentato Anthony ridendo all'idea che questo possa accadere. Alcuni paletti il numero 7 inizia già a metterli.

Paul George e il futuro lontano da Oklahoma City

Lo stesso Paul George a questo punti assume i contorni del giocatore che sembra già essere uno dei veterani di una squadra profondamente rinnovata, per la quale non ha ancora disputato un singolo minuto in campo: “Prima di prendere Carmelo ci sentivamo già molto forti, ma con il suo arrivo a OKC la squadra ha fatto un ulteriore passo avanti; un giocatore che può portarci a un altro livello. Sono convinto che lui sia il miglior scorer dell’intera Lega; è un piacere averlo al proprio fianco”. Un’arma in più talmente importante per cui valeva la pena fare i salti mortali: “Abbiamo fatto davvero di tutto io e Russell per convincerlo”, sottolinea George lasciando intendere come la sua intenzione sia quella di condividere con lui il più a lungo possibile il parquet. Non tanto e non solo in questa stagione, ma anche in un futuro in cui l’ex giocatore dei Pacers non esclude che Oklahoma City “possa diventare la sua nuova casa”. Alcuni diranno che sono frasi di circostanza per allontanare l’idea che il suo sia solo un passaggio momentaneo in Oklahoma in vista del ritorno nella sua Los Angeles; altri invece in questo vedono una crepa in un futuro non ancora del tutto scritto. Di certo i risultati raccolti nella prossima stagione potranno fare la differenza sulle scelte che George (con Westbrook e Anthony) faranno la prossima estate. Con un anello al dito sarebbe molto più facile decidere di restare.

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