13 ottobre 2017

NBA, Draymond Green: "Non hanno idea di come batterci, ma vincere ancora sarà dura"

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L'ala degli Warriors non crede a chi incorona troppo facilmente Golden State come la prossima dinastia: "Lo dicono solo perché vogliono vederci cadere”. Poi racconta del miglior consiglio mai ricevuto (da Kobe Bryant) e dice la sua sulla decisione estiva di Kyrie Irving

Le pagine sono quelle patinate di GQ, lui è vestito elegantemente e sorride, ma le parole…  beh, quelle sono il vero marchio di fabbrica di Draymond Green, uno che una dichiarazione controversa non se l’è mai fatta mancare. “Dicono di sapere come poterci battere?”, chiede in maniera retorica. “Ma fatemi il favore. La realtà è che non ne hanno un’idea. Basta vedere come stanno cercando di cambiare le loro strategie di gioco, il loro roster, perché sono i primi a sapere di non avere un’idea di come batterci”. Lo sfogo del miglior difensore NBA 2017 arriva sulla scia delle dichiarazioni del GM di Houston Daryl Morey, che ancora mesi fa aveva lanciato un grido di speranza per i suoi Rockets e per le altre 28 squadre NBA: “Gli Warriors non sono imbattibili, si possono sconfiggere, ci sono state sorprese più grandi nello sport americano. Ci spingono a far sempre meglio, a rischiare sempre di più e noi abbiamo qualche sorpresa in serbo”. La sorpresa era stata la firma di Chris Paul, strappato a Los Angeles, e l’idea di affiancarlo a James Harden in una coppia tanto insolita quanto potenzialmente devastante. Ma Green non ci sta, e come esempio porta quello dei Cleveland Cavs, avversari nelle ultime finali: “Avete visto quello che è successo? Qualcosa di mai visto prima, una squadra che segna 24 triple e viene comunque spazzata via. È pazzesco vedere come vanno in panico alla sola idea di affrontarci. Perché lo sanno, lo sanno loro per primi: contro di noi non hanno una chance” (prima di aggiungere, tanto per gradire: “E comunque mi spiace non averli battuti 4-0 in finale”). 

Le insidie di chiamarsi “dinastia”

L’ala agli ordini di coach Kerr, però, può essere un po’ sbruffone ma non è certo stupido, e sa benissimo che tutto questo parlare attorno alla presunta imbattibilità – da qui al futuro prossimo – dei Golden State Warriors nasconde più di un’insidia: “Ci vogliono dipingere come la prossima grande dinastia. Dicono che vinceremo i prossimi cinque titoli. Ma smettetela, basta: vincere è difficilissimo, vincere tre volte in fila ancora di più [Green sembra ignorare il collasso in finale 2016, da sopra 1-3 a 4-3 per i Cavs, ndr] ma se dicono che vinceremo i prossimi cinque titoli lo fanno solo per un motivo, perché se ti mettono al top poi non puoi far altro che cadere”. Il n°23 degli Warriors non condivide neppure tutto il dibattito attorno al termine superteam: “Non basta mettere tante superstar una affianco all’altra in una squadra, perché facendo così sommi anche gli ego di ciascuno. Da noi funziona perché siamo un gruppo perfetto: ognuno di noi ha il proprio ego, sia chiaro, ma questo non vuol dire voler più tiri quanto essere consapevoli della nostra forza”. 

Un consiglio da Kobe Bryant

Se si parla di estrema fiducia in sé, allora, quasi naturale che la conversazione tiri in ballo un altro nome leggendario, quello di Kobe Bryant. “Quando avevo tutti addosso per via del colpo a LeBron James in finale l’ho chiamato per raccontargli come mi facesse star male il fatto che la gente mi dipingesse in maniera così distante da come sono. Erano stati mesi difficili, la storia del calcio [l’episodio che aveva coinvolto Steven Adams, ndr] non si sgonfiava: dicevano che l’avessi fatto apposta, una cosa che non farei mai”. La reazione di Bryant? Illuminante: “Il 98% delle gente si accontenta di essere mediocre, o anche meno – mi ha detto – e se aspetti che la gente ti capisca, sei spacciato”. È il consiglio migliore che ho mai ricevuto, perché mi ha fatto capire il perché la gente mi fraintende: io sono troppo competitivo, penso non ci sia nessuno che ami la competizione così tanto come la amo io. La gente normale non può capirlo, siamo a livelli diversi”. Un consiglio che Green accomuna in qualche modo a quello ricevuto tanti anni prima da sua madre – la ben conosciuta Mary Babers-Green – che a suo modo sottolineava l’unicità di suo figlio: “Mi ripeteva sempre: ‘Il tuo problema non è battere la persona che sta davanti a te, ma quella che sta dentro te. Sono in tanti a non riuscirci’”. 

Kyrie Irving e Draymond Green: due modi diversi di essere superstar

Un fiume in piena, l’ala degli Warriors dice la sua anche sul concetto di superstar, declinabile in maniera diversa a seconda delle diverse personalità: “La gente oggi mi definisce una superstar, ma io non mi sento tale – dice – perché se si va a vedere l’anno scorso ho chiuso segnando solo 10 punti di media, un risultato modesto se lo si guarda in un certo modo. Ma io lo leggo diversamente: vuol dire sono diventato quello che sono alla mia maniera, e questo è sempre stato il mio obiettivo: fare le cose a modo mio”. Uno che in estate ha scelto anche lui di fare le cose a modo suo è Kyrie Irving, la cui clamorosa decisione di lasciare Cleveland (e LeBron James) per indossare la maglia dei Celtics ha fatto parlare tutto il mondo NBA. “Ci sono due modi per guardare alla sua decisione. Da un lato puoi pensare che si sia dimenticato di come tutto quello che ha fatto finora, tutto quello che ha ottenuto come giocatore, l’ha ottenuto giocando al fianco di quello che viene ritenuto il miglior giocatore del mondo. Dall’altro, però – ed è il motivo per cui rispetto tantissimo Kyrie e la sua decisione– è anche il modo di far sapere che è convinto di poter ottenere gli stessi risultati senza aver LeBron al suo fianco, e questo vuol dire accettare di mettersi addosso tantissima pressione. Per molti arrivare in finale tre anni di fila, e vincere un titolo, è tutto quello che si può chiedere. Per Kyrie no: lui vuole di più e non è facile dire una cosa del genere e poi comportarsi di conseguenza. Lui l’ha fatto, ci vuole coraggio”. Voler essere il numero uno, avere addosso tutti i riflettori, essere l’alpha dog di una squadra: “No, non è la mia storia – taglia corto Green – io sto bene dove sono, mi piace il mio ruolo all’interno di questo gruppo. Il mio obiettivo non è mai stato che gli Warriors diventino la mia squadra: quello è l’obiettivo e il sogno di Kyrie ai Celtics – e lo rispetto per questo – ma non il mio”. Continuare a vincere a Green basta e avanza. 

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