11 febbraio 2018

NBA, dalla Linsanity agli MVP del futuro: il racconto dell’All-Star Game 2012

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Ripercorriamo uno per uno gli ultimi weekend delle stelle, disponibili su Sky On Demand. A Orlando nel 2012 il più votato è il padrone di casa Dwight Howard, ma i premi di MVP delle due gare li vincono due stelle del futuro: Kevin Durant e Kyrie Irving. Il giocatore più ricercato e fotografato di tutti però è Jeremy Lin

Nel 2012 dopo nove anni l’All-Star Game torna a Est e per la seconda volta nella storia NBA sbarca a Orlando, dove a tenere banco è ovviamente Dwight Howard. Il pubblico di casa vota in massa per il centro dei Magic che scala le classifiche e chiude per numero di voti davanti a tutti, lasciandosi alle spalle Kobe Bryant e LeBron James. In una stagione ancora più frenetica a causa del lockout (66 partite al posto di 82, ma giocate in quasi due mesi in meno), la NBA riesce a ritagliare lo stesso un weekend per la parata delle stelle. Sulle panchine siedono per la prima volta Scott Brooks a Ovest (i Thunder sono pronti a puntare alle Finals grazie al trio delle meraviglie Durant-Westbrook-Harden) e Doc Rivers a Est, che negli anni delle finali con i suoi Celtics non era mai riuscito a togliersi quella soddisfazione. In campo con lui Paul Pierce e Rajon Rondo, entrambi riserve ai titolari Derrick Rose (MVP in carica e a pochi mesi dall’infortunio che segna la fine della sua carriera), Carmelo Anthony, Dwight Howard, LeBron James e Dwyane Wade (compagni agli Heat e pronti ad andare a prendersi il primo titolo della lega). Nell’altra metà campo domina Los Angeles: Kobe Bryant e Andrew Bynum dei Lakers fanno compagni a Chris Paul e Blake Griffin, neo coppia dei lanciatissimi Clippers. Con loro l’MVP del match, quel Kevin Durant che in tre quarti segna 36 punti e si prende il premio nonostante James dall’altra parte chiuda con a referto la stessa cifra alla voce punti. A restare nella memoria di molti il testa a testa tra il Re e il Black Mamba in una partita vinta dall’Ovest in volata dopo che LeBron e compagni avevano recuperato uno svantaggio di 31 punti. A sorprendere nel finale sono Durant e Westbrook, due giovani talenti che reciteranno un ruolo da protagonisti fino all’ultima partita della stagione.

All-Star Friday: Kyrie Irving protagonista, Jeremy Lin tira il fiato

Nel 2012 la sfida del venerdì, quella con una selezione di rookie e sophomores (giocatori al primo anno nella lega contro quelli più esperti con una stagione alle spalle), viene vinta dal team Chuck, quello selezionato da Charles Barkley e guidato in campo da uno scatenato Kyrie Irving al primo anno nella lega. L’allora point guard dei Cavaliers chiude con 34 punti, 8/8 dall’arco e il titolo di miglior giocatore del match. Assieme a lui tanti All-Star come Cousins, Wall, Hayward e Leonard, scesi sul parquet assieme ai vari MarShon Brooks e Derrick Williams, promettenti rookie che non hanno poi mantenuto le tante aspettative riposte su di loro. Il team Shaq invece (allenato tra gli altri anche da coach Steve Kerr) resta a lungo nel match grazie ai 20 punti di Klay Thompson e alle giocate di Blake Griffin (meno protagonista rispetto all’anno precedente), Ricky Rubio, Kemba Walker e Jeremy Lin, la novità dell’ultimo momento. Il playmaker dei Knicks, aggiunto all’ultimo momento alla lista dei convocati, resta in campo per soli nove minuti dopo la richiesta del diretto interessato. Lin infatti è reduce da 14 partite in 20 giorni, quelle che lo hanno reso famoso e che gli hanno cambiato la vita. Quelle che hanno fatto scoppiare la Linsanity non solo a New York, ma in tutta la lega. Per lui l’All-Star Game è l’occasione per tirare il fiato, visto che il palcoscenico già se l’è preso. 

All-Star Saturday: il sostituto diventa protagonista, mano calda per Kevin Love

La gara d’abilità la vince Tony Parker davanti a una lunga lista di point guard di primissimo livello (Rondo, Curry, Wall, Westbrook, Irving), dimostrando nonostante l’età che avanza di essere ancora il più rapido dell’intera lega. La gara da tre punti invece rivede come protagonista Kevin Durant, deludente soltanto 12 mesi prima. Stavolta KD raggiunge la finale, pareggia al primo giro, ma deve inchinarsi a Kevin Love nell’ultima sfida per lo spareggio. Poi, il gran finale con le schiacciate. Chase Budinger, giocatore degli Houston Rockets nel 2012, riscrive il titolo di un noto film togliendo il not: “White Man can jump” è lo slogan della sua campagna, con tanto di schiacciata da bendato. Assieme a lui un giovanissimo Paul George, che vola sulla schiena di Roy Hibbert in quella che forse è la schiacciata più bella dell’intera gara. A vincere però è uno che non doveva esserci, Jeremy Evans degli Utah Jazz, reclutato in fretta e furia dopo il forfait obbligato per ragioni fisiche di Iman Shumpert. La giocata che gli vale il successo è a suo modo iconica: una schiacciata con due palloni raccolti in aria saltando sulla testa di Gordon Hayward seduto sotto canestro. Tanto complessa da descrivere, quanto da realizzare volando con facilità oltre i 3.05 metri del ferro. Una schiacciata da protagonista, altro che sostituto.

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