12 aprile 2018

Le notti senza sonno per seguire l’NBA

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Kobe Bryant

C'è chi dorme e chi no: Kobe Bryant è decisamente nella categoria degli insonni (foto Getty)

I playoff sono alle porte, così come le notti insonni di tifosi e appassionati. Il problema del giusto riposo, d’altronde, non è solo nostro ma colpisce anche i protagonisti in campo.

I sintomi potrebbero essere i seguenti: pallore in netto contrasto con gli assolati pomeriggi primaverili; frequenti episodi di narcolessia in luoghi pubblici; aumento del disturbo da deficit d’attenzione; tendenza a borbottare in continuazione parole come “Gara 7” e “serie ormai decisa”. Nell’arco dei prossimi due mesi potreste rilevare questa sintomatologia in famigliari, amici, colleghi o semplici conoscenti, ma non allarmatevi: non si tratta dell’incedere rapido di un raro morbo del sistema nervoso, tantomeno i vostri cari si stanno trasformando in zombie come quelli che infestano la vita di Rick Grimes in The Walking Dead o negli Estranei del Trono di Spade. Niente di tutto ciò. Fortunatamente, la spiegazione è molto più semplice: sono i playoff, bellezza! Ogni anno, con l’avvio della post-season NBA, il fuso orario, già avverso durante i sei mesi di regular season, si accanisce sui ritmi cicardiani di appassionati e addetti ai lavori. E se da una parte le moderne tecnologie permettono una fruizione on demand dilatata nel tempo, dall’altra l’avvento dei social ha reso del tutto impossibile l’opera di isolamento necessaria per mettersi davanti allo schermo in differita senza conoscere già il risultato delle partite. In breve: tra metà aprile e metà giugno non ci sono alternative e la privazione del sonno diventa un destino ineluttabile. La stessa sorte, pur in assenza del problema relativo allo sfasamento temporale, sembra toccare a molti protagonisti della più prestigiosa lega al mondo. E non solo..

Cattivi maestri

In una società iper-dinamica e improntata all’operosità senza sosta come quella americana, rivelare quanto si dorme è da sempre percepito come segno di debolezza e/o pigrizia. L’elenco dei presidenti che hanno ostentato con orgoglio la propria insonnia è lungo e va dal venerando Abramo Lincoln fino a Barack Obama. Al contrario, in tempi più recenti, ad aspiranti alla carica che professavano l’apprezzamento per un riposo consistente e regolare come Hillary Clinton non è andata benissimo. Restringendo il campo al variegato universo NBA, il liet motiv non si discosta molto: Michael Jordan, che all’apice della sua carriera si permetteva di trascorrere le notti precedenti a una gara decisiva senza nemmeno sfiorare il letto, sta a Lincoln come Kobe Bryant, fanatico della teoria del sonno segmentato, sta a Obama. La leggendaria noche loca a Barcellona prima della finale olimpica con la Croazia, passata a bere e giocare a carte e conclusa con un agile diciotto buche a golf, ha cementato la leggenda di super-uomo di MJ, così come le quattro ore di sonno quotidiane di cui Kobe ha pubblicamente dichiarato d’aver bisogno sono diventate presto elemento costitutivo della “Mamba Mentality”.

In questo senso, a recitare la parte di Hillary potrebbe essere Tracy McGrady, che con le mitiche dodici ore al giorno di sonno e il rapido ma intenso sonnellino nell’intervallo tra secondo e terzo quarto si guadagnava l’appellativo di “The Big Sleep”, nomignolo che a ben vedere non ha influito positivamente sull’evolversi della sua carriera. Nell’immaginario collettivo, insomma, Jordan e Bryant hanno sempre rappresentato gli eroi positivi, mentre chi come T-Mac non ha mai nascosto la propria passione per una sana e lunga dormita si è spesso visto rivolgere accuse, nemmeno tanto velate, di lassismo e scarsa spinta competitiva.

La prova provata che dormire all’intervallo porta vantaggi nei finali di partita.

The Stanford Experiment

Nel 2011, lontano dalle chiacchiere, dai clamori e dai preconcetti che circondano l’ambiente sportivo, a Stanford hanno deciso di analizzare da un punto di vista scientifico il rapporto tra sonno e prestazioni atletiche. Cheri Mah, tra i più rinomati specialisti a livello mondiale nel settore, ha portato avanti un esperimento che coinvolgeva la squadra maschile di basket dell’ateneo. Ai giocatori è stato chiesto di aumentare le ore di sonno quotidiano per diverse settimane, con l’obiettivo di arrivare a dieci ore per notte. Gli effetti sul rendimento in campo sono stati sorprendenti: non solo le prestazioni puramente atletiche come i tempi sugli sprint sono aumentati in maniera significativa, ma addirittura le percentuali in partita hanno visto crescere del 9% quelle ai liberi e del 9.2% quelle nel tiro da tre punti. Viceversa, i contraccolpi nefasti della privazione di sonno emersi da test successivi variano dall’aumento del tempo di reazione al calo drastico della lucidità decisionale fino all’allungamento delle tempistiche di recupero dagli infortuni. Il quadro scientifico, in definitiva, si delineava già allora nella sua inconfutabilità. Qualcuno, anche in NBA, nonostante lo scetticismo endemico sull’argomento, prendeva buona nota.

Scienza vs narrazione

Il tema del sonno, non solo in ambito sportivo, concede una rara occasione di indagare il rapporto tra filosofia della narrazione e scienza applicata. È un dibattito acceso, quello che vede Lincoln, Jordan, Hilary e McGrady su un versante e l’esperimento di Stanford sull’altro. Per affrontarlo è necessario disporre della necessaria dose di senso pratico e di eterodossia verso parecchi dei miti fondativi della NBA. I Golden State Warriors, inappuntabili nel loro ruolo di avanguardia laica rispetto al resto della lega, dopo essere venuti a conoscenza delle sue ricerche hanno invitato Cheri Mah a un incontro con la squadra. I ragazzi di Steve Kerr erano nel pieno della stagione che li avrebbe visti riportare il titolo sulla Baia dopo quarant’anni e il calendario delle partite da giocare nelle settimane seguenti era di quelli davvero impegnativi.

In collaborazione con lo staff medico, Mah ha proceduto quindi a stilare un schema di riposo personalizzato per ogni giocatore e gli Warriors hanno deciso in conseguenza di adattare la collocazione oraria degli allenamenti e il programma logistico delle trasferte. Andre Iguodala, da sempre soggetto a disturbi del sonno, ha visto aumentare la propria efficienza a livelli fin lì inesplorati, tanto da guadagnarsi il premio di MVP delle Finals. Andrew Bogut, una carriera tormentata dagli infortuni, ha vissuto una stagione miracolosamente immune da serie problematiche fisiche. Come in molti altri ambiti, Golden State ha piantato la propria bandiera in un terreno fino ad allora viscido e scosceso, senza timore di andare controcorrente, portando avanti le lancette del progresso.

L’ex Arizona, affidatosi ai bracciali per il monitoraggio del sonno, riscuote i dividendi dell’esperimento vincendo il titolo di MVP nel 2015.

Scarto culturale

Come spesso avviene, il cambiamento culturale avvenuto nella lega e nello sport in generale rispetto al valore del sonno, arriva da lontano. Laddove Steph Curry, punta di diamante della modernità che dalla Silicon Valley ha contagiato l’NBA, e LeBron James, simulacro dell’attenzione riservata alla cura del proprio corpo, non fanno mistero di considerare il tempo di riposo fondamentale per raggiungere i loro obiettivi personali e di squadra, Steve Nash - che in tempi non sospetti dichiarava di attribuire buona parte delle sue sorprendenti performance alle nove ore a notte regolarmente spese a letto -, può essere considerato il precursore di questa crociata in favore del giusto ristoro.

Di certo il perfezionamento di nuove tecnologie in grado di monitorare con maggior precisione la condizione fisica degli atleti ha prodotto effetti immediati, tra cui spicca la volontà manifestata dalla NBA di andare incontro alle esigenze dei giocatori da una parte e del mantenimento di uno spettacolo ottimale da proporre al pubblico sempre più ampio dall’altra. Il nuovo calendario voluto da Adam Silver, peraltro noto insonne, con l’inizio anticipato della regular season e il diradarsi forzato dei back-to-back va proprio in questa direzione. La sensazione è che sia ormai maturata l’idea che le esigenze di salute dei protagonisti in campo e quelle di qualità del prodotto offerto agli spettatori non debbano necessariamente cozzare, anzi.

Un po’ più difficile sembra invece la battaglia per estirpare quella cultura machista che la lega, non solo a livello di giocatori, si porta dietro da tempo, soprattutto nell’ormai relativo segreto degli spogliatoi. Per un J.R. Smith che collega le sue migliori percentuali dal campo al transito indotto dalla sfavillante vita notturna di New York a quella decisamente meno glamour di Cleveland, ci sono altrettanti allenatori come Kenny Atkinson e Tom Thibodeau, capofila degli head coach in servizio permanente 24/7, che non esistano a tartassare i propri staff con telefonate agli orari più impensabili. Ma quella degli allenatori stakanovisti a oltranza e dei giocatori rock-star sembra comunque una specie in via d’estinzione. Quella patina d’indistruttibilità che spesso è rimasta appiccicata troppo a lungo ai tanti eroi della palla a spicchi appare destinata ad essere grattata giorno dopo giorno, trasformando i semi-dei in uomini con punti deboli e necessità. Il processo di umanizzazione dei protagonisti che scendono in campo sui parquet della lega passa anche da qui: dall’ammissione di avere bisogno di riposo come tutte le persone normali. Ad eccezione dei tifosi NBA nei prossimi due mesi, ovviamente.

Realtà parallele

Attanagliati dalla maledizione di vivere su quella che, cestisticamente parlando, è la sponda sbagliata dell’oceano, nei prossimi sessanta giorni per i malati di basket non ci saranno staff medici dedicati, agende lavorative modellate sull’esigenza di recuperare dalle nottate in bianco, o spazi programmati per rigeneranti sieste pomeridiane. Impegni professionali o di studio, incombenze pratiche e burocratiche, vita sociale: ecco gli ostacoli pronti a frapporsi tra la necessità di seguire ogni partita, ogni azione, ogni canestro e la banale seccatura chiamata quotidianità.

Chi ci è già passato sa benissimo che non c’è via di fuga, come Nicole Kidman in Invasion, costretta a continue iniezioni per non addormentarsi e venire quindi infettata dal virus alieno che contagia gli esseri umani durante la fase REM. L’unica soluzione è resistere, magari sfruttando questo stratagemma: cercate di anticipare l’orario di sveglia di un’ora e mezza avendo già registrato la partita e vedendovela saltanto le varie interruzioni per timeout, tiri liberi e intervalli, in modo da tagliare i tempi morti, mantenere un ciclo sonno-veglia decente ed evitare le forche caudine degli spoiler su Internet. Ne soffrirete per il resto della giornata, ma l’affronterete coscienti di aver fatto il vostro dovere.

E magari, nel frattempo, potete fare come August Brill, l’insonne critico letterario al centro di L’uomo nel buio, approfittando delle ore rubate al riposo nel resto della giornata per immaginarvi una realtà parallela. Nel capolavoro di Paul Auster il protagonista dà corpo a un’America in piena guerra civile dove gli attentati dell’11 settembre non avvengono, mentre le continue veglie notturne potrebbero addirittura indurre qualche appassionato a vagheggiare l’assurdo, tipo una finale diversa da Golden State Warriors-Cleveland Cavaliers. Ma forse stiamo esagerando, meglio restare con i piedi ben piantati sulla terra e adoperarsi per sopravvivere nella gara di resistenza a Morfeo: finestrini dell’auto abbassati per far scorrere l’aria fresca, occhiali da sole a coprire quelle occhiaie che nemmeno il panda gigante del Sichuan e via.

Comunque vada godetevi i playoff, e che la caffeina sia con voi.

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