21 maggio 2018

Playoff NBA: tutta la fiducia di Steph Curry, tra canestri & parolacce

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Dopo le due prime altalenanti prestazioni, Steph Curry è esploso in gara-3 segnando 35 punti, ma è anche la sua consistenza difensiva ad aver fatto la differenza. L'unico problema? A mamma Sonia non sono piaciute le parolacce...

I tiri entrano, uno dopo l’altro. “Sei tornato quello di sempre, Steph”. “Non me ne sono mai andato”. Il dialogo è reale, e sembra perfetto per descrivere l’impatto di Steph Curry in gara-3 della serie di finale a Ovest contro Houston. Ancora all’intervallo della terza gara con i Rockets il bilancio dall’arco della stella di Golden State dall’inizio della serie parlava di un deludente 3/20. Poi è arrivato un terzo quarto da 18 punti e 5/5 da tre e tutto è cambiato: Curry è “tornato quello di sempre”, ma in realtà il dialogo di cui sopra è occorso ben prima della palla a due della terza gara di finale a Ovest, nella seduta di tiro condotta dagli Warriors in preparazione dell’esordio alla Oracle Arena. A commentare il ritorno alla forma di Curry l’assistente allenatore Bruce Fraser, che da sempre lavora con lui nelle sessioni di tiro in allenamento: quel “non me ne sono mai andato” ottenuto come risposta parla del grado di fiducia del n°30 dei californiani. “Steph è il ritratto della fiducia”, racconta coach Kerr, che sul tema è arrivato a paragonare il suo tiratore niente meno che a Tim Duncan. “Ricordiamoci che è stato per due volte MVP della lega: reagisce da una partita storta come non ho mai visto fare a nessuno, per cui quello che ha fatto stasera non mi sorprende. Qualsiasi altro giocatore sarebbe rimasto infastidito dalle critiche, irascibile per tutte le domande a cui ha dovuto rispondere sul suo tiro. Lui no, lui gestisce queste situazioni al meglio”. “Ve l’ho sempre detto che non perdo fiducia”, conferma lui. “Me lo sono ripetuto in continuazione in questi giorni: a volte devi essere il primo tifoso di te stesso. Siamo tutti umani, ma io so che il mio tiro è ciò che mi ha fatto diventare quello che sono, è ciò che mi ha portato fin qui, aiutandomi anche a superare qualche momento difficile”. Come quelli che sono arrivati dopo i trionfi e i complimenti di gara-3, quando Curry in spogliatoio ha riacceso il suo telefono: “Mia madre mi aveva già spedito due video”, confessa il n°30 degli Warriors, facendo riferimento alle immagini di una sua colorita esultanza dopo un canestro durante il break del terzo quarto (“Questa è la mia fott***ssima casa”, l’espressione riferita al parquet della Oracle Arena, imbattuto nei playoff dal 2017). “Mi ha scritto di lavarmi la bocca, e di lavarmela col sapone, un messaggio che ho già sentito tante volte. E ha ragione. È come se mi si fosse spenta la luce, in quei momenti non capisco più nulla. Devo migliorare, non posso esprimermi in questo modo”, riconosce Curry, conosciuto sì per il suo micidiale tiro ma anche per una fede cristiana spesso pubblicamente confessata. 

La gara-3 di Curry, tra attacco e difesa

Nei suoi 35 punti segnati in faccia alla difesa di Houston (4/6 le sue percentuali al tiro attaccando James Harden) ci sono dentro tanto il suo ritrovato tiro da fuori (esteso a 82 il numero di gare di playoff con almeno una tripla a segno, record assoluto NBA) quanto una costanza nell’attaccare il ferro che lo ha visto chiudere con 8/9 al tiro nelle conclusioni ravvicinate, ottenendo così nell’area attorno al canestro la bellezza di 16 punti, il suo massimo di sempre per una gara di playoff (e primato eguagliato relativamente a qualsiasi gara della sua carriera). In attacco ha funzionato perfettamente anche l’intesa con Draymond Green: dopo aver giocato il pick and roll col suo lungo soltanto 11 volte in totale nelle prime due gare, gli Warriors ci hanno fatto ricorso ben 13 volte in gara-3, trovando ottime risposte. “Non contano tutte le domande che mi sono state fatte in questi tre giorni o le aspettative che c’erano su di me prima di questa gara-3 – spiega Curry – perché le aspettative più alte sono sempre quelle che mi genero da solo. Stasera ho fatto soltanto il mio dovere, ma è già tempo di pensare alla prossima: dovrò fare lo stesso anche in gara-4”. Oltre all’attacco, però, anche lo sforzo difensivo di Curry non è passato inosservato: dopo essere stato preso di mira dagli attaccanti di Houston sia in gara-1 (20 possessi lo hanno visto isolato come difensore primario) che in gara-2 (23), anche sul parquet della Oracle Arena i Rockets hanno cercato di sfruttare il mismatch su Curry. Riuscendoci però poco e male, dicono le cifre: per altre 15 volte hanno provato a isolarlo difensivamente e attaccarlo, ma in totale nell’intera serie Curry da difensore primario ha concesso 43 tiri, realizzati dagli attaccanti di Houston con il 44% (il 23% dall’arco), concedendo soltanto 0.88 punti per possesso ad Harden e compagni. Perché il suo contributo ai successi di Golden State non si esaurisce in attacco e soprattutto non è limitabile solo agli exploit di gara-3: Steph Curry non è tornato. Non se n’era mai andato.

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