Please select your default edition
Your default site has been set

NBA, le domande fondamentali del Draft 2018

NBA

Lorenzo Neri

Il processo che porta alla notte del Draft può essere lungo e tortuoso, con mille aspetti diversi da dover soppesare nella scelta di un giocatore: proviamo a rispondere alle domande che stanno "dietro" alla serata più importante per le 30 franchigie NBA

LA CERIMONIA DEL DRAFT IN DIRETTA SU SKY SPORT 2 HD A PARTIRE DALL'1.00, IN REPLICA ALLE 13.30 E ALLE 22

Non c’è niente di più coinvolgente in questo periodo che compilare una serie di Mock Draft per capire quale potrà essere l’ordine di scelta di venerdì notte, anche per sentirsi un po’ tutti GM nel nostro piccolo. Per capire quali sono i parametri che i front office NBA nel processo di scelta, con l’aiuto della redazione de l’Ultimo Uomo abbiamo risposto a una serie di domande sui vari aspetti che portano alle decisioni nelle stanze dei bottoni. Un modo per spiegare ed entrare nella mentalità di chi deve prendere queste scelte, sempre più difficili e che in alcuni casi possono mettere a repentaglio il posto di lavoro dei tanti addetti ai lavori coinvolti.

Quanto deve pesare l'evoluzione del gioco moderna nella valutazione dei prospetti? Detta altrimenti: quanto ha imparato la lega dall'esperienza con Jahlil Okafor, quasi dominante al college ma inschierabile al piano di sopra?

In ambito Draft un aspetto che non è mai cambiato è quello più ovvio: prendere il miglior giocatore disponibile. Partendo da questa banalità però si aggiungono tante altre decisioni che hanno portato il processo di scelta in direzioni sempre diverse nel corso degli anni.
Prendere il miglior prospetto... in base a cosa? Alle capacità di cui già dispone, con annessi i rischi di una crescita limitata? Al potenziale promesso, con il dubbio se mai arriverà al livello a cui aspira? Alla composizione della squadra al momento della scelta, in modo da costruire un core col rischio che con in cambio di scenari/dirigenza/allenatori possa saltare tutto da un momento a un altro?

Sebbene il lavoro di Sam Hinkie all’interno della dirigenza dei Philadelphia 76ers sia stato monumentale, la gestione della scelta del Draft 2015 (Jahlil Okafor, appunto, prima di Kristaps Porzingis) ha dimostrato due cose:

  • la necessità di bilanciare la ricerca del BPA (Best Player Available) con le esigenze del roster (fit) in chiave futura, in termini non solo di ruolo ma anche di skills;

  • l’importanza di capire in che direzione tecnica e tattica sta andando la Lega.

La scelta di Okafor, centro di post basso con capacità difensiva scarsa, si scontrava con l’esigenza di un gioco più perimetrale, dove il lungo di maggior valore è quello capace di non dominare il pallone in attacco e di proteggere l’area e/o accettare i cambi difensivi contro giocatori più piccoli e rapidi. E non è un caso che alla fine il suo valore di mercato sia precipitato, tanto da accettare un semplice giocatore di rotazione come Trevor Booker in cambio.

Nel Draft di quest’anno, con almeno cinque centri proiettati nelle prime 10 posizioni, sarà interessante capire come verranno valutati in canoni di futuribilità sia individuale che in chiave tattica. E in una lega che vuole versatilità in tutti i ruoli (gli Houston Rockets nei playoff hanno sdoganato il neanche-un-metro-e-novantacinque di P.J. Tucker nel ruolo di 5 per diversi minuti) non è da escludere che qualcuno finisca più in basso di quello che si pensi.

Quanto conta l’I.Q. dimostrato nei colloqui individuali e quanto conterà in termini di sviluppo del prospetto?

Capire la personalità di un ragazzo è fondamentale dal momento in cui su di lui gireranno le sorti future della franchigia. Le dirigenze NBA da questo punto di vista hanno trucchi interessanti (domande scomode e strane, uso della realtà virtuale) per capire le brutte abitudini sul campo ma soprattutto fuori, visto che è il momento di massima verità, dove possono vedere la vera natura del prospetto al di fuori delle indicazioni che possono dare agenti, famiglie, ecc.

È un processo che tocca molte corde nella mentalità del ragazzo, dalle aspettative personali sul futuro - dove non basta dire “sono il più forte” - alla conoscenza della NBA e di tutto quello che ci gira intorno, per capire se è pronto (o quando e soprattutto SE lo sarà) al salto nella Lega più importante al mondo.

Possiamo togliere la definizione di tweener dal vocabolario del Draft?

Decisamente. In passato il termine tweener era usato per identificare un giocatore che aveva caratteristiche tecniche tipiche di un’ala forte ma il fisico e/o i centimetri di un’ala piccola, ma con gli allenatori sempre più intenzionati a comporre le lineup in base alle skills di ogni giocatore e con ruoli sempre più perimetrali, questa categoria sta andando sempre più a sparire.

Questo ovviamente se vogliamo ancora parlare di ruoli, vista la piega che la lega sta prendendo verso il concetto di positionless, dove l’identificazione delle qualità e dell’impatto di un giocatore non passa per il ruolo ma per le caratteristiche tecniche individuali: giocatori poliedrici capaci di rendersi utili sui due lati del campo in più modi.

Un chiaro esempio lo abbiamo con le ultime due scelte al primo giro dei Boston Celtics, Jayson Tatum e Jaylen Brown, che in fase pre-Draft venivano etichettati come tweener ed ora invece dividono in maniera eccellente le posizioni di ala grazie alla grande versatilità, difensiva e offensiva, di entrambi.

Jaren Jackson Jr. sembra perfettamente in linea con l’evoluzione del ruolo ed è giovanissimo: perché non dovrebbe essere considerato il miglior lungo del Draft?

“JJJ” è il prospetto che da inizio anno ha guadagnato più posizioni nelle previsioni, partendo da essere una probabile scelta in Lottery a novembre a essere un top-5 al 99% a giugno. E il motivo di questo salto lo si comprende facilmente: lo stampo moderno del suo gioco con doppia dimensione sia offensiva (roll e pop) che difensiva (difesa del ferro e cambi sul perimetro) ha un valore immenso nell’ossatura di una squadra che punta al titolo. Cosa gli manca per essere il miglior lungo del Draft? La giovanissima età (settembre 1999) ci direbbe di essere cauti su questo aspetto, ma non sembra possedere quella personalità per potersi erigere - rispetto ad altri prospetti - a giocatore franchigia. Più che un perno su cui giostrare il futuro di una squadra NBA, JJJ sembra un tassello… anche se forse è il miglior tassello possibile.

Al di là di Deandre Ayton che dovrebbe andar via subito, la prima parte del Draft dovrebbe essere quella dei lunghi. Chi tra Jackson, Marvin Bagley III e Mo Bamba è quello più pronto? Bamba a livello media/social è in crescita viste le sue qualità fisiche e atletiche, potrebbe essere la #3 a sorpresa anche se sembra quello più grezzo?

Se vogliamo parlare di chi è più pronto a dare un contributo immediato probabilmente la risposta più giusta è Bagley, nonostante i grossi limiti a livello difensivo, perché dovrebbe essere colui che farà meno fatica a trovare minuti in campo fin da subito. La sua completezza atletica, il controllo del corpo e il senso dello spazio in attacco dovrebbero permettergli di adattarsi più velocemente rispetto ad altri, anche tra quelli più promettenti in termini di futuribilità come Jackson e Bamba.

Su quest’ultimo, le probabilità che possa essere scelto a sorpresa alla 3 non sono da sottovalutare. In rete girano i video dei suoi allenamenti individuali con il trainer Drew Hanlen - il migliore in questo campo - in cui mostra mano e range da 3 punti, che affiancato alle misure inaudite della Combine (quasi 240 centimetri di apertura di braccia) e alla grande maturità personale potrebbero far vacillare le sicurezze di chiunque. I provini individuali metteranno bene a fuoco quali sono le sue reali condizioni in termini di mobilità, perché una scarsa velocità laterale è una grossa limitazione a livello difensivo al piano di sopra.

Perché sembrano esserci così pochi europei a parte Doncic?

Una delle mie frasi preferite di Federico Buffa rimarrà sempre “la pozza si sta restringendo” in relazione a quanto il gioco europeo tende ad avvicinarsi sempre di più e a prendere spunto da quello che succede negli USA, ma è chiaro che nonostante ciò il dislivello in termini di atletismo e fisicità rimane difficile da pareggiare, soprattutto nell’evoluzione del gioco degli ultimi anni.

I prospetti europei rispetto ai coetanei americani possano contare, il più delle volte, su una evoluzione tecnica e personale a uno stadio molto più avanzato e su una comprensione tattica meglio sviluppata, ma il gap che subiscono sul piano atletico è tale da trovare grandi difficoltà a portare il proprio gioco alla velocità di esecuzione necessaria per sopravvivere in NBA. Non è un caso che molti giocatori europei riescano a compiere il “salto della pozza” solo in età avanzata, come late bloomer.

Con Trae Young possiamo dare ufficialmente dare il via all’era degli eredi di Steph Curry?

In ogni edizione il Draft si trasforma in una ricerca del “nuovo X” a seconda dei trend tecnico/tattici della Lega, passando dai tempi in cui si cercava lo Shaq o lo Shaq-stopper nei primi anni 2000 a oggi in cui sulla carta abbiamo simil-cloni di Joel Embiid (Ayton), Rudy Gobert (Bamba) e Kevin Durant (Michael Porter Jr.). Solitamente questo tipo di paragoni vertono principalmente su qualità fisiche tutt’altro che tradizionali, mentre in questo caso la somiglianza Curry-Young è incentrata sulle skills individuali (tiro, creazione dal palleggio, visioni di gioco) accoppiata a una stazza che, a regola, non dovrebbe aiutare nel lungo termine. Per Young non sarà certo facile seguire le orme della point guard dei Golden State Warriors tre volte campioni NBA, ma sicuramente può aprire la strada a tanti prospetti che negli ultimi anni si sono sentiti dire di essere troppo piccoli per fare strada tra i professionisti.

Quanto successo con Donovan Mitchell porterà delle conseguenze in questo Draft?

A causa della confusionaria gestione offensiva della Louisville di Rick Pitino lo scorso giugno Mitchell si presentava al Draft come un prospetto prettamente difensivo, ma una volta tolte le briglie e a seguito di un eccellente lavoro estivo è diventato in poco tempo il primo terminale offensivo degli Utah Jazz orfani di Gordon Hayward. Che sia stato un errore di valutazione (di Denver in primis che preferì cedere la 13 per Trey Lyles e una scelta più bassa) o meno, estrapolare lo stile di gioco individuale da un sistema non è mai facile, ma può mettere in allerta i front office nelle edizioni successive in contesti simili.

Potrebbe essere il caso di Shai Gilgeous-Alexander, limitato a Kentucky da spaziature inesistenti e da compagni incapaci di passare il pallone per agire maggiormente lontano dalla palla. Questo non gli ha impedito comunque di scalare le velocemente le Draft Boards durante la stagione, e se dimostrasse anche di metter su un tiro affidabile potrebbe essere un grande affare ai piedi della Lottery. Un altro giocatore che merita di essere nominato è Collin Sexton, su cui si è puntato il dito a causa di skills non eccellenti ma con una fame e un’abnegazione al lavoro seconda a nessuno. Anche qui, occhio a farlo cadere troppo in basso.

Quali sono le probabili steal del secondo giro?

Abbiamo visto nelle edizioni precedenti quanto il secondo giro può nascondere delle perle preziose per aggiungere profondità a un roster o per puntare su giocatori con poco appeal sul lungo termine. Alcuni nomi? Draymond Green, DeAndre Jordan, Malcolm Brogdon, Paul Millsap. Non è un caso che nelle trade le scelte al secondo giro hanno acquistato negli anni sempre più valore, tanto che le franchigie usano anche la diversa libertà salariale rispetto al primo giro (ovverosia un contratto non garantito) per offrire a questi giocatori contratti migliori di quelli che gli spetterebbero.

Un giocatore come Jalen Brunson, dominatore della stagione NCAA con Villanova, rispecchia benissimo il profilo cercato in questi casi: non ha strumenti fisici o atletici di primo livello e forse neanche di secondo, ma può diventare una solida point guard dalla panchina grazie a un’intelligenza cestistica superiore e alle numerose soluzioni per segnare, e in difesa compensa una stazza non eccelsa con attenzione e letture di squadra. Da Villanova è uscito a sorpresa anche Omari Spellman, centro sottodimensionato e limitato atleticamente ma capace di colpire dalla lunga distanza in attacco e di dare un forte contributo a rimbalzo e in difesa del ferro. Arma tattica che può fare molto comodo nelle lineup secondarie.

Infine Jarred Vanderbilt, qualora non trovasse posto al primo giro, potrebbe diventare un obiettivo di tante squadre per poter intraprendere un progetto pluriennale per questo super-rimbalzista e difensore che ha mostrato molte lacune nel gioco offensivo ma anche tanto potenziale inesplorato. Lo stesso discorso vale per Anfernee Simons, guardia in arrivo dalla Prep School che necessita di incanalare il suo talento realizzativo nella direzione giusta.