06 settembre 2018

Dal Larry O'Brien al Maurice Podoloff: breve storia dei premi NBA

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Perché il trofeo dei campioni NBA si chiama Larry O'Brien Trophy? Quali premi individuali ci sono da sempre e quali sono arrivati solo dopo i premi di squadra? Dal passato al presente, la storia dei riconoscimenti NBA ripercorre la storia dell'NBA stessa

HALL OF FAME, LA CERIMONIA SU SKY SPORT NBA

Nella settimana dell’inserimento nella Hall of Fame della Class of 2018, formata da giocatori iconici per la loro generazione come Steve Nash, Jason Kidd, Grant Hill e Ray Allen, sono tornate di moda le discussioni sui premi individuali della NBA, convenzionalmente utilizzati come unità di misura per riconoscere “l’eleggibilità” nella Hall of Fame dei maggiori contribuenti alla storia della lega, soprattutto come giocatori.

Di stelle dalle carriere oggi discusse come Dwight Howard e Carmelo Anthony, ad esempio, si citano a sostegno della loro candidabilità nell’arca della gloria di Springfield i numerosi riconoscimenti individuali conquistati, pur essendo tra i principali protagonisti della loro generazione a non aver mai conquistato il titolo NBA (anche se l’oggi giocatore dei Rockets può vantare dalla sua i tre ori olimpici - un record - con Team USA).

Per comprendere l’importanza dei premi NBA, anche al di là di periodi come quello di questa settimana, può essere utile scoprirne la storia, facendo un viaggio con la Delorean per osservare periodi completamente diversi da quello odierno, ma parte del ricco bagaglio della lega che ha recentemente festeggiato i suoi 70 anni di storia.

Dedicare il premio, riconoscere la storia

Il trofeo indubbiamente più iconico è il Larry O’Brien Trophy, assegnato alla franchigia che ogni stagione si laurea campione NBA. La scultura per come la conosciamo oggi, rappresentante un pallone prossimo a entrare nell’anello del canestro, ha da poco compiuto il suo 40° compleanno.

L’attuale trofeo, infatti, è stato assegnato per la prima volta nel 1977, al termine della stagione che passò alla storia per il merger tra NBA e ABA. La storica Portland di Jack Ramsay e Bill Walton, che quell’anno vinse il suo unico titolo, fu quindi la prima squadra a potersi fregiare del trofeo sportivo che oggi è tra i più iconici al mondo, oltre che del diritto di poter mantenere per sempre lo stesso e non doverlo restituire una volta “abdicato” il titolo di campione in carica.

Nel 1977, e fino al 1984, il trofeo era ancora intitolato alla memoria di Walter A. Brown, lo storico fondatore dei Boston Celtics e pioniere della creazione della stessa NBA. Il premio è stato intitolato a Brown per 20 anni, a partire dalla sua morte nel 1964: prima, infatti, era privo di denominazione. Al nome di Brown seguì quello con cui ancora oggi si chiama il trofeo.

Larry O’Brien è stato il terzo commissioner, in ordine di tempo, della storia NBA. Una vita che come destino ha sempre avuto la pallacanestro, visto che le sue radici affondano a quella Springfield, Massachusetts, dove il gioco del basket fu creato 18 anni prima della sua nascita.

Prima di approdare a quella NBA che guiderà per soli nove - ma enormemente significativi - anni, O’Brien fu direttore delle campagne elettorali di John Fitzgerald Kennedy, sia verso il Senato che alla Presidenza degli Stati Uniti nel 1960. La sua presenza sulla scena pubblica e politica fu ben superiore a quella dei due uomini che lo precedettero nel guidare la NBA: Maurice Podoloff, ucraino di nascita, fu avvocato e presidente anche dell’American Hockey League; James Walter Kennedy, invece, fu sindaco della sua Stamford oltre che direttore pubblicitario degli Harlem Globetrotters.

O’Brien, invece, continuò a ricoprire cariche pubbliche per anni: prima fu nominato da Lyndon Johnson come direttore generale delle poste statunitensi; poi, per due volte, divenne presidente del Partito Democratico. Fu proprio il suo ufficio nell’Hotel Watergate, nel 1972, a essere oggetto del tentativo di effrazione più famoso della storia politica mondiale.

Come a O’Brien è stato intitolato il premio più grande e ambito, l’onore di vedere il proprio nome associato a un riconoscimento è stato attribuito anche a Podoloff e Kennedy. Al primo, infatti, è intitolato da 55 anni il Most Valuable Player, istituito soltanto in occasione della decima stagione NBA, quella 1955-56. Prima, infatti, non esisteva un riconoscimento esclusivo del miglior giocatore della stagione.

Il premio di MVP ha subito una rilevante modifica nel corso della sua storia: al contrario di quanto avviene oggi, sino al 1979-80 il premio veniva assegnato grazie ai voti dei giocatori NBA. Dalla stagione successiva, invece, si è optato per una assegnazione del premio tramite il voto di giornalisti di Stati Uniti e, in seguito, anche Canada.

A James Walter Kennedy, invece, è stato dedicato un premio all’apparenza meno significativo, ma dall’importante valore simbolico che lunga la dice sull’importanza di certi temi e comportamenti per il mondo NBA. Il James W. Kennedy Citizenship Award, infatti, è attribuito a quel rappresentante del mondo NBA (non solo giocatori: in passato il premio è andato anche all’ex allenatore dei Jazz Frank Layden e all’ex trainer degli Atlanta Hawks Joe O’Toole) che si distingue per uno straordinario senso civico e comunitario.

Riconoscere i valori fuori dal campo

Quella del riconoscimento di quei valori che esulano dal parquet di 28 metri per 15 è una prerogativa non esclusiva del premio dedicato alla memoria di Kennedy. Negli ultimi 25 anni, infatti, sono nati due premi ufficiali NBA - gli unici, ad oggi, votati direttamente dai giocatori - che vanno in quella direzione: il premio per la sportività (curiosamente vinto da tre membri della classe Hall of Fame 2018 come Grant Hill, Ray Allen e Jason Kidd) intitolato a Joe Dumars; e il premio al compagno di squadra ideale, dedicato alla memoria di due giocatori degli anni ‘50, Jack Twyman e Maurice Stokes. Due premi che negli anni si stanno affermando come riconoscimenti sempre più apprezzati e importanti, anche per il messaggio che trasmettono.

Particolarmente affascinante è la storia di quest’ultimo premio: Twyman e Stokes erano compagni di squadra ai tempi dei Cincinnati Royals, nella seconda metà degli anni ‘50, fino al momento in cui un terribile infortunio alla testa pose fine alla carriera di Stokes, che successivamente diventò paralizzato prima di morire nel 1970 a soli 36 anni.

Twyman non dimenticò lo sfortunato compagno, diventandone il tutore legale fino alla morte e organizzando numerosissime raccolte fondi parallelamente a una carriera NBA da Hall of Fame, con sei presenze all’All-Star Game e quasi 16.000 punti segnati in undici anni di carriera. La natura benefica del premio è fortificata da una donazione di 25.000 dollari che la Lega effettua a un ente benefico selezionato dal vincitore.

La continua attività di “riconoscimento” della sua storia che l’NBA lega all’intitotolamento dei suoi premi non si ferma a questi due esempi. Se è facile comprendere perché la lega abbia intitolato a Bill Russell il premio di MVP delle Finali NBA e a Red Auerbach quello di miglior allenatore della stagione, meno ovvio a un primo occhio può essere l’associazione della figura di Eddie Gottlieb al premio di Rookie dell’anno.

Passato alla storia come l’allenatore della prima squadra campione NBA della storia, come Podoloff anche Gottlieb poteva vantare origini ucraine (nacque a Kiev nel 1898, trasferendosi negli Stati Uniti con la famiglia all’inizio del nuovo secolo). La sua eredità all’interno del mondo NBA non è legata soltanto al titolo del 1947: fu uno dei principali promotori dell’unione tra NBA e BAA, tenendo in vita quella che oggi è una delle tre franchigie originali - pur dopo il cambio di costa tra Philly e California - acquistando gli Warriors nel 1952 addirittura per 25.000 dollari.

Il suo ruolo crebbe all’interno della lega e di conseguenza il suo potere. C’è anche il suo input dietro a innovazioni come il cronometro da 24 secondi o il tiro libero per una situazione di bonus, oltre che all’annuale stesura del calendario. Ma la sua legacy maggiore è indubbiamente la creazione del “Territorial Draft”, antesignano del Draft odierno, che permetteva alle franchigie la possibilità di reclamare i diritti su un giocatore liceale o universitario dell’area geografica della franchigia in cambio della rinuncia alla prima scelta al Draft: tale regola permise ai Philadelphia Warriors di assicurarsi i servigi di Wilt Chamberlain.

Alla data di oggi, gli altri premi ufficialmente assegnati dalla NBA non sono associati a un nome, anche se è abbastanza facile immaginare come questa tendenza possa continuare nei prossimi anni futuri.

Team before Individual

Un aspetto importante e probabilmente non casuale dei premi NBA è la cronologia. Premi come i titoli di MVP e Miglior Difensore, infatti, sono stati istituiti soltanto dopo la creazione degli All-NBA Team e All-Defensive Team, i quintetti (generali e difensori) ideali della stagione.

Come già notato in precedenza, il premio di MVP nacque in occasione della decima stagione della storia. Gli All-NBA Team, invece, furono istituiti sin dalla stagione inaugurale, la 1946-47. Inizialmente (fino al 1955) pensati come quintetti senza restrizioni di ruoli, le due squadre vennero poi “organizzate” in seguito in base a ruoli. Risale a 30 anni fa, invece, l’introduzione del terzo quintetto, oggi importante anche per far scattare una serie di bonus contrattuali secondo le regole del nuovo CBA.

I quintetti difensivi, invece, debuttarono 50 anni fa, nella stagione 1968-69, ben prima del premio di miglior difensore che venne introdotto nel 1983. A differenza degli All-NBA, sempre scelti da una selezione di giornalisti, i quintetti difensivi fino al 2013-14 sono stati votati dai 30 allenatori NBA, con l’unica limitazione di non poter votare per propri giocatori.

Questa doppia modalità di voto, rispetto al premio di Difensore dell’Anno, ha prodotto ben quattro casi - Robertson 1986, Mutombo 1995, Chandler 2012 e Gasol 2013 - in cui il miglior difensore non figurava nel primo dei due quintetti.

Discorso inverso, invece, per l’altra categoria riconosciuta non solo individualmente ma anche a livello di “collettivo”: il premio per il Rookie dell’Anno fu istituito nel 1953 - ben tre anni prima del premio di miglior giocatore - e precedette quindi la creazione dei quintetti dei migliori rookie della stagione, istituiti nel 1962 e allargati a due nel 1988.

I Rookie Team, unici ad essere ancora votati dagli allenatori e con le stesse limitazioni originariamente previste per i quintetti difensivi, sono più “liberi” da regole rispetto agli altri due premi citati in precedenza: non è prevista infatti nessuna limitazione di ruolo - basta pensare all’esempio recente del 2016, con quattro lunghi (Towns, Porzingis, Okafor, Jokic) e una sola guardia (Booker) - e allo stesso tempo sono permessi gli arrivi a pari-merito, più probabili visto il ridotto campione di votanti. Kawhi Leonard, Iman Shumpert e Brandon Knight furono nominati a pari merito nel primo quintetto All-Rookie insieme a quattro giocatori più votati (Irving, Rubio, Faried e Klay Thompson).

Tale atipicità è osservabile anche nel premio al miglior Rookie, l’unico tra i premi maggiori ad aver registrato un ex-aequo: fatto successo ben tre volte con Dave Cowens e Geoff Petrie nel 1970-71, Grant Hill e Jason Kidd nel 1994-95 (curiosamente indotti insieme anche nella Hall of Fame) e Elton Brand e Steve Francis nel 1999-2000.

Legacy forever: non solo la Hall of Fame

Oltre 70 stagioni di premi NBA hanno consegnato alla Hall of Fame di Springfield gran parte dei 375 membri, tra giocatori, allenatori, arbitri, contribuenti e squadre. Somma a cui va aggiunta anche la Class of 2018 che farà il suo ingresso definitivo nelle prossime ore.

La Hall of Fame ha spesso rivendicato una forte indipendenza dalla presenza dell’NBA: i componenti dei comitati che nominano e poi votano i membri delle classi annuali non sono noti pubblicamente, e i tempi in cui l’NBA giocava ogni anno una partita di Regular Season a Springfield, sotto l’impulso di Kennedy, sono lontani.

Dando nuova linfa ai premi annuali con l’istituzione della Awards Night, la NBA ha contemporaneamente istituito la creazione del “Lifetime Achievement Award”, un premio che va a riconoscere una carriera eccezionale dentro e fuori dal campo. I primi due vincitori di questo premio, nelle ultime due stagioni, sono stati due leggende NBA come Bill Russell e Oscar Robertson. Entrambi esempi di carriere irripetibili sul parquet, ma anche di una legacy unica fuori dal campo, capace di ispirare intere generazioni di giocatori.

Il Lifetime Achievement Award può essere visto come una ulteriore intenzione, da parte dell’NBA, di celebrare quella sua storia meno nota al “nuovo” o giovane fan. Non è un premio come questo che serve a rendere più “speciale” la carriera di un giocatore NBA, ma senza alcun dubbio permette di continuare a tramandare esempi e modelli di un basket molto diverso da quello di oggi.

Non sappiamo se nei prossimi anni la Lega proporrà l’istituzione di nuovi riconoscimenti ufficiali. È verosimile, qualora decidesse di farlo, che tali premi possano nascere per celebrare ulteriormente la storia dell’NBA e del gioco della pallacanestro: significherebbe seguire una tendenza che, dall’istituzione di un premio alla dedica dello stesso a una figura del passato, si accompagna alla storia della National Basketball Association sin dalla sua fondazione.

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