09 novembre 2018

NBA, i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokounmpo fanno davvero sul serio

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La vittoria sul campo dei Golden State Warriors è solo l'ultima conferma di un inizio sfolgorante per gli uomini di coach Mike Budenholzer. Ecco come sono cambiati in attacco e in difesa

CROLLO GOLDEN STATE, MILWAUKEE DISTRUGGE GLI WARRIORS

LA SVOLTA DI KYLE LOWRY E DEI TORONTO RAPTORS

Dalle parti di Milwaukee c’era grande attesa per la stagione NBA. Nuova arena, nuovo coach, rinnovate ambizioni, Giannis Antetokounmpo con un anno di esperienza in più. Una dozzina di partite di regular season non ci può dare prove schiaccianti, anche solo per il fatto di non aver affrontate tutte le squadre più forti della lega, ma indizi ce ne sono. E questi indizi ci dicono che la stagione dei Bucks può essere foriera di grandi soddisfazioni.

Che l’arrivo di Mike Budenholzer fosse propedeutico a un cambio piuttosto radicale del modo di giocare dei Bucks era pensiero facilmente condivisibile. Che l’impatto dell’ex coach Hawks potesse essere così immediato... ecco, questo era meno pronosticabile. Dopo neanche un mese di stagione ci troviamo di fronte ad una squadra che sembra giocare così da una vita e non da qualche settimana: automatismi ai limiti della perfezione, spaziature precise, grande feeling con le idee del coach. In questo inizio di stagione i Bucks hanno messo in campo un basket contemporaneo, con tutte le variabili necessarie per avere più armi da giocare nei playoff.

Il cambiamento più evidente in attacco è la frequenza nel prendere tiri oltre l’arco. Nella stagione 2016-17 il 29% dei tiri di Milwaukee veniva preso da 3, portando in dote il 25.4% dei punti. L’anno successivo i numeri si sono mantenuti praticamente sugli stessi livelli (29.7% di tiri dall’arco sul totale con il 24.7% dei punti). Quest’anno siamo già al 44% dei tiri presi da 3 che portano in dote il 37.1% dei punti. Una svolta imperiosa.

La ricerca della tripla in transizione sta diventando un must per l’attacco Bucks. Qui Middleton cattura il rimbalzo e si fionda dall’altra parte; la difesa Kings è rientrata ma non è posizionata in modo ideale, soprattutto non lo è Buddy Hield che si preoccupa della penetrazione e lascia spazio per il tiro da 3. Middleton non si fa pregare.

Middleton ormai ha attivato la modalità “Tiratore da 3” e non torna indietro. Rispetto all’anno scorso sui 36 minuti tenta un tiro in più a partita (da 15.4 a 16.8) ma ha quasi raddoppiato quelli oltre l’arco (da 4.9 a 9.5), traendone un enorme beneficio in termini di efficienza offensiva - anche perché sta tirando con il 45.5%. Qui prova a sfruttare la linea di fondo ma non ha spazio e torna indietro; Bledsoe taglia verso l’area giusto per smuovere un po’ la difesa ma poi torna sui suoi passi come a dire “Tanto Khris tira”. E infatti Middleton tira, pur marcato, pur senza ritmo: è in piena fiducia e si vede. Solo rete.

Non basta però dire che i Bucks tirino di più da lontano. Non c’è solo questo, non può essere solo questo, altrimento tutti lo farebbero senza pensarci. È proprio l’approccio alle partite che è cambiato. C’è un altro dato esemplificativo: il numero di possessi, che nelle ultime due stagioni si era stabilizzato tra 95 e 97.1, è salito a quota 105.14. Al di là del naturale innalzamento dovuto all’inizio di stagione, quando le gambe girano più facilmente e tutti cercano di alzare il numero di possessi, i Bucks giocano effettivamente più palloni e ad un ritmo più alto, cercano ancora più rapidamente le transizioni ma non necessariamente per concludere al ferro, e se possono concludere entro i primi 8-10 secondi dell’azione non si tirano indietro. Vedono il campo molto più largo e in quel campo scovano la soluzione offensiva più redditizia. Per percentuale reale la squadra del Wisconsin è seconda solo a Golden State (59.5% contro 62.9%), segno di come la qualità dell’attacco sia molto elevata in un sistema che esalta le capacità dei singoli, per quanto poche possano essere. Prendete Tony Snell, giocatore tutto sommato normale che in mano a Budenholzer ha il 5° offensive rating, il 2° Net Rating e la 2^ percentuale reale di tutta l’NBA. Il suo impatto dalla panchina è pazzesco. Allo stesso tempo Bledsoe sembra essere diventato un giocatore di sistema e Malcom Brogdon cresce partita dopo partita nella qualità delle scelte.

Contro Boston l’attacco parte, come sempre, allargando il più possibile la difesa e liberando l’area per i tagli o per le penetrazioni. Dopo il blocco di Lopez c’è un chiaro mismatch a favore di Antetokounmpo che si trova di fronte un Hayward molto meno atletico di lui. È questa l’opzione migliore e infatti Giannis la percorre fino in fondo.

Ancora la ricerca del tiro migliore che porta buoni esiti. Henson attende il taglio di DiVincenzo dal lato debole e dopo la ricezione il rookie attacca l’area intasata dalla difesa dei Sixers, con Embiid che lascia Lopez solo in angolo. C’è una fin troppo invitante linea di passaggio che Big Ragù non può esimersi dallo sfruttare. Lopez in quella posizione, poi, è una sentenza.

Ecco, Brook Lopez. Non che prima di firmare con i Bucks non tirasse da 3, anzi: nelle ultime due stagioni tra Nets e Lakers aveva già iniziato ad allontanarsi progressivamente dal ferro. Ma ora ha totalmente modificato il proprio set offensivo. Spalle a canestro quasi non ci va più, nel mid range ci capita solo di passaggio, mentre il 70.8% dei suoi tiri viene preso con i piedi oltre l’arco. Il 70.8%! Non è un refuso: sui 36 minuti è il giocatore di Milwaukee che tira di più da 3 dopo Middleton. Se non è lui il volto della trasformazione che ha operato Budenholzer viene davvero difficile dove trovarlo.

Se l’attacco è migliorato sensibilmente, lì dove Milwaukee ha compiuto un salto di qualità è nella propria metà campo. Terza miglior difesa con 102.1 punti subiti ogni 100 possessi è una statistica che neanche il più ottimista dei tifosi avrebbe ipotizzato ripensando alle ultime due stagioni (109.1 nel 2017-18, 108.7 nel 2016-17). Siamo sempre lì: è Budenholzer che ha dato un’impronta diversa. Già, ma quale?

Con Kidd la difesa dei Bucks era orientata quasi esclusivamente sui blitz, continui e feroci, che richiedevano uno sforzo fisico notevole e prolungato e che, se non accompagnati da movimenti perfettamente coordinati, creava delle voragini in cui gli attacchi avversari potevano fare quello che volevano, specialmente a rimbalzo offensivo. Ora, invece, la difesa lascia spazio agli avversari oltre l’arco e ha come interesse primario la protezione del ferro e degli angoli, passando quasi costantemente dietro ai blocchi nei pick and roll accettando tutti i rischi del caso.

L’osservazione empirica viene suffragata dalle statistiche. Rispetto alla stagione 2017-18, su 1 possessi i Bucks subiscono sette punti in meno (da 109.1 a 102.3) concedendo quasi cinque tiri in più (85.5 a 90.8). Sono la seconda squadra dietro gli Warriors che concede più tentativi da 3 ai rivali di turno (35.6), ma sono primi per rimbalzi difensivi (l’anno scorso erano ultimi) e primi per punti concessi in area (l’anno scorso 28esimi). Sul lungo periodo, e in particolare nel periodo dei playoff, questo tipo di difesa rischia di non può funzionare contro le big (Boston e Toronto) e/o contro guardie dal tiro facile (come hanno mostrato i 40 punti di McCollum) che possono tenere alte percentuali sui tiri dal palleggio, ma in regular season ha ancora il suo senso perché i conti tornano sul lungo periodo, e ai Bucks sta bene così.

Meglio raddoppiare la penetrazione di Hayward o restare su Horford fuori dalla linea dei 3 punti? La difesa Bucks non si pone neanche il dubbio. E se Al si prende il tiro pazienza: viste le sue percentuali, è un rischio calcolato.

McCollum ha già segnato 21 punti, ma la difesa Bucks continua a passare “sotto” e a non aiutare. Blocco di Collins con DiVincenzo che insegue disperatamente McCollum senza però che Ilyasova (peraltro uno dei più incisivi in queste prime dieci partite) salga a dare sostegno al compagno, restando piantato sulla linea del tiro libero. Con quello spazio a disposizione per McCollum diventa facile alzarsi, tirare e segnare.

Non si può però parlare di Milwaukee prescindendo dal suo leader tecnico supremo. Giannis Antetokounmpo sta viaggiando a cifre spaventose, le migliori della sua carriera. Ancora più coinvolto (33.4% di Usage), ancora più efficiente (54.1% di percentuale reale, 20.3 di PIE), ancora più letale in difesa (per la prima volta in carriera sotto il 100 in defensive rating). L’unica voce che non cresce è il tiro da fuori: l’8.7% di realizzazione su 3.3 tentativi è un dato misero. Sono tiri che prende spesso in situazioni estreme, quando mancano pochissimi attimi allo scadere dei 24 oppure quando la partita è già andata, ma nonostante il lavoro estivo non riesce ad avere quella fluidità nei movimenti necessaria per poter essere armoniosamente efficiente.

C’è un ma: nel sistema attuale di Budenholzer quanto è davvero importante che Giannis diventi un tiratore da 3 affidabile? Al momento siamo vicini allo zero. Quello che The Greek Freak deve fare per la squadra è altro. Se la difesa si terrorizza al pensiero delle sue penetrazioni, c’è ancora più spazio per i tiratori che possono beneficiare delle doti di passaggio sempre più affinate del numero 34; se la difesa si preoccupa di mettere la museruola a chi bazzica sull’esterno si aprono praterie sconfinate e si può distintamente sentire Budenholzer pronunciare sottovoce "Dracarys".

Che poi anche se chiudi l’area quello là lo spazio per andare fino al ferro se lo crea da solo con un paio di palleggi e un cambio di direzione. Il povero Kosta Koufos ne sa qualcosa.

Questo non significa che, siccome le cose funzionano adesso, possano funzionare anche da aprile in poi. Servirà comunque, presto o tardi, un Antetokounmpo maggiormente pericoloso da fuori così come servirà una difesa che copra più campo e sia in grado di fare degli aggiustamenti, così come servirà un attacco che rinunci a qualche tiro forzato nei primi secondi dell’azione per trovarne uno migliore più avanti, anche a difesa schierata. Servirà, in parole povere, uscire dal consolidato canovaccio per adeguarsi e sorprendere.

La vittoria di stanotte contro Golden State è molto significativa, soprattutto per quanto fatto contro il miglior attacco della Lega. Se i Bucks hanno attaccato con ancora maggiore frequenza l’area - complice l’assenza di Draymond Green - segnando 84 dei 134 punti nel pitturato e più in generale hanno giocato la loro pallacanestro, in difesa i Bucks non hanno abiurato i propri principi ma hanno operato gli aggiustamenti necessari per sopravvivere alla Oracle Arena. Ovvero: non lasciare spazio alle transizioni rinunciando spesso a lottare a rimbalzo d’attacco, accettare l’idea di cambiare sui pick and roll, fare close-out molto energici anche lasciandosi il proprio uomo alle spalle. E quando hanno costruito il primo break hanno avuto la forza mentale di non adagiarsi. Non solo: i Bucks sono sopravvissuti ma sono usciti dal palazzo trionfanti a braccia alzate, dando in primis a sé stessi un segnale molto chiaro.

Ciò che serviva a Budenholzer in questa primissima fase della stagione era far capire ai suoi nuovi giocatori i principi base di come giocare la sua pallacanestro. I Milwaukee Bucks hanno messo le fondamenta dalle quali partire per fare un ulteriore salto di qualità e superare quel maledetto primo turno playoff, visto che nessun altra squadra in NBA manca così tanto dal secondo turno quanto loro, la cui ultima volta risale addirittura al 2001 e ai tempi di Ray Allen. Se c’è un anno in cui questa maledizione deve essere spezzata, però, non può che essere questo.

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