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02 febbraio 2019

NBA, Kyrie Irving non sa se restare ai Celtics e Boston "studia" la cessione

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A inizio stagione il n°11 dei Celtics aveva promesso amore eterno a Boston, ma le cose non sono andate per il verso giusto negli ultimi mesi. E adesso in molti, a partire dai New York Knicks, sperano di convincerlo il prossimo luglio a cambiare aria

CLAMOROSO A NEW YORK: PORZINGIS SALUTA I KNICKS E VA A DALLAS

BOSTON VINCE AL MADISON E IL PUBBLICO FA IL TIFO PER IRVING

Il calendario NBA è stato molto beffardo con i New York Knicks. Prima la sfida casalinga contro Dallas, corsara sul parquet e soprattutto fuori quando si è trattato di portarsi via Kristaps Porzingis, e poi a seguire quella con i Celtics di Kyrie Irving; diventato in 48 ore la speranza a cui affidare il sogno di rinascita dei Knicks. Con oltre 71 milioni di dollari di spazio salariale "liberato" tra gli altri dalla presenza dei vari Tim Hardaway Jr. e Courtney Lee, New York potrà puntare a ben due free agent di primo livello questa estate e il pubblico della Grande Mela spera che uno di quelli sia Irving. Una festa ogni volta che il n°11 di Boston ha toccato il pallone nel primo quarto della sfida ai Knicks, con il coro “Vogliamo Kyrie” che è risuonato a lungo all’interno del Madison Square Garden. Con un roster in totale dismissione, la testa e le speranze dei tifosi Knicks infatti sono tutte rivolte al prossimo luglio, con la speranza che il corteggiamento vada a buon fine: “Non è nient’altro che una distrazione in questo momento della stagione. Come ho già detto, apprezzo tantissimo il supporto che ricevo dai tifosi in qualsiasi arena NBA. Ma è ovvio che, quando si torna a casa, tutte viene ingigantito in termini di commenti e illazioni; considerazioni che non hanno alcun senso in questa fase della regular season. So che non si può fare nulla per frenare queste voci, accetto a malincuore domande e previsioni. Sono felice e apprezzo chi ha deciso di supportarmi, ma al tempo stesso resto focalizzato sul mio gioco e quello che devo fare con i Celtics”. E a chi gli chiede delle scelte fatte sul mercato dalla squadra di New York negli ultimi giorni risponde: “Rispetto la dirigenza dei Knicks, che chiaramente ha preferito rinunciare a Porzingis per acquisire un vantaggio da sfruttare la prossima estate. Auguro il meglio a questa squadra”. Che passa a questo punto anche dalle sue scelte.

Irving: “Il rinnovo? Ne riparliamo il prossimo 1 luglio”

Prima e dopo la palla a due della sfida vinta senza affanno dai Celtics non si parla d’altro che di lui e del suo contratto: “Deciderò in base a quello che reputerò il meglio per la mia carriera. Questa è la mia posizione sulla questione, che non cambierò nei prossimi mesi. Sono focalizzato soltanto sulla vittoria adesso, da raggiungere a ogni costo con i Celtics. Penso a quello, se volete sapere altro sul mio rinnovo con i Celtics chiedetemelo il prossimo 1 luglio”. Ossia il giorno in cui Irving avrà la possibilità di rinunciare alla sua player option da 21 milioni di dollari per andare a caccia di un nuovo accordo con chiunque abbia lo spazio salariale necessario e non per forza con Boston. Per quello a fine partita, a chi torna sull’argomento, risponde stizzito: “Conoscete già la risposta a questa domanda. Mi rendo conto che al momento il mio nome fa gola, fa comodo ai media e dunque per voi è necessario continuare a cavalcare questi discorsi. Non so bene quale sia il funzionamento che c’è dietro il mondo della comunicazione, ma guardando le cose dal mio punto di vista tutto appare davvero privo di senso. Devo pensare a vincere il titolo NBA quest’anno, restare concentrato su questo nei prossimi mesi. Qualsiasi risposta possa pronunciare alla solita domanda dunque, non avrà mai il senso che voi pensate di potergli dare. Comunque, le cose stanno così: io nel frattempo me ne torno a casa dai miei cari e dai miei amici, ciò che davvero conta nella mia vita”. Suo padre era in prima fila al Madison Square Garden a seguirlo – una cosa che non capita spesso, visto il continuo girovagare negli USA delle squadre NBA – abbracciato con forza una volta che la partita era terminata. Un porto sicuro in mezzo a un mare in tempesta fatto di voci e di un futuro che potrebbe portarlo lontano a giocare più spesso del solito davanti agli occhi di papà Drederick.

Le promesse di ottobre e lo spogliatoio storce il naso

A stridere nei suoi commenti non sono tanto le generiche parole di circostanza – quelle davanti ai microfoni dei giornalisti le usano davvero tutti – quanto il chiaro cambio di rotta rispetto ai proclami di ottobre. In preseason infatti il n°11 dei Celtics giurava amore eterno a Boston: “Credo in questo progetto e nel fatto che ci sia molto margine di crescita – sottolineava prima che la regular season prendesse il via – questo è ciò che mi entusiasma così tanto all’inizio di questa avventura con Boston. Fissare in alto i propri obiettivi e sapere di poterli raggiungere, sperando di non restare ai margini per problemi fisici come successo lo scorso anno. In un’ipotetica lista di preferenze in vista del mio rinnovo di contratto, Boston resta in testa rispetto alle altre”. Affermazioni chiare, ritrattate con quelle delle ultime ore: “È ovvio che le cose in questa stagione non siano andate come pianificato fino a questo momento – prova a giustificarsi – è il rischio di far parte di un gruppo tutto da costruire. Dobbiamo maturare, crescere e io devo essere il primo a fare il mio dovere ogni giorno. Quelle parole era frutto dell’emozione, dell’investitura che ho ricevuto a inizio anno, rientrando da un infortunio e provando a dimostrare di essere il leader di questo gruppo”. Una capacità di guida in parte destabilizzata dalle tante illazioni che stanno circolando sul suo conto: “Tutti mi chiamano e mi chiedono di questo, del rinnovo e di altri scambi da fare. Non mi preoccupo della mia reputazione, sto cercando di fare la scelta migliore per la mia famiglia. Per me è una nuova esperienza; quella di essere al centro di ogni discussione sul mercato: è incredibile come queste cose riescano a filtrare nello spogliatoio. Voi giornalisti siete la rovina della distruzione di buona parte dei rapporti tra compagni di squadra. Questa è un’industria che deve intrattenere il pubblico, ma io non voglio farne parte. Non me ne vado in giro a sbandierare le mie decisioni a chiunque. Spero soltanto che qualcuno inizi a rispettare la mia scelta”. 

L’intreccio con l’affare Anthony Davis e le opzioni per i Celtics

La dirigenza dei Celtics dunque non può restare a guardare, alle prese con una grana più complicata del previsto e dovendo pianificare il modo di agire senza sapere cosa le riserverà il futuro. L'importante è valutare ogni scenario ed evitare di farsi cogliere di sorpresa. Boston vuole puntare a Anthony Davis - nessuno ne ha mai fatto mistero - ma il n°23 dei Pelicans ha espresso scetticismo nei confronti dei bianco-verdi, convinto che Irving sia pronto a partire in estate lasciando il Massachusetts (il sasso nello stagno delle polemiche lo ha lanciato lui). Inoltre i Celtics, avendo già fatto una trade per prendere l’ex giocatore dei Cavaliers, non possono scambiare anche per Davis (il CBA non lo permette), dovendo dunque aspettare luglio e l’eventuale rinnovo/dipartita di Kyrie. Cosa fare a questo punto? Avere Irving dalla propria sarebbe il lascia-passare ideale per arrivare al giocatore dei Pelicans, ma al tempo stesso stringere un accordo con Davis è l’unico modo al momento per motivare e prolungare il rapporto con il n°11 Celtics. Un cane che si morde la coda, un intreccio complicato e con il rischio che prima del 7 febbraio arrivino altri (ogni riferimento ai Lakers non è puramente casuale) a portare via Davis e far cadere il castello di carte, lasciando Boston senza un All-Star di primo livello dal prossimo luglio. Danny Ainge, che non è nuovo a colpi di scena improvvisi sul mercato, sta per questo motivo valutando una cessione immediata di Irving, andando magari a caccia di asset a cui i Pelicans sono interessati – scelte al Draft e giovani in particolare – per chiudere il colpo Davis in poche ore prima della deadline di febbraio. A quel punto toccherebbe convincere il n°23 a restare anche oltre il prossimo giugno, ma è un rischio che Boston sente di poter correre. Anche perché aspettare potrebbe disarmare i bianco-verdi, frenando in maniera brusca un percorso di crescita che fino a qualche mese fa puntava dritto verso il titolo NBA.

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