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14 marzo 2019

NBA, welcome to Atlanta: la ricostruzione degli Hawks con John Collins e Trae Young

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Gli Atlanta Hawks non hanno mai nascosto di essere in ricostruzione, ma stanno vincendo perfino più di quanto dovrebbero. E con due possibili scelte in top-6 nel prossimo Draft, il futuro è più roseo che mai

Per la seconda stagione consecutiva, dopo che il loro nome era stato tirato in ballo numerose volte tra voci e ipotesi varie, gli Atlanta Hawks hanno lasciato trascorrere la trade deadline senza entrare in alcuno scambio rilevante.

Il telefono dei vari Kent Bazemore, Dewayne Dedmon, Jeremy Lin e Taurean Prince – che erano i quattro nomi più chiacchierati a ridosso del 7 febbraio – è rimasto silente. Nessuna valigia da preparare, nessun trasloco da organizzare. Come inizialmente successo con Marco Belinelli ed Ersan Ilyasova lo scorso anno, sono stati trattenuti sul mercato prima che alcuni di essi venissero liberati con un buyout.

Il motivo alla base di questo immobilismo, in entrambe le circostanze, va cercato all’interno della strategia ben definita e precisa di Travis Schlenk, General Manager della franchigia dal maggio 2017. Una strategia costruita sui solidi pilastri della crescita e dello sviluppo dei giocatori, e messa in pratica grazie al mantenimento di un’ampia flessibilità salariale e all’accumulo di scelte al Draft, che saranno cinque il prossimo 20 giugno – due al primo giro (al momento la 5 e la 6, in attesa della Lottery) e tre al secondo. Difficile convincere Schlenk a discostarsi da questi binari, anche al costo di concedere il buyout a quegli stessi giocatori che lui stesso, apparentemente, non è stato in grado di scambiare – o più semplicemente, in cambio dei quali gli veniva sempre richiesto l’accollo di un contratto sgradito.

Lo scorso anno furono l’azzurro e il veterano turco a lasciare Atlanta una manciata di giorni dopo la chiusura del mercato. Quest’anno è toccato a Jeremy Lin, partito dalla Georgia con destinazione Toronto. Non è attorno ai veterani, infatti, che coach Lloyd Pierce sta cercando di costruire la rinnovata identità degli Atlanta Hawks. L’ex assistente di Cleveland, Golden State, Memphis e Philadelphia ha battuto la concorrenza estiva degli altri candidati grazie alla sua spiccata impronta difensiva e, soprattutto, alle sue ben note doti di sviluppatore di talenti, di instancabile lavoratore e di mentore per i giocatori più giovani. Una materia prima che ad Atlanta non sembra mancare. Anzi.

Con due terzi di stagione abbondantemente in archivio, i primi due giocatori per minuti giocati, punti realizzati e Usage Rate sono John Collins e Trae Young, chiamati rispettivamente con la 19^ scelta del Draft 2017 e con la 5^ del Draft 2018. Anche se è più probabile che abbiate sentito parlar di loro per lo sciagurato tentativo di schiacciare sorvolando una fedele riproduzione del Wright Flyer – nel caso di Collins – e per l’esser stato preferito a Luka Doncic in sede di Draft – nel caso di Young.

Spoiler: c’è molto altro.

A voler riassumere sommariamente i fatti, John Collins e Trae Young sono il motivo principale per cui gli Atlanta Hawks non riescono a perdere quanto dovrebbero, e si sono allontanati gradualmente dalle squadre con il peggior record della Lega, nonché dalla possibilità di avere la più alta probabilità di scegliere per primi il prossimo giugno. Il loro record, dopo le 6 vittorie e 23 sconfitte con cui hanno iniziato la stagione, è proseguito con 18 vittorie nei successivi 40 incontri, incluso un tour di sette trasferte consecutive tra gennaio e febbraio chiuso con saldo positivo.

In termini di gap, gli Atlanta Hawks sono più vicini all’ottavo posto dei Miami Heat che al quindicesimo dei New York Knicks. E mentre nella Grande Mela si sogna in grande, photoshoppando le uniformi blu e arancio sulle spalle di Zion Williamson e dei più appetitosi free agent della prossima estate, ad Atlanta inizia a farsi largo la viva convinzione che il processo di ricostruzione della squadra potrebbe essere in una fase meno embrionale di quanto si creda.

“Quello che hanno preferito a Luka Doncic”

Entrato nella Lega con una miriade di occhi addosso – sia per i lampi fatti intravedere con la canotta di Oklahoma University, che per il suddetto scambio con il 20enne sloveno – sin dalla Summer League di Salt Lake City l’ex Sooner ha faticato più del previsto ad adattarsi ai parametri NBA, contribuendo suo malgrado ad alimentare il mormorio di sottofondo.

Grazie alla fiducia incondizionata riposta in lui da coach Pierce sin dalla prima palla a due, però, Young ha potuto lavorare sul suo gioco con serenità e senza eccessive pressioni, crescendo con costanza nelle percentuali dall’arco – 19.8% a novembre, 34% nei due mesi successivi, 43.7% a febbraio – e nella produzione offensiva, passando da 97.4 a 113.8 di rating offensivo nel medesimo arco di tempo.

La sfrontatezza con cui scocca il tiro da distanze siderali, poi, ha contribuito a far ricredere su di lui anche quella parte di platea che non si era lasciata convincere dai freddi numeri.

Quasi il 30% dei suoi tiri sono triple prese dal palleggio, e anche in questo caso le percentuali di realizzazione sono schizzate nei primi mesi del 2019: 33.3% a gennaio, 44.1% a febbraio.

Non sono solo le triple, però, a far parlare di Young. La quinta scelta assoluta dello scorso Draft è ottava nella graduatoria NBA degli assist a partita con 7.8 – primo per distacco tra i rookie –, fondamentale nel quale ha sempre messo in mostra una padronanza straordinaria del tempo e dello spazio, e sul quale, nel suo inizio difficile, è andato a poggiare con pazienza gli altri mattoncini del suo gioco.

“So che in qualche modo me l’avrebbe fatta arrivare: con lui bisogna sempre farsi trovare pronti”: pensieri e parole di Omari Spellman, che in una partita contro i Los Angeles Lakers si è visto recapitare il pallone dopo che questo era passato tra le gambe di LeBron James.

Di tenore opposto, purtroppo, sono le considerazioni circa il suo apporto nella metà campo difensiva, dove viene preso costantemente di mira dai blocchi dei lunghi avversari, sui quali è spesso costretto a cambiare con risultati a dir poco rivedibili.

Uno schema che tende a ripetersi con troppa facilità: blocco appena accennato di Aldridge, White si butta dentro e il numero 11 degli Hawks alza bandiera bianca. Solo Taurean Prince fa peggio di lui in termini di rating difensivo – 114.4 per l’ex Baylor, 112.9 per Young.

“Quello che ha provato a schiacciare saltando un aereo con la sciarpa addosso”

Dei 540 assist serviti da Young nelle prime 69 partite di regular season, 121 hanno avuto come destinatario John Collins. Una percentuale del 22.4%, dato reso ancor più ragguardevole dal fatto che Collins ha fatto il suo esordio il 17 novembre, saltando le prime 15 partite per un infortunio alla caviglia.

Questa cosa è bellissima.

A dispetto dello stop prolungato, il prodotto di Wake Forest ha non solo confermato quanto di buono fatto vedere nel suo anno da esordiente, ma ha messo in mostra un rinnovato arsenale offensivo, che oltre a vederlo veleggiare con regolarità sopra al ferro, lo porta più frequentemente oltre la linea da tre punti,  da dove fa partire 2.5 tiri a partita segnandone il 37.9%. Lo scorso anno erano 0.6 con il 34%.

A sinistra, le 74 partite della stagione da rookie; a destra, le 46 in cui è sceso in campo quest’anno.

La doppia dimensione che Collins è riuscito a dare al suo gioco nell’arco di due stagioni scarse lo rende senza alcun dubbio tra i lunghi più intriganti della Lega e a posteriori la sua chiamata con il 19esimo pick può essere considerata uno dei furti meglio riusciti del Draft, al pari di O.G. Anunoby e Kyle Kuzma.

Giannis Antetokounmpo, Anthony Davis, Nikola Vucevic, Russell Westbrook, Joel Embiid, Nikola Jokic, Karl-Anthony Towns e Lauri Markkanen: sono questi gli altri otto giocatori che in stagione hanno mantenuto medie di almeno 19 punti e 9 rimbalzi a partiti. Il nono è John Collins.

Il supporting cast

C’hanno messo davvero poco ad iniziare a girare. Questione di poche ore. Uno dei più divertenti ritraeva il disegno sghembo di un gatto fatto da una bambina passando il pennarello attorno al suo gatto vero. Il micio peloso nella parte dei Golden State Warriors, quello disegnato nella parte degli Atlanta Hawks.

I meme che ironizzavano sulla combinazione di scelte operata da Travis Schlenk al Draft 2018 – Trae Young, Kevin Huerter e Omari Spellman – e sulla loro somiglianza fisica e tecnica con il ben più noto terzetto composto da Steph Curry, Klay Thompson e Draymond Green, obiettivamente, avevano ragione di esistere. E il fatto che tali scelte fossero firmate dall’ex assistente di Bob Myers non poteva che amplificarne l’effetto.

Poi Kevin Huerter si è messo a tirare come aveva ampiamente dimostrato di saper fare nei suoi due anni a Maryland, e le risatine di sottofondo si sono zittite.

Per quattro volte in stagione l’ex Terrapins ha mandato a referto almeno cinque triple realizzate, e il suo 38.6% al tiro da tre lo piazza al terzo posto tra i rookie con almeno 10 minuti di impiego a partita. Certo, per potersi avventurare nel pitturato e far valere i suoi 201 centimetri anche nei pressi del ferro c’è bisogno che rinforzi il telaio, ma la strada intrapresa è quella giusta. E le intuizioni che ha lasciato intravedere in termini di passaggio e visione di gioco sono molto intriganti.

Young, Collins, Huerter: tre indizi che potrebbero diventare quattro se si tenesse conto del recupero psico-fisico di Spellman, rallentato da infortuni e problemi di peso, ma che nel suo rimbalzare tra gli Hawks e la loro squadra affiliata in G-League ha già fatto vedere alcuni lampi di pura energia. Tre indizi a supporto di quella tesi fondata sullo sviluppo dei giocatori più giovani e sull’impianto di una cultura positiva e vincente il più velocemente possibile. Perché se è vero che per rifondare è necessario fare piazza pulita, è altrettanto vero che l’abitudine alla sconfitta lascia segni difficili da lavare di dosso.

Coach Pierce ne è ben consapevole, e non è un caso che una delle voci più ascoltate nello spogliatoio sia quella del 42enne Vince Carter, giunto ad Atlanta con compiti e ruoli ben definiti, e che oltre alla leadership e al fare da mentore a ragazzi con anche 20 anni in meno di lui, riesce ancora a levarsi qualche sfizio.

42 anni, 23 stagioni nella lega, and counting.

Lontani da riflettori e prime pagine, quindi, gli Hawks hanno posto le fondamenta per una ricostruzione solida e duratura nel tempo. Senza inventarsi nulla di nuovo, senza motti o proclami, ed evitando che la sconfitta calcolata e sistematica entri a far parte dell’equazione.

Pur trattandosi della città sede della Coca Cola Company, non esistono ingredienti segreti. La ricetta è di dominio pubblico e ha già funzionato in altre sedi – citofonare Denver Nuggets per conferme. La vera differenza la faranno le capacità del materiale umano a disposizione. E mai come in questo caso gli Atlanta Hawks sembrano essere in ottime mani.

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