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NBA: tassa di lusso, come risolvere il problema? La proposta di Forbes

coronavirus
©Getty

Con il prevedibile calo del fatturato NBA, scenderà anche la soglia del salary cap e quella della tassa di lusso - mettendo in difficoltà diverse franchigie che avevano fatto i calcoli rispetto a cifre ben diverse. L’idea lanciata da Forbes, per garantire alle squadre una via di fuga, è quella di concedere a tutti - anche a chi lo ha già fatto - l’utilizzo della Amnesty Clause

Con la pandemia da coronavirus e tutte le conseguenze finanziare a essa legate bisognerà fare i conti ancora a lungo. Un sistema complesso come quello del salary cap NBA, pieno di regole e parametri da rispettare, dovrà inevitabilmente trovare un modo per adattarsi e capire in che modo redistribuire i guadagni di un business che subirà certamente un duro colpo. Adam Silver nelle scorse ore è tornato sull’argomento, sottolineando come le clausole applicate per distribuire le perdite tra giocatori e franchigie in realtà non fossero state pensate “per far fronte a una lunga pandemia”. Ogni eventuale modifica della distribuzione degli introiti - che al momento prevede che il 51% vada alla lega e il 49% ai giocatori - non avverrà prima di settembre, quando si spera la situazione sarà più chiara. A preoccupare non poco i proprietari NBA però è anche un altro aspetto: la gestione della tassa di lusso, una questione tutt’altro che secondaria in caso di una cospicua perdita d’incasso da parte delle squadre. La soglia a cui viene fissata la cifra oltre la quale le franchigie sono costrette a versare la tassa di lusso infatti è calcolata in funzione del salary cap, ossia delle redistribuzione degli introiti generati dalla NBA nel suo complesso. A seguito dell’inevitabile riduzione delle entrate, entrambe quelle quote si abbasseranno (non poco) - in netta controtendenza rispetto a quanto accaduto negli ultimi anni, caratterizzati da una crescita costante. In soldoni: le previsioni precedenti alla sospensione della regular season prevedevano un salary cap per il prossimo anno da 109.1 milioni di dollari e, di conseguenza, una tassa di lusso da pagare per tutti quelli che avrebbero superato i 132.6 milioni di dollari. Cifre che saranno riviste certamente a ribasso, ma rispetto alle quali le franchigie NBA avevano fatto i conti fino a tre mesi fa. La domanda quindi sorge spontanea: se la quota scende, in quanti dovranno iniziare a pagare la tassa di lusso? Come rimediare a questo problema?

Il caso Sixers e quello Rockets: come (provare) a evitare di spendere troppo

Lo spunto è nato grazie a un approfondimento pubblicato da Forbes che ha proposto di mettere di nuovo a disposizione - per chi ne avesse già fatto uso dall’ultima firma sul nuovo CBA - della Amnesty Clause. Una clausola che permette una tantum alle franchigie di cancellare un contratto pesante dal loro cap, continuando sempre a versare quei soldi al diretto interessato ma alleggerendo non poco la quota totale rispetto a cui calcolare la soglia della luxury tax ad esempio. Una carta che diverse franchigie potrebbero ritrovarsi a giocare e che tuttavia non sarebbe obbligatoria per nessuno: una scialuppa di salvataggio per chi non vuole affondare sotto il peso delle tasse da versare alle altre squadre virtuose. Tra le ipotesi contemplate da Forbes, vengono citati due esempi. Il primo riguarda gli Houston Rockets, che il prossimo anno si ritroveranno a pagare circa 130.4 milioni di dollari - 2.2 milioni in meno rispetto alla soglia prevista per la tassa di lusso. Con il calo quindi i texani dovranno versare diversi milioni “imprevisti” di tasse - un’eventualità che i Rockets volevano scongiurare. Nel loro caso, soprattutto qualora la soglia scendesse di oltre 7.2 milioni, potrebbe convenire liberarsi ad esempio del contratto da 54.6 milioni di Eric Gordon - tassello fondamentale sul parquet, ma il contratto “pesante” da sacrificare che permetterebbe di dare tornare al di sotto della soglia di guardia. Discorso ancora più delicato che i Sixers, che veleggiano verso la cifra di 147 milioni di dollari complessivi - ossia un valore già superiore rispetto alla tassa di lusso prevista. Con un ulteriore calo però, l’impatto sarebbe enorme, tanto da portare Philadelphia - qualora potesse disporre della clausola - a considerare di sgravare il cap del contratto di Al Horford: arrivato la scorsa estate e mai inserito del tutto in questi mesi difficili. Un sacrificio necessario, ma che potrebbe avere un senso qualora l’impatto del coronavirus sull’economia NBA risulti così ingente.

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