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05 febbraio 2010

Ricordando Calgary '88: quando perdere dà la gloria

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Alberto Tomba, mito vivente ed eroe delle Olimpiadi di Calgary 1988, in Canada

Nelle ultime Olimpiadi disputate sul suolo canadese ci furono “perdenti” diventati celebri per l’originalità delle loro imprese: la squadra giamaicana di bob, il fondista messicano o il mitico salto di Eddie The Eagle. IL VIDEO E LO SPECIALE OLIMPIADI

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di Luca Di Garbo

Alle Olimpiadi ci sono perdenti e perdenti. C’è l’argento per un centesimo, quello che "rosica" per il quarto posto, quello battuto con margine rispettabile e infine quello che del margine se ne infischia. E’ capitato che per un rovescio della medaglia - di nome e di fatto - proprio gli appartenenti a quest’ultima categoria fossero elevati a livelli di attenzione tali da far invidia persino ai vincitori.

Le ultime Olimpiadi che si svolsero in Canada - a Calgary nel 1988 - passarono alla storia proprio per alcune partecipazioni all’insegna dello spirito sportivo di decoubertiniana memoria. Chi non ricorda la prima apparizione olimpica della squadra nazionale giamaicana di bob? Il quartetto si ribaltò a metà gara e fu portato a mano fino al traguardo  dagli atleti stessi. Il successo però fu indiscusso, tanto che la Disney si ispirò all’impresa sportiva per il film “Cool Runnings”.

Chi si ricorda invece del messicano Roberto Alvarez? Partecipò alla 50 km di fondo, anche se non aveva mai percorso più di 20 chilometri sulla neve in vita sua. Come finì? A premiazione già avvenuta i commissari di gara, temendo che Alvarez si fosse perduto, inviarono un gruppo di soccorso alla ricerca. Invece Alvarez, stoico, arrivò al traguardo. 52 minuti dopo il penultimo, ma arrivò. Alla rassegna olimpica di Calgary parteciparono anche due principi: Alberto di Monaco nel bob a due e il messicano Hubertus von Hohenlohe che nello slalom gigante finì a 28 secondi dall’oro azzurro di Alberto Tomba.

Ma il personaggio che più di tutto calamitò le attenzioni dei media alle Olimpiadi di Calgary fu il britannico Eddie “The Eagle” Edwards. Faccia occhialuta da studente secchione, fisico gracilino, prototipo del non-atleta, Eddie aveva un sogno: partecipare alle Olimpiadi. Ci provò con lo sci di fondo. I risultati erano talmente scarsi, però, che non riuscì nemmeno ad avvicinare i livelli già più che modesti dei fondisti britannici. Preferì così puntare su una disciplina in cui la Gran Bretagna non aveva mai avuto nessun rappresentante: il salto. Non si sa come ma Eddie convinse la federazione del suo paese a portarlo ai Giochi: primo rappresentante britannico nella storia di questa disciplina.



Si racconta che persino l’allora presidente americano, Ronald Reagan, interruppe una riunione per assistere alla prova di “The Eagle”. Eddie saltò 57.5 metri. Il vincitore, il finlandese Nykanen, 224. Mai ultima piazza fu tanto insignificante dal punto di vista sportivo e rilevante sul piano mediatico. Edwards divenne una celebrità, fu acclamato in patria e divenne un ambitissimo volto promozionale. Il presidente del Comitato organizzatore, durante la cerimonia di chiusura disse: “In questi giochi alcuni atleti hanno vinto l’oro, altri hanno battuto record e qualcuno si è persino alzato in volo come un’aquila”. A queste parole i centomila presenti allo stadio iniziarono a intonare in coro “Eddie! Eddie!”.

Proprio pochi giorni fa, Eddie ha fatto ritorno in Canada come staffettista della torcia olimpica delle Olimpiadi di Vancouver. In un’intervista alla stampa canadese ha dichiarato che lo spirito olimpico di allora non è più lo stesso. Subito dopo quella sua apparizione, infatti, il Cio diede vita alla cosiddetta “Eddie Eagle Rule”, una regola che ha reso più restrittivi i criteri per la partecipazione alle Olimpiadi ai sognatori come Eddie. Tempo fa “The Eagle” ha confidato al Guardian: “Avevo paura di saltare, c’era sempre la possibilità che il mio prossimo salto sarebbe stato l’ultimo”. E invece ce l'ha fatta. Well done, Eddie. Bravissimo.

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