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16 agosto 2010

Giochi giovanili, ecco com'è l'altra faccia di Singapore

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Dalla gioia per le ragazze iraniane del calcio, vittoriose in calzoni lunghi e copricapo, alla figuraccia della finale del taekwondo dove un atleta iraniano non ha voluto affrontare il rivale israeliano: un calcione ai valori dell'olimpismo

di Elisa Calcamuggi

La gioia delle ragazze dell'Iran non è solo per la prima vittoria dopo la sconfitta contro la Turchia: sanno che in campo si affronta di tutto: il successo e la disfatta. Il trionfo - quello vero -  è esserci, giocare rispettando le regole dell'Islam -che vietano loro di scoprire gambe e viso - senza infrangere quelle della Fifa. Copricapo e calzoni sono stati la soluzione. Un segno per vivere la propria fede, un compromesso per il rispetto di tutti. Così lo sport fa riflettere ed importante è che lo facciano i ragazzi perché il confronto li porta a crescere.

Una sorta finestra sul mondo che si è aperta anche ad Haiti, presente perché gli occhi di questi giovani dovevano smettere di vedere distruzione e un futuro senza speranza. Avevano bisogno di normalità, di spensieratezza e questi Giochi gliene hanno regalata un po'. Insieme ai sorrisi che si vedono sugli spalti mescolati alle esultanze dei fans e agli sguardi ammirati dei genitori.

Il papà di Haung Chao non incontrava il figlio da 6 anni: da quando Haung lasciò la Cina per diventare un atleta a Singapore, la città che l'ha adottato. Lasciarlo andare è stata la fatica più grande, ma vederlo adesso ripaga la malinconia dell'assenza. Non c'è giustificazione invece per un'assenza più grande: nella finale del Taekwondo un atleta iraniano non ha affrontare il suo avversario israeliano per un infortunio che ha destato molti sospetti. Ha saltato anche la premiazione: un comportamento che sembra più figlio di rancori che appartengono al mondo adulto che una scelta personale. Un calcio girato ai valori dell'olimpismo, che non ha steso la fratellanza che si respira a Singapore.

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