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16 gennaio 2016

Molfetta, ultima chiamata per Rio: "Così ho cambiato il mio taekwondo"

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L'INTERVISTA. Il campione olimpico è a Istanbul con la squadra azzurra per cercare la qualificazione ai prossimi Giochi: "Sono in forma, mentalmente al top e ho adattato il mio modo di combattere al 'Tkd 2.0', quello dei più giovani. La mia forza? E' tutta nella famiglia"

Faccia d'angelo, ma se s'incavola sono guai. E speriamo che Carlo Molfetta sia incavolato al punto giusto domenica in Turchia, dove si giocherà l'ultima possibilità per qualificarsi ai Giochi di Rio 2016. Un percorso lungo e in parte tortuoso quello che lo ha portato a questo decisivo appuntamento sul tatami di Istanbul. Dopo aver vissuto i Giochi Europei di Baku da commentatore per Sky Sport, sono cominciati sei mesi di duro lavoro: "Non è stato facile, anche per qualche problema muscolare. Comunque un periodo intenso e cominciato male, con un Grand Prix disastroso ad agosto".

Cos'è cambiato da allora?
"E' scattato qualcosa dentro, una notevole voglia di riscatto. Mi sono rimesso al lavoro andando per gradi, senza strafare e con l'obiettivo di recuperare del tutto la condizione".

E ora come stai?
"Innanzitutto non ho più subìto infortuni. Magari ho meno elasticità di una volta, ma è uyna flessione minima. Direi fisiologica e probabilmente non decisiva. In generale guardo a quello che ho fatto e a quello che dovrò fare qui in Turchia con molta tranquillità. Mi sento più maturo e riflessivo, quindi posso dire di stare veramente bene. Questo non vuol dire che in me non ci sia la tensione giusta per affrontare l'impegno. Anzi.".

A Istanbul oggi c'è il miglior Molfetta di sempre?
"Il taekwondo è imprevedibile. Magari chi è al top rischia di scivolare lì dove nessuno se lo aspetta. Ripeto, sto bene e soprattutto ho adattato il mio modo di combattere".

Ci spieghi cosa vuol dire?
"Durante Baku in tv abbiamo raccontato insieme quello che abbiamo definito il taekwondo 2.0, il modo di combattere dei giovani con la 'gambetta avanti' pronta a colpire come una fionda. In sostanza, più fioretto che potenza. Mi sono concentrato parecchio su questa cosa".

E' una rinuncia alla potenza? 
"No, ci mancherebbe. Anche perché la potenza non può non esserci in una categoria come quella che mi ha visto vincere alle ultime Olimpiadi (+80 Kg, ndr). Dico solo che ho capito di dover fondere le due anime del tdk moderno, 2.0 appunto".

Londra 2012. E' un'ossessione quella medaglia? Non ti senti sotto pressione e obbligato ad andare a Rio?
"A Rio non devo andare, voglio andare. Una volta il Segretario Generale della nostra Federazione, Angelo Cito, mi ha detto che 'un campione olimpico viene ricordato per sempre, mentre una mancata qualificazione viene dimenticata'. Ed è vero. Pensate a cosa è successo nella boxe a Maddaloni: tutti ricordano l'oro vinto a Sydney e non certo la sua assenza ai Giochi di Atene. Ecco, questa frase del Segretario mi ha ulteriormente rasserenato. La pressione che sento è solo quella che io stesso mi creo. Non viene dall'esterno o da situazioni precedenti". 

L'avversario più tosto di questo fine settimana?
"Dovessi arrivare in semifinale, e i posti per Rio sono due, potrei incontrare il britannico Cho. L'ho già affrontato un paio di volte, con un successo per parte. E quando ho vinto non avevo la stessa forma di ora".

Oltre che nei calci e nei pugni, dov'è la tua forza?
"Zero dubbi in proposito. Mia moglie e la mia famiglia".

Ma allora hai già vinto...
"Ci risentiamo domenica sera...".
 

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