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02 gennaio 2012

Londra 2012, dall'Afghanistan per mettere al tappeto i tabù

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Shabnam e Sadaf Rahimi, le due ragazze afghane in corsa per una medaglia olimpica

Fare a pugni per conquistare la libertà di essere donna. Due ragazze afghane, Shabnam e Sadaf, sono in corsa per una medaglia olimpica nella boxe ai Giochi. Ora si allenano in una specie di palestra con specchi rotti, muri a brandelli e vecchi sacchi

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Fare a pugni per conquistare la libertà di essere donna. Storia dal sapore amaro e apparentemente d'altri tempi, ma che in realtà è tremendamente attuale come dimostra la passione per la boxe di due ragazze afghane in corsa per una medaglia olimpica ai Giochi di Londra 2012. Una vita cominciata già alle corde per difendersi dalla cultura maschilista del loro paese e poi finita a incrociare i guantoni sul ring, quella di Shabnam e Sadaf Rahimi.

La missione che attende le due sorelle della nazionale afghana di pugilato che va inevitabilmente oltre lo sport per dare il loro contributo alla lotta per i diritti delle donne. E vincere una medaglia alle Olimpiadi sarebbe un trionfo ben più ampio rispetto ad semplice risultato sportivo. Impegno tanto più arduo se si pensa a dove Shabnam e Sadaf sono costrette ad allenarsi: una specie di palestra con specchi rotti, muri a brandelli e vecchi sacchi da boxe. Alcune ragazze sono costrette ad indossare delle maschere per non respirare la polvere che vola via dal pavimento. Ma nonostante tutto per le due sorelle poter salire sul ring e combattere è come aver trasformato un sogno in realtà: "Era il mio sogno di diventare un pugile. In un primo momento mio padre non era affatto d'accordo con me - ha ammesso la 18enne Sadaf quasi senza fiato dopo aver preso a pugni il sacco - Dopo aver ottenuto la mia prima medaglia ha cambiato idea".

La boxe femminile è ancora relativamente poco praticata in diversi paesi ma specialmente in Afghanistan, dove molte ragazze e le donne devono ancora lottare per garantirsi un'istruzione o un anno di lavoro, e gli attivisti dicono che le violenze e gli abusi in casa sono all'ordine del giorno. "Qualche anno fa - racconta Shabnam - qualcuno ha chiamato mio padre, per minacciarlo, e dirgli che ci avrebbero rapito o ucciso, se avesse continuato a permetterci di allenarci". Ma il sogno delle due sorelle non si è interrotto, e schivando i colpi dell'intolleranza conta di mettere al tappeto ogni discriminazione.

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