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11 febbraio 2014

Sprint, effetto Bradbury: cadono in tre e Joensson li beffa

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Emil Joensson, semi-svenuto al traguardo dopo la fatica immane (Foto Getty)

Come il pattinatore australiano che nel 2002 vinse la medaglia d'oro a Salt Lake City , Emil Joensson a Sochi ha portato a casa un incredibile bronzo: spacciato dopo poche centinaia di metri, ha sfruttato la caduta di tre avversari

di Francesco Giambertone

Anche Sochi ha il suo Steven Bradbury. La storia del pattinatore che vinse l’oro nello short track sfruttando la caduta di tutti gli avversari si è ripetuta, con altri protagonisti e modalità, in Russia. Non nel pattinaggio sul ghiaccio, dove cadute di questo genere capitano spesso, ma nello sci di fondo. E ad esultare è stato lo svedese Emil Joensson, fortunato ma tenace vincitore di un’incredibile medaglia di bronzo nella finale sprint.

Dopo le qualifiche, i quarti e le semifinali, corse tutte in mattinata, alla gara più importante si presentano in sei. L’avvio di Joensson, specialista dello sprint mai andato oltre un bronzo ai mondiali, non è male. Parte forte, è in gruppo, ma alla prima salita cede subito. L’acido lattico accumulato nelle gare precedenti gli spezza le gambe, mentre gli altri cinque se ne vanno. Hattestad e Peterson fanno il vuoto, resta aperta la lotta per il terzo posto. Joensson perde tutti di vista, smette di darci dentro e pensa solo a finire la gara. Ma in pista, davanti a lui, sta per succedere l’impensabile.

In un punto delicato ma non impossibile, una curva stretta e rapida a circa un terzo del tracciato, il norvegese Gloersen arriva troppo veloce e perde l’equilibrio. Dietro di lui scivola anche lo svedese Hellner: sono in due per terra. Ustiugov è troppo vicino e non riesce ad evitare Hellner, travolgendolo. I tre ci mettono una decina di secondi a rialzarsi. Sanno che c’è ancora una medaglia in palio. Ma a quel punto arriva Joensson. E’ l’unico senza ammaccature, al contrario del compagno di nazionale, che chiuderà ultimo con quasi due minuti di ritardo. Qui ricomincia la gara di Emil Joensson, che tira fuori tutte le energie rimaste e si rimette a spingere alla grande.

All’ultimo rettilineo lo svedese sbuca davanti a Gloersen. Gli è davanti per una manciata di secondi. Ci dà dentro ancora per qualche metro fino a perdere il fiato, taglia la linea del traguardo e crolla a terra un metro dopo distrutto dalla fatica, quasi svenuto. È medaglia di bronzo. È lui, questa volta, il “last man standing”. Perché, come insegna Bradbury, a volte l’importante è rimanere in piedi.

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