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19 febbraio 2014

Elogio del biathlon, che discende dalla fame e dalla caccia

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La medaglia di bronzo italiana nella staffetta mista è l'occasione per celebrare una disciplina che discende diretta dalla caccia tra i boschi dell'uomo delle nevi. Tra suggestioni romantiche e qualità altrove sconosciute: forza, precisione, fatica

di Paolo Pagani

Quando l'uomo scandinavo, qualche diecina di secoli fa, non disponendo ancora di supermarket con alci surgelate e alghe bio nei dintorni delle steppe, avvertiva i morsi della fame, lì senza saperlo inventò il biathlon. Sport ancestrale, dunque. Primigenio. Chimicamente puro. Come qualunque attività umana strettamente legata al bisogno. Che, solo una volta soddisfatto, poteva essere sublimato in ludico desiderio, secondo quanto il dottor Freud si incaricò di dimostrare qualche secolo dopo. Ma standosene per lo più a riflettere in un caldo e borghesissimo appartamento viennese di Bergasse 19, anziché nelle steppe glaciali tra lupi e tormente.

Discendente diretto della caccia sugli sci, pura pratica di sostentamento materiale, il biathlon è sport per eccellenza perché naturale come la difesa della vita stessa. Forza, precisione, resistenza, self control. Dagli spasmi del diaframma, che un buon tiratore deve saper tenere a bada perché dal suo mirino non scappi via la preda in un improvviso tremore di polso, a quelli della fatica bruta. Controllo nello sforzo. Infilare ai piedi (gelati) due assi di legno (ora mescola di leghe ben più smart e tecno), uscire sulla neve e tra i larici, addocchiare selvaggina con occhioni teneri e spersi, procacciarla per la tribù, e via a ricominciare così l'indomani, in una coazione a ripetere ancestrale. Per questo il biathlon dovette, a un certo punto, ricevere l'imprinting militare. Maneggiare armi divenne, nei secoli della civilizzazione europea, hobby per nobiluomini adusi a disciplina e a sacrificio, se poi c'entrava anche l'onore ancora meglio. Tant'è che, nel 1895 in Germania e nel 1912 in Norvegia, la partecipazione alle prime kermesse ufficiali dei biathleti era riservata a militari o a circoli di ufficiali coi baffoni a manubrio. E quando entrò addirittura di mezzo la patria o la bandiera, non solo lo stomaco contratto dalle ristrettezze naturali e non più il superiority complex di una casta, gli sci stretti traghettarono i maneggiatori di carabina sui podi delle gare sportive.

Il caso, o la necessità, hanno ora voluto che il biathlon regalasse anche alla patria mediterranea della pizza (meglio: dello speck, visto che i campioni sono per lo più altoatesini) il massimo degli onori. Una medaglia. E che sia avvenuto tra le bianche cime del Caucaso dove sino ai tempi di Tolstoj imperversavano Imam e armi bianche sguainate, ciò aggiunge fascino al romanzo. Qui dove scintillavano pugnali scintillanti di cosacchi e cadetti russi in battaglia, il più autentico degli sport ha squadernato la sua impareggiabile magia.

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