05 novembre 2008

Obama, un presidente per sport

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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama durante una partita di baseball

La corsa vincente alla Casa Bianca è fatta di tante partite di basket, persino prima dello scrutinio. Storia di un leader che ama le imprese impossibili, come tanti campioni neri ma non soltanto. Viaggio nell'America che, con i record, ha stupito il mondo

C'è una strada che porta alla Casa Bianca e non è d'asfalto, ma lastricata di imprese sportive. Barack Obama ha percorso anche quella per arrivare a Washington. Il primo afroamericano a diventare presidente degli Stati Uniti non ha bisogno di fare altro per entrare nella storia: ma se vuole restarci, come un grande presidente, allora sì. L'esempio ce l'ha, dallo sport, che ama al punto di fare una partitina a basket il giorno prima delle elezioni per sconfiggere l'ansia. La storia, quella dello sport racconta che c'è chi giocando ha battuto i pregiudizi razziali. Come Jackie Robinson: il primo atleta di colore a lasciare il ghetto della Nigroleague di baseball per le Major. Jesse Owens invece aveva sfidato l'odio sfilando davanti a Hitler con 4 ori al collo, ma tornato in patria, non fu nemmeno ricevuto dal presidente Roosvelt. Altro che Casa Bianca: Arthur Ashe, il primo afroamericano ad essere selezionato per la squadra USA di Coppa Davis, all'inizio della sua carriera non poteva neppure entrare negli spogliatoi.

Tommy Smith e John Carlos sul podio di Città del Messico alzarono il pugno vestito da un guanto nero, simbolo del movimento Black Power: vennero espulsi dal comitato olimpico internazionale, ma se oggi Obama è salito sul palco di Chicago da futuro presidente, sostiene Smith, è anche per merito di quella protesta. E ancora di più, della vita unica del più grande di tutti. Mohamed Alì. Il primo atleta a dire apertamente no al sistema che divideva i bianchi dai neri. E' normale che la favola di Barack possa sembrare già sentita, perché sui campi, o sulle piste, è già stata scritta. Tiger Woods nel golf. Lewis Hamilton nella Formula uno: domenica è diventato il primo pilota non bianco a vincere un mondiale. Ma è inglese. Lo schiaffo all'America conservatrice invece arriva da altre mani. Quelle di Micheal Jordan, troppo grande per non essere amato da tutti, al di là di ogni pregiudizio. A Chicago ha fatto la storia del basket. A Chicago, come Obama.

Intanto non sono passate neanche ventiquattro ore dal voto che ha fatto di Barack Obama il prossimo presidente degli Stati Uniti, ma nel baseball a stelle e strisce ci si prepara all'insediamento della nuova amministrazione democratica come se sul passatempo nazionale degli americani stesse per abbattersi un vero e proprio cataclisma. Un cataclisma fiscale. Nel programma di Obama figura infatti la proposta di un aumento della pressione fiscale sulle famiglie che annualmente superano la soglia dei 250mila dollari. L'aliquota proposta da Obama è del 39,6%, superiore del 4,6% a quella praticata finora dal fisco dell'amministrazione repubblicana del presidente uscente, George W. Bush. Per evitare di perdere somme cospicue, giocatori e procuratori stanno considerando l'ipotesi di chiedere il pagamento anticipato dei bonus contrattuali: "Ci stiamo pensando", ha spiegato oggi un procuratore di giocatori, Craig Landis, in occasione di una rione tra i general manager delle società della Major League Baseball.

Gli agenti cercheranno di ottenere il versamento dei bonus alla firma - solitamente una delle voci più ricche nei contratti delle star del batti e corri, che vantano un minimo salariale di 400mila dollari - entro il 31 dicembre, escamotage che potrebbe permettere di rientrare nell'attuale aliquota evitando così gli aumenti previsti. All'orizzonte si profila un fine anno frenetico, visto che le trattative con le squadre potranno iniziare solamente dal 15 novembre e, oltretutto, perché in molti casi giocatori e procuratori devono barcamenarsi tra le tasse federali ed il fisco statale.

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