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Caso Semenya, attesa per la sentenza sulle atlete intersex

Atletica

Lia Capizzi

A fine aprile la decisione del TAS di Losanna sul ricorso presentato da Caster Semenya contro la Federazione Internazionale di Atletica. La campionessa sudafricana chiede l'annullamento della regola che impone alle atlete con iperandrogenismo di abbassare il loro livello di testosterone: "Io voglio solo correre naturalmente, come sono nata". Categorica la regina della maratona Paula Radcliffe: "Sarebbe la morte dello sport femminile"

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Un caso delicato, spinoso, che coinvolge solo apparentemente l'atletica. In realtà tutte le discipline attendono la sentenza che i tre giudici del Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna emetteranno la prossima settimana sull'appello presentato da Caster Semenya. In quello che è già stato denominato "il processo del secolo nel mondo dello sport" si discute del futuro delle atlete con iperandrogenismo identificate con la sigla DSD (Atleti con differenze di sviluppo sessuale.)
In vista dei Mondiali a Doha il prossimo settembre la Federazione Internazionale di Atletica (IAAF) ha imposto nuovi limiti. Per partecipare alle gare dai 400 metri al miglio le atlete che presentano un livello di testosterone naturalmente elevato, dovranno ridurlo entro 5 nmol/L (nanomoli per litro) e mantenerlo basso per almeno sei mesi di fila. Le nuove regole hanno scatenato la denuncia della Semenya che ha deciso di rivolgersi al TAS.

Da dieci anni la campionessa olimpica degli 800 metri, e tre volte campionessa mondiale, sta conducendo una battaglia tra mille polemiche che l’hanno pure portata sulla soglia della depressione. Le avversarie la accusano pubblicamente: "Va forte perché è un uomo". È stata costretta a sottoporsi a test della sessualità, i cui esiti non sono mai stati pubblicati per rispettarne la privacy, è stata sospesa dalle gare, ha dovuto ridurre la massa muscolare, è stata poi riammessa ed è tornata a vincere.

"Io non sono falsa, sono nata in questo modo, voglio solo correre naturalmente, come sono nata". A supportarla c'è il suo paese, il Sudafrica, ma pure il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che ha approvato una risoluzione - proposta proprio dal Paese dell’Arcobaleno - contro la discriminazione delle donne che praticano sport.

La IAAF difende la propria decisione utilizzando i risultati di uno studio scientifico, finanziato anche dalla WADA (Agenzia Mondiale Antidoping), pubblicato nel luglio del 2017 dal British Journal of Sport Medicine. Sulla base dei dati raccolti da due medici, Stephane Bermon e Pierre-Yves Garnier, le atlete con produzione naturale di testosterone avrebbero un vantaggio che può arrivare anche al 4,5%, a seconda dello sport preso in esame. Per la Federazione presieduta da Sir Sebastian Coe: "È necessario che la categoria femminile nello sport sia una categoria protetta altrimenti rischiamo di perdere la prossima generazione di atlete".

È scesa in campo anche Martina Navratilova: "È folle permettere ad atleti transgender di sesso maschile di competere contro le donne biologiche". In un editoriale dello scorso febbraio, per il Sunday Times, la leggenda del tennis mondiale non ha usato giri di parole: "È un vero e proprio imbroglio. È ingiusto per le donne che devono competere contro persone che, biologicamente, sono ancora uomini. Sono felice di rivolgermi a una donna transgender in qualsiasi forma preferisca, ma non sarei felice di competere contro di lei". Ancora più duro l'intervento di Paula Radcliffe intervistata il 19 aprile dai colleghi di Sky News. "In sostanza tu hai un corpo che ha avuto quasi una completa pubertà maschile, è diventato più forte, con differenze fisiologiche, la muscolatura, la forza, un corpo che non ha a che fare con il ciclo, non deve preoccuparsi di gestire il ciclo mestruale durante i periodi delle competizioni". Il tono di voce della britannica è tanto calmo quanto risoluto. L'ex campionessa di maratona, attuale detentrice del record del mondo, è preoccupata di un eventuale verdetto del TAS a favore della Semenya: "Vogliamo aprire le porte ad atleti che dicono: <noi non vogliamo abbassare i nostri livelli di testosterone, non abbiamo bisogno di operazioni chirurgiche, noi ci sentiamo donne e quindi possiamo gareggiare contro altre donne>? Questa sarebbe la morte dello sport femminile".
La tensione resta alta. Da una parte i vantaggi fisici dei transgender, che sono evidenti. Dall'altra la questione della lealtà: le condizioni di questi atleti intersex sono naturali quindi non barano per ottenere i loro vantaggi. Diverse argomentazioni, sportive, umane e scientifiche, per una sentenza che farà giurisprudenza e sarà destinata a cambiare la storia dello sport.