Federico Buffa e Filippo Tortu ricordano Livio Berruti: lo speciale
da non perdereFederico Buffa e Filippo Tortu ricordano Livio Berruti in un racconto che parte dalle Olimpiadi antiche e dalla curva più famosa dell’atletica italiana: quella dei 200 metri di Roma 1960. Appuntamento con lo speciale da lunedì sera alle 23.15 su Sky Sport Uno e disponibile on demand
Ci sono campioni che restano nella storia per un tempo, una medaglia, un’immagine. E poi ci sono campioni che continuano a correre anche nelle vite degli altri. Livio Berruti appartiene a questa seconda categoria. Federico Buffa e Filippo Tortu lo ricordano in un dialogo che parte da lontano, con la storia dei 200 metri alle Olimpiadi antiche, ma anche da un luogo e da un istante precisi: Roma, 3 settembre 1960. Stadio Olimpico. Finale dei 200 metri. Berruti è ai blocchi di partenza con i suoi inconfondibili occhiali scuri. Pochi secondi dopo diventerà campione olimpico, fermando il cronometro a 20”5. Ma La curva di Livio non è la celebrazione di una vittoria già consegnata alla storia. È il tentativo di andare oltre quella fotografia. Buffa ricostruisce l’Italia e lo sport in cui Berruti diventò campione: un ragazzo torinese, gli studi, la cultura, il jazz, l’eleganza, un’esistenza che non coincideva interamente con la pista. Un velocista lontano da molti degli stereotipi dell’atleta contemporaneo, capace di vivere con sorprendente leggerezza una grandezza sportiva eccezionale. Tortu guarda invece Berruti con gli occhi di chi conosce dall’interno i 200 metri. Legge quella corsa da sprinter, ne osserva la tecnica, la curva, il rapporto fra controllo e velocità. Perché proprio la curva diventa il simbolo dell’incontro. Il rettilineo suggerisce la potenza e la corsa verso un obiettivo. La curva richiede qualcosa di diverso: equilibrio, sensibilità, la capacità di correre fortissimo senza combattere contro la propria traiettoria. Berruti e Tortu appartengono a generazioni lontanissime, ma condividono quella curva. Ed è proprio attraverso Tortu che il grande campione di Roma 1960 torna progressivamente a essere semplicemente Livio.
Un racconto che attraversa tre epoche della velocità italiana
Nella conversazione, registrata a Trento in occasione del Festival dello Sport 2026 e disponibile a partire da lunedì 23 alle 23.15 su Sky Sport Uno e on demand, emergono così il primo incontro, le conversazioni, i pranzi, le battute, le calze bianche, le medaglie mostrate e confrontate, i piccoli riti di un rapporto nel quale una leggenda dello sport italiano smette lentamente di essere soltanto un nome nei libri e nelle immagini e nei documenti d’archivio, come la famosa lettera mostrata da Filippo nel corso del lungo dialogo. Il racconto attraversa anche tre epoche della velocità italiana: Berruti a Roma 1960, Pietro Mennea a Mosca 1980, Tortu e la generazione di Tokyo. Cambiano piste, scarpe, allenamenti, tecnologie, pressione mediatica. Cambia il modo in cui un atleta viene osservato e raccontato. Ma forse non cambiano quei pochi secondi che precedono lo sparo, quando tutto ciò che esiste fuori dalla corsia improvvisamente scompare. E poi c’è ciò che Berruti ha trasmesso senza mai trasformarsi in maestro. Nel ricordo di Tortu affiora un uomo capace di parlare dello sport attraverso la filosofia, di discutere di Aristotele e Platone, di interrogarsi sul significato della competizione, della vittoria e della sconfitta. Un campione che non aveva bisogno di raccontare continuamente il proprio passato e che continuava invece a interessarsi alle persone, ai giovani, alle loro storie. Per questo il dialogo prova anche a sottrarre Berruti alla rigidità del monumento. Dietro l’olimpionico ritornano l’ironia, la curiosità, le amicizie, il fascino, Wilma Rudolph, la musica, il piacere della conversazione. Il colore di un uomo che le fotografie in bianco e nero non possono contenere completamente. Fino a un oggetto, portato in scena da Tortu, capace di aprire un ultimo racconto personale.
E infine si torna dove tutto era cominciato: sulla pista dell’Olimpico, il 3 settembre 1960. Questa volta, però, non serve più sapere chi vincerà. Lo sappiamo già. Resta una domanda: se Filippo Tortu potesse tornare per trenta secondi su quella pista, sceglierebbe di guardare Berruti dalla tribuna, di correre ai blocchi accanto a lui o di aspettarlo dopo il traguardo? E soprattutto: che cosa gli direbbe? La curva di Livio è il racconto di un campione, ma soprattutto di ciò che rimane di un uomo quando il cronometro si ferma: il mito, il velocista, l’amico, l’eredità.