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Serie A, le migliori giocate della 17^ giornata

Serie A

Fabrizio Gabrielli

Dal tunnel di tacco di Alex Sandro alla stella cometa del "Papu" Gomez: tutte le perle dell'ultima giornata di campionato

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Nel 2006 Matteo Politano aveva tredici anni e giocava con le giovanili della Roma; probabilmente la sera del 26 novembre, quando Francesco Totti ha segnato contro la Sampdoria una delle reti più belle della sua carriera, Matteo si è addormentato sognando di poter emulare, un giorno, le gesta del suo Capitano.

Sul finire del primo tempo il Sassuolo ha asserragliato la Samp nella sua area di rigore. Magnanelli, smarcato da un tocco intelligente di Berardi che si è abbassato versa la sua metà campo portandosi dietro due avversari, dà per un attimo l’impressione di voler premiare l’inserimento di Lirola sull’out di destra; poi, invece, dopo una pausa da playmaker navigato, sventaglia il pallone in area, sulla fascia opposta, quasi senza guardare, con la sensazione che possa giungere sul pallone Matteo Politano.

In effetti l’esterno arriva alle spalle di Bereszynski, contando perfettamente i passi e posizionando il corpo in maniera ideale per calciare a incrociare, di volée, con il sinistro, che non è l’unica cosa che Politano potrebbe fare in quella circostanza, ma quella più ambiziosa. In ogni fotogramma dell’azione, da quando entra nell’inquadratura, Politano trasuda sicurezza nei suoi mezzi, che è il motivo per cui ho scelto di premiare questa giocata - quella sicurezza che hai quando sei molto in forma, e sei reduce da una partita, quella contro il Crotone, in cui ha segnato e servito un assist.

Il tiro che ne esce, leggermente strozzato, non è che la pallida emulazione della regalità del tiro di Totti, ma a modo suo è un momento importante nella partita dell’esterno perché segna l’inizio del Festival di Politano Che Tocca Con Grazia Palloni Cadenti: sugli sviluppi del corner successivo calcia ancora verso Viviano, al volo, dal limite dell’area, scheggiando il palo, uno dei tiri al volo più belli di una giornata ricca di diverse sfumature di questo gesto tecnico, dalla dirompenza di Brozovic alla sfortuna millimetrica di Letizia contro la SPAL; e nel secondo tempo, su un campanile spiovente dopo una rovesciata un po’ depressa di Berardi, controlla il pallone facendolo cadere a terra con la grazia poetica di un fiocco di neve che si posa sul naso di un cane la notte di Natale.

Nicolò Barella non era ancora mai comparso in questa rubrica nonostante stia giocando una stagione molto convincente, spesso impreziosita da giocate che hanno, sfortunatamente per loro, la sola frustrante caratteristica di non essere particolarmente appariscenti. In ogni match Barella mette in mostra qualche pagliuzza d’oro, non le pepite intere: il che non significa che nel fondale non ci sia un filone intero, che stiamo scoprendo piano piano.

Nelle statistiche dei recuperatori di palla della Serie A, Barella è nella top 10 con 68 palle già recuperate in 17 giornate, una media di 4 a partita. Qua, nella foga assennata che mette nello strappare il possesso della sfera dai piedi dei giocatori della Roma, c’è chi ha visto la garra che serve per rifondare la Nazionale partendo dalle fondamenta, o il coinvolgimento che Philip Callaghan di Captain Tsubasa metteva nella scivolata dell’aquila: quando Perotti riceve palla da Kolarov, Barella è indietro di tre metri rispetto all’avversario che gli dà le spalle, ma ha la dinamicità propulsiva di fiondarglisi in una frazione di secondo tra le gambe, peraltro con quella che è la signature move di Nainggolan, che da Cagliari è partito e a Roma ha trasformato il tackle arpionato nel timbro in ceralacca del suo gioco difensivo. Anche se credo che la parte più persuasiva dell’azione, quella in cui prendiamo atto della maturità di Barella, sia la seconda, quando pressato da Pellegrini, e dal sospetto di lesa maestà, non perde la calma, tramutando la garra in assennatezza.

Alex Sandro non sta passando un momento particolarmente felice della sua esperienza bianconera. Nelle ultime due partite di campionato, le sfide al vertice con Napoli e Inter, Allegri lo ha tenuto in panchina, sostituendolo con Asamoah, e anche se il tecnico ha giustificato le sue scelte con l’aura del buon padre di famiglia il brasiliano deve aver sentito il sentimento della bocciatura esplodergli dentro. Una brutta sensazione che insieme alle voci di mercato possono creare un mix letale per un professionista che ha bisogno di concentrazione e fiducia per ritrovare lo smalto delle migliori prestazioni.

Forse è anche per questo, per motivarlo e incoraggiarlo, che qualche giorno fa il profilo twitter di Dugout ha twittato un bel dribbling di tacco ai danni di N’Kolou (chissà se la scelta dell’avversario, oggi al Torino, è casuale o meno) sottolineato dall’emoji di una nocciolina e la sibillina didascalia “Alex Sandro ci mostra come liberarsi da una situazione appiccicosa”: ma lo sa davvero, Alex Sandro? Lo sa ancora? Perché poi la giocata è dell’anno scorso, cioè quando Alex Sandro compiva le giocate che non gli riescono oggi, causandone l’esclusione. È un po’ un cane che si morde la coda.

Per toglierci ogni dubbio, il brasiliano a Bologna ha dimostrato di essere ancora l’Houdini della partita contro il Lione. Con una giocata un po’ confusionaria Matuidi gli consegna il pallone e M’baye, che lo stava inseguendo: Alex Sandro si trova ora a dover escludere dalla sua visuale, per liberare il passaggio, il compagno, il suo marcatore e Okonkwo che lo sta pressando alle spalle. La maniera più elegante, e forse l’unica per farlo, è controllare il pallone con la suola e crearsi con il corpo lo spazio necessario a scavare una galleria tra le gambe dei giocatori del Bologna attraverso la quale far passare la palla accarezzata da un leggero colpo di tacco, in un tocco unico, fluido, escapologico.

La perfetta espressione di come si fa ad uscire una situazione appiccicosa, ricreata da Alex Sandro con la puntualità con cui Cristiano fa rivivere il tiro-tornado nel trailer di FIFA. 

Casomai ci fosse ancora bisogno di una riprova di quanto Luis Alberto sia giorno dopo giorno diventato centrale nelle transizioni offensive della Lazio, la partita di Bergamo ne è stato il suggello: dai suoi piedi, e quelli di Milinkovic-Savic, è passata tutta la potenza di fuoco dell’attacco biancoceleste, che ieri non poteva contare su Immobile ed è comunque stato capace di recuperare per due volte lo svantaggio, addirittura doppio, grazie ad alcune giocate preziose dei suoi uomini più talentuosi.

Il doppio passo con cui lo spagnolo si libera di Cristante è il grilletto che innesca la manovra del gol del definitivo 3-3: Felipe Anderson, con le spalle alla porta, scarica su Caicedo dopo aver controllato il pallone con un gesto semplice eppure ipnotico, di fronte al quale sia Cristante che Ilicic interrompono la rincorsa di Luis Alberto. Felipe Caicedo non pensa neppure un attimo a puntare la porta, anzi col piatto sinistro apre per lo spagnolo che si è incuneato indisturbato nell’area atalantina e può chiudere col destro. La partita di Luis Alberto è stata una delle migliori in questa stagione: ha vinto il 60% dei duelli offensivi e il 90% degli uno contro uno, ha servito a Parolo con l’esterno il third pass nell’azione del pareggio per 2-2. Ma soprattutto si è fatto catalizzatore assoluto della manovra. Dove Milinkovic-Savic apporta spesso neologismi alla grammatica della nostra Serie A, Luis Alberto contrappone la purezza della semplicità.    

Sebbene in termini di pregevolezza tecnica il gol più bello della Lazio sia il primo di Milinkovic, che arriva dopo una "pisadita" del serbo e un colpo da biliardo dal limite dell’area, la giocata da premiare secondo me è quella del gol del definitivo pareggio, non solo perché è una manovra orchestrata in cui Luis Alberto con la perizia di un von Karajan che trasmette il fuoco sacro al Concerto di Capodanno, ma anche perché il resto della Wiener Philharmoniker è qua composto da Felipe Anderson, tornato dopo un lungo periodo d’assenza, e Felipe Caicedo.

In casa Atalanta c’è la tradizione di giocare la partita che precede il Natale, il “Christmas Match”, con una maglia speciale e celebrativa, che viene poi messa all’asta a scopi benefici. Quest’anno la "Dea" ha deciso di alzare l’asticella dello spirito natalizio inscenando anche un presepe vivente: un’espressione che viene spesso usata come sinonimo di staticità, ma alla quale i giocatori bergamaschi hanno saputo regalare un sapore nuovo, dinamico, consegnando al "Papu" Gómez, Iličič e Petagna il ruolo dei Magi dispensatori di doni.

L’invito-a-cometa del Papu, che traccia nel gelo della serata un arcobaleno luminoso, la dice lunga dell’ispirazione dell’argentino contro la Lazio; coinvolto in un costante scambio di posizioni coi colleghi del reparto offensivo Iličič e Petagna, fondamentale nelle catene laterali di Gasperini sia a destra che a sinistra, quando stringendo negli spazi di mezzo ha spalancato praterie per gli affondi di Spinazzola e Hateboer, il "Papu" ha tolto ogni punto di riferimento, prendendosi allo stesso tempo tutte le responsabilità creative dell’Atalanta.

L’assist di Gomez, nella misura in cui Iličič si prepara a raccoglierlo in girata, al volo, con una rinnovata fiducia nei suoi mezzi, ci dice però molto anche dello stato di forma dello sloveno.

Nella connessione tra il "Papu" e Petagna, esplosa la stagione scorsa, Iličič si è intromesso non come un elemento distruttivo, ma come il collante che ha fatto dell’attacco atalantino un "ménage à trois". Anzi, lo sloveno ha sviluppato un livello di intesa con Gomez che gli ha permesso di rispolverare una brillantezza spesso appannata nella parentesi di Firenze. La collaborazione tra i due, particolarmente riuscita in questo gol, mi sembra la maniera migliore per celebrare un sodalizio, la bellezza del gesto tecnico e una bella storia di Natale, se vogliamo, in un colpo solo.