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Colle delle Finestre, 13 anni dopo

Ciclismo

Umberto Preite Martinez

Il racconto dell'epica tappa di 13 anni fa, una delle più belle del ciclismo moderno. Il Colle delle finestre torna al Giro d'Italia

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Il Giro d’Italia 2018 arriverà a Roma il 27 maggio. Pochi giorni prima della passerella conclusiva per le strade della Capitale, il 25 maggio, durante la 19esima tappa, la Corsa Rosa affronterà il Colle delle Finestre.

La salita nel dettaglio: la linea tratteggiata ai 10.650 km segna l’inizio dello sterrato.

Per gli appassionati di ciclismo quel nome rimanda subito a tredici anni fa, quando la crisi economica si studiava solo sui libri di storia e la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio non era neanche quotata. Nel 2005 il Giro d’Italia veniva da anni di autoisolamento, in cui i grandi campioni preferivano affrontare Armstrong sulle strade di Francia lasciando i ciclisti italiani scannarsi per la Maglia Rosa. È così che anche Stefano Garzelli e Damiano Cunego riuscirono a vincere un Giro a testa, l’unico delle loro oneste carriere.

I protagonisti del Giro del 2005

In particolare, Damiano Cunego arrivava al Giro d’Italia 2005 con il numero 1 attaccato sulla schiena e il peso del giovane predestinato sulle spalle. Marco Pantani era morto in una stanza d’albergo appena un anno prima, il 14 febbraio 2004, e il ciclismo italiano già smaniava per trovare un suo erede. Cunego però, nella prima tappa di montagna, implode su se stesso, si accartoccia come una pagina di un vecchio giornale buono solo per far prendere la legna per il barbecue. Si scoprirà che era affetto dalla mononucleosi; non vincerà mai più un Grande Giro ma diventerà un uomo da Classiche.

Mentre Cunego soffriva in fondo al gruppo, davanti partiva una delle edizioni del Giro d’Italia più belle degli ultimi quindici anni. Ivan Basso, all’epoca solo un ragazzo di 26 anni che aveva sorpreso tutti conquistando il podio al Tour de France 2004, aveva staccato tutti gli avversari in salita con grande facilità, salvo poi essere ripreso in discesa, sistematicamente, da Paolo Savoldelli, forse il migliore di sempre quando c’è da far scorrere la bici giù per le montagne.

Quel Giro d’Italia sembrava comunque già chiuso dopo poche tappe di montagna, con Ivan Basso dominante nonostante i tentativi di Gilberto Simoni e le folli discese di Savoldelli.

Invece anche Ivan Basso si eliminò da solo a causa di un’intossicazione alimentare proprio il giorno prima della tappa dello Stelvio. Con indosso la Maglia Rosa, il fuoriclasse varesino strinse i denti e terminò la tappa arrivando al traguardo con un ritardo di oltre 42 minuti dal vincitore, il colombiano Ivan Parra, in fuga dal mattino insieme a José Humberto Rujano Guillén: per tutti, più semplicemente, José Rujano.

Rujano era un minuscolo scalatore di 162 centimetri per 48 chili scarsi, nato a Santa Cruz de Mora, in Venezuela, il 18 febbraio 1982 e pescato da Gianni Savio nel 2003, quando ancora “il Pantanino” (come lo chiamavano i suoi compagni) si divideva fra il lavoro in una piantagione di caffè e gli allenamenti serali in bicicletta. Venne in Italia, si tagliò i capelli e si mise gli orecchini, solo per assomigliare il più possibile al suo idolo Pantani.

José Rujano con una bottiglia più grande di lui.

Grazie a una serie di fughe da lontano, il venezuelano della Selle Italia-Colombia di Gianni Savio si trova a pochi passi da un inatteso terzo posto in classifica generale e sulle spalle una meritatissima Maglia Verde (la maglia del leader della classifica dei Gran Premi della Montagna, che pochi anni dopo, con l’arrivo del nuovo sponsor, divenne l’attuale Maglia Azzurra).

All’inizio dell’ultima settimana, quindi, Rujano cambia strategia e punta deciso al podio. Così, mentre un redivivo Ivan Basso, ormai ampiamente fuori classifica, si prende la sua rivincita nella 17ª tappa, José Rujano si incolla alla ruota di Gilberto Simoni staccando Savoldelli e Di Luca, prendendosi il terzo posto in classifica.

La cronometro del giorno dopo servì solo a Basso per vincere ancora una tappa e a Savoldelli per consolidare il suo primato in classifica ricacciando indietro Simoni a 2’09”.

Ma il bello, per quanto possa sembrare incredibile a questo punto, deve ancora venire.

Il Colle delle Finestre

La 19ª tappa di quel Giro d’Italia si correva da Savigliano al Sestriere, lungo un percorso di 190 chilometri.

Il primo passaggio sul Sestriere serve a mettere fatica nelle gambe di tutti, soprattutto ai gregari di Savoldelli, che infatti si staccano dal gruppo uno dopo l’altro.

All’imbocco del Colle delle Finestre il gruppo si sgretola sotto i colpi della CSC di Ivan Basso che però accusa lo sforzo e crolla. «Basso ha preso la salita come se fosse lunga tre chilometri», dirà Savoldelli all’arrivo. La maglia Rosa rimane da sola e immediatamente partono gli attacchi dei suoi diretti avversari.

Savoldelli però è un ciclista intelligente, sa che la salita è lunga, durissima, con pendenze costantemente superiori al 9% e, come se non bastasse, gli ultimi 8 chilometri sono in sterrato. Ma soprattutto sa che allo scollinamento ci sarà una discesa molto tecnica prima di deviare di nuovo sul Sestriere.

La Maglia Rosa decide quindi di salire col suo passo lasciando andare via il terzetto composto da Di Luca, Simoni e Rujano. È un trio che anche cromaticamente risulta ben assortito: c’è la maglia blu della Lampre di Simoni, Rujano in maglia Verde e Di Luca con la maglia bianca di leader della classifica mondiale dell’Uci-Pro Tour (una speciale classifica poi sostituita dal World Tour, che racchiudeva le più importanti corse della stagione).

I tre guadagnano subito un vantaggio di quasi due minuti su Savoldelli in netta difficoltà.

“Il Falco”, come viene chiamato Savoldelli, è tristemente solo e vede in lontananza la sua maglia Rosa sempre più in bilico. I fantasmi della sconfitta gli imballano le gambe mentre davanti è sempre Danilo Di Luca a tenere alto il ritmo con a ruota Simoni, che ogni tanto prova a dargli qualche cambio, e Rujano che invece rimane sempre sornione a chiudere il terzetto.

Paolo Savoldelli prosegue solitario nella sua rincorsa disperata. La pedalata non è più fluida e muove vistosamente le spalle nel tentativo di spingere sempre più avanti la sua bicicletta. Piano piano anche lui stacca uno dopo l’altro tutte le comparse di quel Giro d’Italia, da Belli a Caucchioli, e ancora Sella, Bruseghin e Basso. Rimane alla sua ruota solo un colombiano della Davitamon Lotto con il dorsale numero 81, cioè Mauricio Ardila Cano, nato a Medellín nel 1979. Ardila, dopo un inizio promettente, è sprofondato in classifica generale, tanto che ha perso in corsa i suoi gradi di capitano per passarli sulle spalle del suo compagno e coetaneo Wim Van Huffel. Nonostante le richieste del “Falco”, Ardila non sembra intenzionato a dargli un cambio.

Il vantaggio dei tre davanti intanto continua a lievitare e a 30 chilometri dal traguardo Gilberto Simoni è la nuova maglia Rosa virtuale. Siamo ormai da parecchi chilometri nel tratto in sterrato e la Rai approfitta della situazione per mandare in onda delle immagini in diretta in bianco e nero per creare un clima ancora più epico, che tende facilmente a scivolare nel trash anche a causa dei commenti di Alessandro Fabretti che dalla motocronaca in corsa al seguito di Savoldelli si scusa con i telespettatori per la voce resa tremante dal manto stradale sconnesso.

A tre chilometri dalla vetta Ardila supera Savoldelli, che perde qualche metro. Il colombiano si ferma, si volta e lo aspetta, poi gli dice qualcosa e si mette a fare l’andatura davanti.

La maglia Rosa, isolata e senza compagni, in evidente difficoltà, trova in Ardila Cano un prezioso alleato. A fine tappa il colombiano dirà di aver lavorato per Van Huffel, ma è difficile credergli visto che il capitano della Davitamon era più avanti rispetto alla coppia Savoldelli-Ardila, a metà strada fra loro e il trio di testa, oltre che ampiamente dietro in classifica generale e fuori dai giochi per il podio. È più probabile che dall’ammiraglia della Discovery Channel, la squadra di Paolo Savoldelli, Sean Yates abbia chiamato il suo vecchio compagno di squadra, Allan Peiper, direttore sportivo della Davitamon, per chiedergli una mano in nome dei vecchi tempi. I due avevano corso insieme nella Peugeot per tre anni, dal 1983 al 1985, all’inizio delle rispettive carriere. Sono coetanei, passati al professionismo praticamente insieme e cresciuti nella squadra francese fianco a fianco. Amici, insomma, prima che avversari in corsa. Non è così strano quindi immaginare che ci siano stati degli accordi presi direttamente fra le ammiraglie della Discovery e della Davitamon, guidate rispettivamente proprio dai due vecchi compagni, Sean Yates e Allan Peiper.

Lo stesso Savoldelli non si farà tanti problemi, dopo l’arrivo, ad ammettere che «strada facendo, ho trovato qualche amico che mi ha dato una mano». Parole che sottolineano ancora di più l’importanza del fattore umano in uno sport, il ciclismo, nel quale si corre per giorni uno di fianco all’altro ed è fondamentale riuscire a mantenere le giuste amicizie in corsa.

Così, mentre Ardila passa davanti a Savoldelli, dalla sua postazione Bulbarelli ripete ossessivamente “due e dodici”. È il ritardo che la nuova strana coppia ha nei confronti del trio composto da Di Luca, Simoni e Rujano.

In cima al Colle delle Finestre, escono dalla polvere i tre davanti con in testa sempre il solito Danilo Di Luca. Due minuti e venti secondi dopo, Ardila transita al Gran Premio della Montagna con a ruota la maglia Rosa di Paolo Savoldelli che lo supera di nuovo e si lancia per quella che sarà la discesa più bella della sua carriera.

La discesa e il Sestriere

“Il Falco” disegna le curve come un pittore. La sua bicicletta sembra scorrere via fluida sull’asfalto come l’acqua in una canalina di scolo. In poche centinaia di metri recupera cinque secondi, mentre davanti è Gilberto Simoni che ora in prima persona cerca di difendere il vantaggio.

Savoldelli raggiunge uno dopo l’altro tutti gli avversari che l’avevano staccato in salita e se li mette a ruota. Un trenino che col passare dei chilometri diventa sempre più folto e veloce, una valanga rosa che si avvicina al Sestriere.

In fondo alla discesa Simoni si volta e chiede aiuto a Rujano ma il venezuelano rimane a ruota. È Di Luca che ancora una volta si mette davanti ma improvvisamente si ferma e si tocca la coscia destra: un crampo, proprio nel momento decisivo, lo costringe a rialzarsi mentre la coppia Simoni-Rujano prosegue la sua corsa.

Dopo un minuto e cinquanta secondi anche il trenino di Paolo Savoldelli arriva nel fondovalle fra il Finestre e il Sestriere. In otto chilometri di discesa, “il Falco” ha recuperato a Simoni trenta secondi netti. Con lui ci sono Ardila e Van Huffel della Davitamon, Garate della Saunier Duval, Honchar della Domina Vacanze e Valjavec della Phonak. Ci mette poco Savoldelli, intelligentemente, a trovare un accordo con ognuno di loro e insieme riducono il vantaggio di Simoni a poco più di un minuto e venti secondi quando mancano 6 chilometri al traguardo.

Ai -5 José Rujano scatta e Simoni si pianta sul posto. Mentre la maglia Verde si allontana, il trentino prende una bottiglietta da un tifoso a bordo strada e si sciacqua il volto. José Rujano s’invola in solitaria verso il traguardo. Dopo cinque ore e quarantanove minuti di gara, il venezuelano arriva da solo in cima al Sestriere, a braccia alzate. Ventisei secondi dopo arriva Gilberto Simoni, dopo aver speso ogni goccia di energia che gli rimaneva per restare attaccato al sogno di indossare ancora una volta la maglia Rosa.

A un minuto e trentacinque, Danilo Di Luca transita sul traguardo sbattendo il pugno sul manubrio della sua bicicletta. Poco più indietro, Paolo Savoldelli lotta sul filo dei secondi. Il suo gruppetto ha perso molto terreno negli ultimi chilometri ma arriva al traguardo con un ritardo inferiore ai due minuti. La maglia Rosa è salva, anche se per soli ventotto secondi.

«Il Giro l’ho vinto perché sapevo di poterlo perdere», qualsiasi cosa voglia dire.

Parole

Dopo quella tappa un fiume di parole venne speso dai vari protagonisti, spesso per accusarsi a vicenda di tradimenti o alleanze sospette o, semplicemente, per esternare i propri sentimenti.

“Simoni è un uomo solo”, titola il giorno dopo Luigi Perna su La Gazzetta dello Sport, “un Don Chisciotte delle montagne”. È proprio lo scalatore trentino della Lampre-Caffita il più deluso. Se la prende con tutti, anche se con la sua consueta e amara ironia. In primis con Rujano, che «è stato sempre a ruota, poi sull'ultima salita si è messo a lavorare con un entusiasmo differente», poi con il povero Ivan Parra, che dopo una serie di ottime prestazioni invece «è sparito nel nulla». Paradossalmente Simoni ha anche da ridire su Danilo Di Luca, reo di aver fatto un ritmo troppo duro sullo sterrato del Colle delle Finestre.

Un attacco contro tutti che, sempre citando Luigi Perna, «sottintende il rimpianto per aver gestito la corsa con minor acume di quanto Savoldelli abbia fatto rispetto alle sue forze e agli alleati che ha trovato per strada».

Di Luca, dal canto suo, sostiene che il suo era un ritmo regolare: «Ho fatto il mio ritmo senza esagerare, stare davanti o a ruota non cambiava niente». E ai tifosi di Savoldelli che lo accusavano all’arrivo di essersi venduto a Simoni rispondeva fieramente di aver solo fatto la sua corsa. «Così la penseranno in tanti, ma io ho corso per me. Anzi, peccato per il crampo alla coscia destra perché ci tenevo alla vittoria di tappa. E con la vittoria sarebbe arrivato anche il podio di questo Giro. Altro che aiutare un altro».

Gli unici davvero felici sono Rujano e Savoldelli. Marco Pastonesi scrive per il venezuelano un emozionante elogio dopo la sua vittoria dedicata alle vittime dell’alluvione che pochi mesi prima ha colpito il suo paese natale, Santa Cruz de Mora. Rujano diventa allora “più forte anche della fame”, “una formica nella pancia del gruppo, uno dei tanti, uno dei troppi, uno dei nessuno” che si è trasformato in un volto con un nome e un cognome. «Volevo vincere la tappa e volevo prendere la maglia rosa. E forse ce l'avrei fatta se non avessi avuto una crisi di fame. Troppa fame». Anche nelle sue parole dimostra una semplicità quasi ingenua. Eppure in classifica generale è arrivato a soli 45” dal suo sogno proibito.

Tutti i giornali dell’epoca si concentrano paradossalmente sui tre che avevano provato l’impresa. Savoldelli sembra relegato a un ruolo secondario, quasi un attore non protagonista. Si parla della grande sconfitta di Gilberto Simoni, dei crampi di Di Luca, della storica vittoria di Rujano, come se la maglia Rosa fosse solo un dettaglio, la cornice di un quadro più grande di lei. Per Luigi Panelli, su Repubblica, Savoldelli semplicemente “resiste e si prende il giro” mentre Simoni “attacca e dà tutto”, Di Luca “è scatenato” e la maglia Rosa, umilmente, “non molla”.

Invece Paolo Savoldelli era il vero vincitore di quella giornata, pur non rispettando i canoni classici dell’eroe ciclistico. «Oggi avrò perso dieci anni di vita», sono le sue prime parole subito dopo il traguardo. La solitudine di un uomo normale catapultato a sua insaputa nella storia del Giro d’Italia.

What if

Alla luce dei distacchi registrati in quella tappa viene naturale chiedersi cosa sarebbe successo se alcuni episodi chiave fossero andati diversamente.

Innanzitutto se Ardila non avesse aiutato Savoldelli sullo sterrato del Colle delle Finestre: probabilmente “il Falco” avrebbe perso molto di più, forse sarebbe addirittura andato in crisi a pochi chilometri dalla vetta. In parte è successo nel momento in cui Ardila si è messo per la prima volta davanti. In quel momento Savoldelli ha perso qualche metro e probabilmente sarebbe sprofondato psicologicamente e fisicamente nel baratro se il colombiano non si fosse fermato per aspettarlo. La maglia Rosa avrebbe scollinato con circa tre minuti di ritardo, e a quel punto anche un’eventuale rimonta in discesa sarebbe stata improponibile.

In secondo luogo, la decisione di Savoldelli di non staccare gli altri in discesa anche a costo di rallentare la sua azione. Se fosse andato via, accecato dalla voglia di recuperare, si sarebbe ritrovato in fondo da solo, perso nel limbo fra i tre di testa e il gruppetto dietro che a quel punto non avrebbe avuto nessun interesse ad aiutarlo. Lanciato in un disperato inseguimento solitario, Savoldelli sarebbe rimbalzato sulle rampe del Sestriere perdendo il Giro d’Italia.

Il terzo episodio sono i crampi di Danilo Di Luca. Fino a quel momento, il ciclista abruzzese si era rivelato un preziosissimo alleato per la causa di Gilberto Simoni, sia sul Finestre che nel fondovalle prima del Sestriere. Dopo essersi fermato per i crampi, Di Luca quando è ripartito ha mantenuto costante il suo ritardo dai due al comando prima di cedere terreno nel finale. Se fosse rimasto davanti avrebbe sicuramente continuato ad aiutare Simoni che avrebbe a quel punto avuto un valido alleato per mantenere il suo vantaggio e poi incrementarlo nel finale, dove, effettivamente, Savoldelli ha di nuovo accusato la fatica e ha ceduto circa trenta secondi.

Il quarto e ultimo episodio è l’attacco di José Rujano. In quel momento, se Simoni avesse tenuto il ritmo del venezuelano e fosse arrivato insieme a lui, avrebbe sicuramente potuto guadagnare abbastanza per vincere la maglia Rosa. Vincendo poi un eventuale sprint a due, si sarebbe aggiudicato anche i secondi d’abbuono necessari per acquisire un vantaggio sufficiente per vincere quel Giro d’Italia.

La storia, però, non si scrive con i se e con i ma, come si dice. Ogni cosa in quella tappa, anche la più assurda e imprevedibile, è successa per un motivo ben preciso. L’intelligenza tattica di Savoldelli e del suo direttore sportivo, l’eccessivo sforzo fisico di Di Luca sul Colle delle Finestre, la freschezza di José Rujano sul Sestriere. Ogni cosa, soprattutto nel ciclismo, ha una sua logica.

Amarcord

Dove sono oggi i protagonisti di quella tappa epica, a 13 anni dal suo svolgimento?

Gilberto Simoni non andrà mai più così vicino al vincere un Giro d’Italia, e nonostante tutti i suoi sforzi, tutte le sue imprese, i suoi attacchi, si ritirerà nel 2010 dopo un anonimo 69° posto al Giro d’Italia, vinto, ironia della sorte, dal suo acerrimo rivale Ivan Basso. Si chiuderà così una carriera piena di rimpianti e di what if che non servono a nulla se non a rendere ancora più amaro il suo ricordo.

Danilo Di Luca, dopo la delusione del podio sfumato, dirà che «la cosa più importante che ho capito in questo Giro è che prima o poi lo vinco». Lo vincerà, nel 2007. Da lì in poi la sua storia è nota ai più soprattutto per gli scandali che lo hanno visto protagonista direttamente o indirettamente. Resta, in ogni caso, uno dei più grandi talenti della sua generazione.

Ivan Basso correrà il Tour de France pochi mesi dopo chiudendo al 2° posto alle spalle del solo Lance Armstrong, prima di vincere il Giro d’Italia 2006. Dopo quel trionfo, che sembrava essere il primo di una lunga serie, viene fermato alla vigilia del Tour de France per il coinvolgimento nell’Operación Puerto, che sconvolse dalle fondamenta il mondo del ciclismo. Tornerà al Giro nel 2009 chiudendo al 5° posto (poi diventato 3° dopo le squalifiche di Di Luca e Pellizotti) prima di tornare a vincere nel 2010. Nel 2015, ormai a fine carriera, si trasferirà alla Tinkoff-Saxo nelle vesti di gregario di Alberto Contador. Al Tour de France di quell’anno, in seguito a degli accertamenti per una brutta caduta, gli viene diagnosticato un tumore al testicolo sinistro. Inizierà così la sua ultima corsa, chiusa con la più importante vittoria della sua vita.

José Humberto Rujano Guillén, ancora inebriato dal podio, firmerà un ricco contratto con la Quick Step che gli consentirà di monetizzare negli anni a venire quell’impresa.

Dopo essere passato in alcune delle più importanti squadre europee senza mai ottenere alcun risultato degno di nota, tornerà alla corte di Gianni Savio nel 2011.

Con la maglia della Androni, correrà un ottimo Giro d’Italia piazzandosi al 6° posto prima di sparire per la seconda volta, questa volta definitivamente.

Mauricio Alberto Ardila Cano proseguirà la sua anonima carriera in giro per l’Europa ancora per una decina d’anni prima di tornare in Colombia nel 2012 e ritirarsi nell’ottobre del 2017. Per anni sarà il mentore silenzioso di tanti piccoli escarabajos (il soprannome dei ciclisti colombiani e sudamericani in generale, dovuto alla loro consueta struttura fisica molto esile, piccola e compatta) che arrivavano in Europa dal Sudamerica, insegnando loro le due più grandi virtù che il ciclismo gli ha donato: "responsabilidad y disciplina".

Paolo Savoldelli, dopo la vittoria al Giro 2005 vincerà anche il cronoprologo del Giro 2006 indossando ancora una volta la Maglia Rosa, prima di sprofondare in classifica generale fino a 19’22” da Ivan Basso, ma chiudendo comunque in quinta posizione. L’anno successivo, in maglia Astana, sarà fondamentale con i suoi attacchi in discesa per portare sul podio Eddy Mazzoleni. Savoldelli ha costruito i suoi due successi al Giro d’Italia sulla sua solidità a cronometro e la sua schiacciante superiorità in discesa. “Il Falco” oggi è un apprezzato commentatore tecnico per la televisione, dove riesce ad esprimere le sue opinioni in forma chiara nonostante il suo spiccato accento bergamasco.