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Il mio giro del mondo in 58 circuiti: Imola

MotoGp

Paolo Beltramo

©Getty

Il "viaggio" di Paolo Beltramo fa tappa a Imola, il circuito dedicato a Enzo e Dino Ferrari, dove nel 1994 ha perso la vita Ayrton Senna. Sede per 13 anni della "200 miglia", il GP imolese ha ospitato per diverse edizioni il motomondiale e dal 2009 è un appuntamento fisso della Superbike

IL MIO GIRO DEL MONDO IN 58 CIRCUITI: MISANO

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Il circuito di Imola, oggi sempre meno usato per i grandi appuntamenti causa la sua pericolosità e la sua posizione in mezzo ad una città è nella storia dei motori come uno dei classici. Ora gli restano le Superbike che hanno sempre dato vita a spettacoli indimenticabili, ma Imola è soprattutto il circuito dedicato ad Enzo e Dino Ferrari e quello che si è preso la vita di Ayrton Senna, oltre a quella di Ratzenberger, di Guido Paci, di Ghiselli… È bello come tutto ciò che contiene storia e storie, atti d'amore, di coraggio, di follia. Rappresenta, secondo me, l'anello di congiunzione tra le corse (auto e moto) di ieri e di oggi. Se ci fai un giro a piedi e pensi a quando non c’era la variante del Tamburello, ma quel curvone velocissimo, se pensi a come si frenava per la Tosa con quella semicurva in direzione contraria, poi le salite, le discese, gli alberi, la gente intorno, la Collina della Passione zeppa di gente a vedere per le prime volte i piloti americani contro i nostri, contro quelli del Continental Circus. Imola, storia e fascino, lì da vedere e toccare ancora oggi.

La Ferrari di Michael Schumacher al Gp di San Marino nel 2006 - ©Getty

 

Imola. Soltanto evocare il nome di quel circuito mi emoziona, mi provoca un po' di tristezza per la sua uscita di scena dai grandi eventi pur restando una delle piste più belle del mondo. La prima volta ci sono stato, sempre come giornalista neofita nel 1977. Prima si chiamava semplicemente Autodromo del Santerno, prendendo il nome dal fiume che gli passa accanto e che si deve scavalcare con un ponte prima di entrare nell’Autodromo che dal 1970 si chiamò Dino Ferrari in memoria del figlio di Enzo scomparso allora. Poi, dal 1988, con la morte del Drake, si chiama Enzo e Dino Ferrari affiancando padre e figlio nell'omaggio di una città che le corse le ha sempre amate, come Modena e tante altre ai tempi. Ad Imola quindi è sorto questo tracciato semipermanente, nel senso che qualcuno abita al suo interno, c’è un centro sportivo con stadio di calcio e quando non ci sono competizioni la circolazione su parte del tracciato era consentita.

Marco Melandri a Imola nel 2017, in Superbike - ©Getty

 

La "200 Miglia" di Imola

Arrivavi e c'era questo vialone alberato che poi si stringeva e attraversava un ponte per portarti davanti ad un Muro sul quale c'era il nome del Circuito. È un tracciato bello, difficile, anomalo, nel senso che si gira in senso antiorario (chissà cosa farebbe Marquez…) che c'erano curvoni velocissimi come il Tamburello (poi modificato dopo la tragedia di Ayrton Senna nel '94), impegnative come la Piratella e le acque minerali, la variante alta, le due della Rivazza in discesa, e poi la variante bassa che riportava sul rettilineo d'arrivo. Era una "200 Miglia" di Imola, un'invenzione del papà del dottor Claudio Costa, Francesco, presidente e anima del motoclub Santerno che prese l'idea dall'organizzatore della "200 miglia di Daytona" Bill France, quella mia prima volta nel '77. La vinse Kenny Roberts e ricordo la mia emozione a girare per un paddock semplice e scarno tra piloti come Steve Baker, Kenny Roberts, Barry Sheene, Lucchinelli, Uncini, Perugini, Van Dulmen, e un sacco di altri. Avevo la mia macchinetta al collo e scattavo come un pazzo (allora, con le pellicole voleva dire uno/due rullini al giorno, 72 foto). C'erano pochi filtri, i piloti se avevi il pass li avevi vicini, tra te e loro c'era un cordino, poi la tenda aperta e i meccanici che lavoravano, i piloti che si cambiavano... Tutto lì, a due o tre metri.

Tifosi di Ayrton Senna nel 25° anniversario della sua morte - ©Getty

 

Un bellissimo ricordo

Il centro esterno dell'Autodromo era l'Hotel Mulino Rosso, dove dormivano tutti i grandi e mangiavano in molti e bene. Poi c'era Faenza, ma soprattutto la stradina che portava verso l'Appennino a Riolo Terme, dove si stava benissimo e si mangiava da dio. Ma Imola era ospitale dappertutto, era una corona intorno al circuito, allegra, felice di possedere quella meraviglia. Enzo Ferrari, i Maserati, la famiglia Costa e molti altri, anche grandi industriali della zona come le Ceramiche della Robbia, costruttori di caschi: l'amore per le moto, il genio e l’entusiasmo, che ho avuto la fortuna di conoscere dal vivo, di Checco Costa erano il motore di tutto. I piloti non siglavano contratti, stringevano una mano, la destra di Checco. Tanto bastava anche tra due che parlavano uno il dialetto imolese l'altro californiano stretto.

 

Erano altri tempi in tutto, soprattutto nella semplicità e nella sicurezza: Imola era molto pericolosa, è stata continuamente ritoccata qua e là, ma più di tanto è stato impossibile fare. Così dopo la morte del mio amico Guido Paci, di Ghiselli e tanti altri incidenti le moto hanno cominciato a lasciare Imola. Ha continuato la SBK, c'è stata la F1 fino al 2006. Ma oramai, anche coi nuovi box, la nuova sala di controllo, i grandi padiglioni per le esposizioni, il paddock ingrandito, il tracciato modificato, Imola me la ricordo come qualcosa di bellissimo, ma di passato, di andato, di impossibile da resuscitare. E forse è proprio per questa sua impossibilità di replica che mi manca e la amo così tanto.

Valentino Rossi ha vinto a Imola nel 1997, in 125 - ©Ansa