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NBA, sono Damian Lillard (e sono Dame D.O.L.L.A.)

NBA

Mauro Bevacqua

Lillard ma anche Dame D.O.L.L.A., zero ma anche O: la doppia anima di Damian Lillard (Foto Getty)

Pallone o microfono in mano, la point guard dei Portland Trail Blazers si conferma una delle personalità più interessanti della NBA contemporanea. Chiamatelo Damian Lillard o chiamatelo Dame D.O.L.L.A., the kid got game

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Damian Lillard è tornato in campo nella notte nella vittoria di Portland contro i Lakers, in quella che potrebbe essere la tanto attesa svolta capace di cambiare drasticamente la fin qui tribolata stagione dei Trail Blazers. Perché i destini della squadra dell’Oregon sono necessariamente legati a doppio filo a quelli del proprio numero 0, una delle superstar più brillanti della lega ma anche una delle sue personalità più interessanti. Conosciuto come Damian Lillard quando scende in campo e si esibisce sui parquet di tutta America, il nativo di Oakland si trasforma nel suo alter ego Dame D.O.L.L.A. quando smette i panni del campione NBA e indossa quelli dell’artista rap. Attenzione, non un vezzo — come accaduto in passato con alterne fortune per tanti altri giocatori NBA — ma una vera e propria passione che fanno della point guard di Portland un caso davvero a parte.

Il giocatore — Prima di tutto, pero, c’è il giocatore, uno che anche quest’anno viaggia a 27 punti di media con 6.2 assist e che già in passato (nel 2014 e nel 2015, snobbato invece l’anno scorso) ha dimostrato di appartenere all’élite dei campioni NBA ottenendo la convocazione per l’All-Star Game, dopo essersi aggiudicato il titolo di Matricola dell’Anno al suo ingresso nella lega (uno dei cinque premiati per decisione unanime, insieme a Ralph Sampson, David Robinson, Blake Griffin e, lo scorso anno, Karl-Anthony Towns). Fermato per cinque gare da un infortunio alla caviglia rimediato prima di Natale, Lillard ha dimostrato di essere tutt’altro che arrugginito al suo rientro in campo contro i Lakers: dentro i primi quattro tiri e prestazione da 21 punti e 10 assist alla fine per lui, per dare a Portland solo la quarta vittoria nelle ultime 16 partite disputate. Reduci da tre stagioni chiuse con 54 (2013-14), 51 (2014-15) e 44 vittorie (2015-16), i Trail Blazers erano attesi a confermarsi dopo le firme e i rinnovi estivi, da Evan Turner ad Allen Crabbe. Invece una difesa disastrosa — che concede 111.2 punti a partita, per un Defensive Rating di 109.9, meglio solo di quello dei Lakers in tutta la lega — ha condannato la franchigia dell’Oregon a una partenza ben al di sotto delle aspettative, anche se l’attuale nono posto a Ovest testimonia della possibilità ancora intatta di inserirsi nel discorso playoff per diventare la mina vagante della Western Conference. 

Oakland — Fulcro delle speranze dei tifosi dei Blazers è ovviamente Lillard, raro caso di individuo che sembra avere tutto per diventare un’autentica superstar. Il talento, certo, ma anche un’attitudine da vero guerriero e la provenienza giusta — Oakland, California, terra di altri playmaker di grandissimo livello come Jason Kidd e Gary Payton, ma anche di Brian Shaw e della leggenda assoluta dei playground locali Demetrius “Hook” Mitchell. Nato e cresciuto nella parte orientale della cittadina, quella ancora oggi più povera e disagiata — non la West Oakland dalla vibrante scena artistica sommersa in odore di gentrificazione, sull’onda lunga dell’opulenza di San Francisco — alle strade e ai campetti di Oakland Lillard deve senz’altro il suo stile di gioco senza paura, raffinato sotto coach Orlando Watkins alla Oakland High School (la stessa dell’attore David Corradine, dove Lillard ricorda perfino una sparatoria ai margini di una sfida sentitissima contro la rivale McAteer HS), ma anche un pezzo molto più importante della propria identità. 

La lettera O — Il numero 0 che porta sulla maglia, infatti, vuole ricordare proprio la lettera O di Oakland, ma anche di due altri luoghi fondamentali per la sua formazione di giocatore e di uomo: Ogden, nello Utah, la cittadina dove è andato al college (lontano dai riflettori) a Weber State; e Oregon, lo stato che chiama casa da quando è sbarcato nella NBA. Ecco allora quasi obbligato il titolo dell’album con cui ha debuttato nei panni di Dame D.O.L.L.A. nel mondo musicale, “The Letter O”. Uscito a fine ottobre, l’album vede la collaborazione di firme famose come quelle di Lil Wayne e Jamie Foxx, a riprova della reputazione che il giocatore di Portland è stato rapidamente in grado di guadagnarsi anche in the rap game, tra alcuni dei nomi più importanti della scena hip-hop americana. “Quando ascolto i giudizi sul mio lavoro dagli stessi critici che valutano la musica di Drake, Kendrick Lamar o Chance The Rapper capisco che mi stanno prendendo sul serio — e questo è tutto quello che chiedo”. Una passione nata presto (“il nostro assistente allenatore al liceo aveva un piccolo studio di registrazione casalingo, ho iniziato lì componendo coi miei compagni la canzone che poi ci accompagnava all’entrata in campo”) e sempre sviluppata nel corso di tutti questi anni, fino al successo dei suoi #4-Bar Friday, brevi rime in musica affidate a Instagram che gli hanno dato moltissimo successo portandolo fino sul palco del Tonigth Show with Conan O’Brien, uno dei talk show serali più seguiti d’America.

La persona — Lillard però è sempre stato chiaro sulle priorità che il suo ruolo di leader di una squadra NBA comporta, così come sulla propria identità: "Non sono mai stato una cattiva persona, non sono mai stato in giro per le strade del mio quartiere a coltivare una certa immagine da fuorilegge", dice. Rapper sì ma per nulla gangsta, per ribaltare certi inutili e fastidiosi cliché che spesso avvicinano sportivi e musicisti. Perché il numero 0 dei Blazers vuole continuare a far musica e continuare a esprimere la sua personalità in tutti i modi possibili, ma - indipendentemente da quanto dichiarato da Geroge Karl -"cantarle agli avversari" sera dopo sera sui parquet NBA resta la sua missione principale.