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Scambi e free agent: ecco come funziona il mercato NBA

NBA

Dario Vismara

Gordon Hayward e Danilo Gallinari, due dei free agent più richiesti sul mercato (Foto Getty)

In attesa che si apra il mercato dei free agent alle 6 italiane di sabato, andiamo a scoprire come funziona davvero il sistema della NBA, molto differente rispetto a ciò che viene fatto in Europa

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Partiamo da un presupposto: se nel calciomercato sono soprattutto i cartellini dei giocatori a farne la valutazione e poi, in seconda battuta, vengono considerati anche gli stipendi dei calciatori, nella NBA conta esclusivamente lo stipendio scritto sui contratti. Questo significa che quando una franchigia NBA vuole “acquistare” un giocatore, non può pagare il cartellino a un’altra (perché non esiste proprio il concetto di cartellino) e poi accordarsi col giocatore, ma deve scambiare dei propri contratti per un valore quasi equivalente a quello che riceve. Ora cerchiamo di spiegare in maniera molto semplice e senza addentrarci in troppi dettagli come funziona il salary cap, per come è stato regolamentato dal contratto collettivo stipulato tra i 30 proprietari delle franchigie e l’associazione giocatori nello scorso dicembre.

Che cos’è il salary cap?

In termini molto schietti e semplificativi, il salary cap è il budget che ogni squadra ha a disposizione per i contratti dei propri giocatori, e viene determinato dalla NBA in base agli introiti totali della lega (circa 6 miliardi di dollari). Il tetto di questa stagione – e valido per tutte le 30 squadre – è fissato a 99 milioni di dollari, che rappresenta la prima soglia di separazione tra le squadre sotto il cap (e quindi ha il maggior spazio di manovra possibile) e quelle sopra il cap (che hanno tutta una serie di restrizioni nella compravendita di giocatori). Il cap di ogni squadra, ovviamente, è calcolato sommando i contratti di tutti i giocatori – come se fossero delle monetine che, impilate l’una sopra l’altra, vanno a formare una pila fino a giungere a un certo limite. A differenza di altri sport americani, come ad esempio l’hockey, il cap della NBA è definito come soft, perché le squadre possono “sforarlo” per rifirmare i propri giocatori attraverso una serie di regole. Di base, quindi, le squadre NBA possono spendere quanto vogliono per i contratti dei propri giocatori, ma c’è almeno un’ulteriore soglia fondamentale che sconsiglia l’accumulo sconsiderato dei contratti, che è quella della luxury tax  (posta a quota 119 milioni nella stagione che verrà): se la somma degli stipendi dei giocatori supera quel limite, le franchigie devono pagare un ulteriore “tassa di lusso” alla lega che poi viene ridistribuita alle squadre che rimangono sotto il cap. Altri due soglie che accenniamo solo brevemente: ogni squadra deve spendere per i propri giocatori almeno il 90% del cap, una sorta di pagine minimo definito come salary floor (altrimenti devono ridistribuire il disavanzo ai giocatori sotto contratto); l’Apron, invece, è posto poco sopra la Luxury Tax (4 milioni per la stagione che verrà, quindi a quota 123) e rappresenta un limite invalicabile per le squadre sotto la luxury tax ma sopra il cap che utilizzano certe eccezioni.

Come si acquisiscono i free agent

Ci sono tre modi per aggiungere un giocatore alla propria squadra: il primo è sceglierlo al Draft e fargli firmare un contratto pre-determinato negli importi (viene detto Rookie Scale e dura quattro anni, con gli ultimi due a discrezione della franchigia); il secondo è attraverso uno scambio che coinvolga due o più squadre; il terzo è la firma di un giocatore svincolato, quello che più ci interesserà a partire da domani visto che si aprirà il loro mercato. Per capire come può muoversi una squadra sul mercato dei free agent, la prima cosa è determinare se si trova sotto o sopra il cap: se è sotto, può offrire a uno o a più free agent tutti i soldi che la separano fino al raggiungimento del cap (definito come cap space, lo spazio salariale). In termini semplici: se la somma dei contratti di una squadra all’inizio della free agency è di 69 milioni, avrà 30 milioni di “budget” da offrire ai free agent. Se invece una squadra si trova sopra il cap (ma sotto la luxury tax), il proprio raggio di azione viene limitato a due contratti pre-determinati, definiti come “eccezioni” proprio perché utilizzabili nonostante si sia sopra il Cap: la Mid-Level Exception (che vale 8,4 milioni di dollari e può essere utilizzata tutta su un giocatore oppure divisa su due o più giocatori) e la Bi-Annual Exception (3.3 milioni, utilizzabile ad anni alterni). Una volta esaurite queste due vie per aggiungere free agent, possono essere firmati solo ed esclusivamente giocatori al minimo salariale (1.4 milioni di dollari). Se invece ci si trova sopra la luxury tax (come ad esempio i Cleveland Cavaliers), si ha a disposizione solo la “Tax Payer Mid-Level Exception” da 5.2 milioni, e poi giocatori al minimo salariale.

Come si rifirmano i propri giocatori

Quando un giocatore va in scadenza (e qui trovate i 50 migliori di questa estate), la squadra per cui ha giocato l’ultima stagione detiene i suoi “diritti” per confermarlo con un nuovo contratto, eccedendo anche il cap. Questi diritti sono chiamati Bird Rights per merito di Larry Bird, perché i Boston Celtics furono tra i primi a rifirmare la propria stella attraverso questo procedimento. Questi diritti, però, non sono “gratis”: per potersi riservare la possibilità di confermare i propri giocatori a condizioni migliori rispetto alle altre 29 squadre, sul conto del cap rimane una sorta di “traccia” del contratto passato, che deve essere conteggiata pur non essendo effettivamente pagata. Facendo un esempio concreto: la somma dei contratti garantiti degli Atlanta Hawks per la prossima stagione è di circa 70 milioni, e quindi teoricamente avrebbero 29 milioni di spazio salariale. Ma per poter confermare Paul Millsap e offrirgli un contratto a condizioni migliori i suoi diritti contano sul cap per 30 milioni, una “traccia” che viene definita come cap hold, liberamente traducibile come “trattenuta sul cap” – la quale, di fatto, azzera già da sola lo spazio salariale a disposizione. Lo spazio salariale, quindi, va calcolato tenendo conto di queste “trattenute” che spariscono solo quando il giocatore firma un nuovo contratto (con la stessa o con un’altra franchigia) oppure quando le squadre decidono di rinunciare ai diritti (perdendo quindi il vantaggio di poterli rifirmare rispetto alle altre franchigie, ma riguadagnando lo spazio salariale trattenuto). Di base, quello della NBA è un sistema che incoraggia e favorisce che i giocatori rimangano nelle proprie franchigie. A questo proposito, c’è una particolare categoria di free agent, i cosiddetti restricted: i rookie arrivati alla fine del loro primo contratto che arrivano sul mercato possono ricevere offerte dalle altre 29 squadre, ma non appena accettano l’offerta la squadra che ne detiene i diritti può pareggiare e trattenere il proprio giocatore. Nerlens Noel ai Dallas Mavericks si trova proprio in questa situazione pur essendo stato appena scambiato da Philadelphia: ai Mavs verrà data la possibilità di pareggiare qualsiasi offerta arrivi dal mercato e trattenere il proprio giovane centro.

Come funzionano gli scambi

Come già accennato precedentemente, nella NBA non si può scambiare un contratto da 20 milioni contro uno da 2: la differenza tra le due parti deve rimanere all’interno di certi “paletti”, in modo da mantenere un certo equilibrio tra gli scambi. Senza andare troppo in profondità nei dettagli, tenete buona questa considerazione generale: di base, si può scambiare al massimo per il 150% dei contratti che si cedono. Per i nostri ragionamenti, conviene spiegare qui come funzionano le Sign & Trade: grazie a questo meccanismo, un giocatore può rifirmare con la squadra con cui ha disputato l’ultima stagione con l’accordo di essere immediatamente scambiato con una squadra di suo gradimento che non lo avrebbe potuto acquisire attraverso lo spazio salariale. In questo modo, è una vittoria per tutte le parti coinvolte: il giocatore firma un contratto a condizioni migliori con la squadra prescelta; la squadra di origine non perde il giocatore “a zero”, ricevendo degli asset in cambio (sempre che siano considerati come utili); la squadra che riceve il free agent acquisisce un giocatore che non avrebbe altrimenti potuto permettersi. L’unico paletto è che la squadra ricevente non può in alcun modo superare l’Apron, posto come detto 6 milioni sopra la luxury tax.

L’ambitissimo max contract e i giocatori “strapagati”

Ci sarebbero mille altre regole e cavilli da approfondire, ma limitiamoci a spiegare come funzionano i contratti dei singoli giocatori. Contrariamente al calcio, una squadra non può offrire a un giocatore tutto quello che vuole, ma c’è un limite artificiale a quanto un giocatore può guadagnare – il cosiddetto max montract, o massimo salariale. Questo limite è legato direttamente al salary cap, visto che un giocatore può guadagnare al massimo una percentuale prefissata del cap in base agli anni di esperienza nella Lega: per i giocatori che hanno disputato fino a 6 anni nella NBA, il limite massimo per il primo anno del nuovo contratto è legato al 25% del cap (per questa stagione: 24.7 milioni); per i giocatori con esperienza tra i 7 e i 9 anni, il limite è il 30% del cap (29.7 milioni); per quelli con oltre 10 anni di esperienza, è il 35% del cap (34.6 milioni). Esistono però due modi per “salire di fascia”: se un giocatore nei suoi primi quattro anni di carriera viene votato per un quintetto All-NBA, viene nominato per due volte come titolare all’All-Star Game o vince il titolo di MVP,  può accedere alla seconda fascia di stipendio (quindi arrivando al 30% del cap pur non avendone l’esperienza); allo stesso modo, un giocatore tra i 7 e i 9 anni di esperienza può accedere al “super-max” ottenendo requisiti simili nel triennio precedente alla firma (come succederà per Steph Curry dal 1 luglio, prendendo il 35% del cap pur non avendo disputato 10 anni in NBA). Come già accennato, ci sono differenze in base a chi offre quel contratto al massimo salariale: per trattenere un proprio giocatore, una squadra può offrire fino a 5 anni di contratto con incrementi fino all’8% di anno in anno; un’altra squadra, invece, può arrivare al massimo fino a 4 e con incrementi massimi del 5%. In questo modo, la squadra che prova a trattenere il proprio giocatore avrà sempre un vantaggio economico nella trattativa rispetto alle altre, anche se poi subentrano ragionamenti di altro tipo come la competitività della squadra, le prospettive di vita, i rapporti interpersonali ecc...

Un’estate (quasi) normale

Quella che comincerà domani è la prima estate “normale” dopo due sessioni di mercato in cui i contratti si sono gonfiati moltissimo, a causa di un incremento del cap non preventivabile dovuto al nuovo contratto televisivo statunitense: fino a qualche anno fa il cap si aggirava più o meno stabilmente attorno ai 60 milioni, mentre negli ultimi due anni è salito oltre i 100, cosa che ha fatto incrementare tantissimo gli stipendi dei giocatori che hanno avuto la fortuna di diventare free agent nel 2015 e nel 2016. Dopo due estati di follie – e con il cap che è andato leggermente in calo rispetto a dodici mesi fa – le squadre hanno molto meno spazio salariale a disposizione per “strapagare” i giocatori (anche se in realtà, in percentuale, la maggior parte degli stipendi dati è più o meno in linea con quelli degli anni passati) e per questo torneranno molto utili le eccezioni, che negli ultimi due anni erano state quasi inutilizzate dato che tutte le squadre erano largamente sotto il cap. Sarà interessante capire quali tipi di giocatori continueranno a ricevere offerte sostanziose e quali invece saranno “vittime” delle nuove condizioni mutate del mercato: per avere tutte le risposte, seguite insieme a noi le mille ramificazioni della free agency NBA, uno dei momenti più divertenti della stagione anche se non c’è nessun pallone arancione a rimbalzare.