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NBA, quale futuro per Jamal Murray?

NBA

Dario Ronzulli

Il giovane dei Denver Nuggets ha qualità enormi e difetti ben visibili: proviamo a capire fino a dove lo porteranno.

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Nei Denver Nuggets che guardano al futuro, possibilmente non troppo remoto, un ruolo sempre più determinante lo sta assumendo Jamal Murray. Nato il 23 febbraio 1997 a Kitchener nell’Ontario, il canadese in questo suo anno da sophomore sta diventando colonna della squadra pur nel mezzo di una metamorfosi di ruolo e di compiti non semplice da gestire. E se il rendimento è così positivo - già quattro volte oltre quota 28 punti nel mese di dicembre, di cui l’ultima stanotte contro Minnesota -, oltre alle qualità tecniche ci deve essere qualcosa anche a livello mentale che lo spinge. Per spiegare Jamal Murray e il suo modo di vivere il basket, non si può prescindere dal ruolo che ha assunto sin da piccolo la meditazione.

Jamal Murray racconta il suo rapporto con la meditazione.

È il papà Roger a istruire Jamal sull’importanza della mente nello sport per sfruttare al meglio le proprie qualità e andare oltre i propri limiti. Esattamente come faceva il grande idolo di Murray senior, Bruce Lee, che per osmosi diventa anche l’idolo di Murray junior. Sin da quando gioca al liceo Jamal approccia il basket senza paura e privo di timori reverenziali, cercando sempre di portare la partita verso di lui, di condizionarla per potersi esaltare e poi deciderla. Al Nike Hoop Summit del 2015 nelle file del Team World - in squadra tra gli altri con Ben Simmons - di punti ne mette 30 e viene nominato MVP: è il suo biglietto da visita per chi ancora non lo conosce. Non è il caso di Kentucky e di John Calipari, che si erano già “assicurati” il talento grezzo di Murray sul quale c’era tanto da lavorare, ma con delle basi offensive già di buon livello.

Il Murray che esce dal college e si dichiara al Draft 2016 è una guardia con un ottimo jumper, una buona capacità di produrre dal palleggio creando separazione tra sé e il difensore e un’eccellente capacità di mettersi rapidamente in equilibrio una volta uscito dai blocchi (da Wildcat ha chiuso con il 56% in quella situazione di gioco). Tempismo, controllo del corpo, accurata selezione al tiro e soprattutto nessuna paura di attaccare il ferro anche contro gente più grossa: la meditazione pre-partita porta buoni frutti a livello di concentrazione anche in campo.

Tutto ciò attira la dirigenza dei Denver Nuggets in un momento molto particolare della propria storia. Reduce da tre stagioni senza mai competere per i playoff, la franchigia del Colorado decide di dare una sterzata netta al proprio percorso costruendo un roster pieno di giocatori under 24 dal potenziale luminoso, ma che possano dare sostanza già nel presente. Tipo Jamal Murray, insomma.

Ma se per giocatori come Nikola Jokic il percorso di crescita è stato talmente veloce da portare il suo talento a una forma già quasi definitiva, per Murray il discorso è diverso perché di pezzi mancanti nel puzzle ce ne sono ancora molti. Le sue qualità tecniche necessitano di una maggiore velocità d’esecuzione per essere efficaci anche in NBA; il suo atletismo non pare sufficiente per essere competitivo come guardia tiratrice; infine la difesa non è propriamente la specialità della casa sia per la posizione, troppo eretta, sia per le letture, troppo lente e imprecise.

Nulla di irreparabile, intendiamoci: durante la stagione da rookie Jamal continua a lavorare sodo per migliorare i suoi punti deboli, sempre aiutato dalla meditazione e dal lavoro mentale che il papà gli ha insegnato. Poi accade che nella testa di coach Michael Malone si fa largo un’idea intrigante: e se Murray diventasse il play dei Nuggets? Emmanuel Mudiay continua a non essere affidabile tanto per la scarsa visione di gioco quanto per la pericolosità al tiro da fuori e Jameer Nelson è un veterano che non fa parte dei progetti a lunga scadenza, tanto da essere lasciato andare dopo il training camp di quest’anno. In più il vero play della squadra è Jokic, quindi serve un altro tipo di point guard per giocare insieme a lui e muoversi anche lontano dalla palla; infine vale la pena cercare un modo di far coesistere Murray e Gary Harris, altro prospetto su cui Denver punta fortissimo tanto da confermarlo con un quadriennale da 84 milioni. Il giovane canadese è competitivo, altruista, ha grande fiducia nei propri mezzi ed è estremamente disponibile: per Malone sono basi sufficienti per far partire il progetto “facciamo di Jamal una vera combo guard”.

La stagione 2016-17 si chiude per Murray con 82 partite giocate ma soprattutto un’impennata nei minuti di utilizzo: prima dell’All-Star Weekend sono 19.9, nel finale di stagione invece 25. E nelle ultime sette gare parte sei volte da titolare, sempre da point guard. L’esperimento è ormai avviato, il posto è suo.

Nel frattempo Murray si prende l’MVP del Rising Stars 2017 chiudendo con 36 punti, con 9/14 da 3, e 11 assist.

Che giocatore è Jamal Murray ora

Dopo un terzo di stagione 2017-18 abbiamo quindi la possibilità di valutare, con molti dati a disposizione, a che punto sia la trasformazione di Jamal Murray in una combo guard. Naturalmente la percentuale di Usage è salita rispetto alla passata stagione - dal 21.6% al 24.2%, la più alta del roster - e fin qui nulla di sorprendente. In apparenza invece è strano il calo del Pace da 101.15 a 98.45. Ma come? Gioca play e si abbassa il ritmo della squadra? La spiegazione è da cercare, oltre alla presenza di nuovi compagni, anche nella scelta e nella necessità di abbracciare la nuova frontiera che tanto nuova ormai non è più: il playmaker nel senso letterale del termine e il ruolo di point guard sono due rette che si sfiorano ogni tanto, ma che comunque non vanno più a braccetto.

Il creatore primario di gioco dei Nuggets è di fatto Jokic, e solo in alternativa si passa da Murray, ma anche da Harris, da Will Barton, soprattutto da Paul Millsap, persino da Mason Plumlee. Jamal offre l’apertura dopo il rimbalzo difensivo, porta il pallone nella metà campo avversaria e da lì smette di essere il play dei nostri padri: è una guardia contemporanea sempre in movimento, che può rendersi pericoloso in molteplici situazioni costringendo la difesa a non battezzarlo. L’ulteriore step in tal senso dovrà avvenire nel tiro oltre l’arco: il 35.8% è ancora troppo poco per considerarlo un realizzatore del tutto temibile, e fino a quando non lo avrà sistemato del tutto il resto del suo gioco ne sarà inevitabilmente bloccato. Saper segnare le triple dal palleggio - tipologia di tiri che segna solo col 25%  - deve diventare un must se vuole riuscire a esplorare al meglio altre parti del suo gioco offensivo, seguendo un percorso “alla Steph Curry” pur senza avere il suo bagaglio di ball-handling e fantasia.

Rispetto al suo anno da rookie, Murray si prende più tiri - da 8.9 è passato a 11.8 - soprattutto in situazione di pick and roll e di tiri piedi per terra: in quest’ultima, in particolare, ha un’efficienza di 1.143 punti per possesso che lo pone tra le migliori guardie nella lega, facendo vedere che le doti balistiche sono lì da vedere. È nella lettura e nell’esecuzione dei pick and roll che però probabilmente ha fatto i progressi migliori, considerando quanto poco lo usasse a Kentucky: il canadese è in grado di creare pericoli sia dal palleggio sia servendo il rollante, pur avendo ancora qualche limite di lettura nel fondamentale e nella gestione dei tempi (normali per un giocatore di quell’età). Notevole è anche il miglioramente a rimbalzo offensivo, più che raddoppiato sia in termini quantitativi (da 0.5 a 1.2) che di efficienza offensiva (da 0.8 a 1.5 punti a possesso): non essendo diventato grande il doppio all’improvviso, se ne deduce facilmente che Murray ha raffinato l’intuito, la mobilità e la capacità di eludere il tagliafuori.

Qui il miglior Murray che potrete vedere in attacco: non potente, ma estremamente efficace e in equilibrio. Notate come tenga benissimo il perno per tutto il movimento di virata.

Ciò che colpisce, inoltre, è l’abnegazione che mette nell’eseguire i compiti richiesti. O meglio: colpisce chi non lo ha mai visto e non sa quanta concentrazione Murray ci metta in ogni singola azione. Pur avendo le qualità per uscire dallo spartito non lo fa quasi mai, se non quando la situazione diventa talmente estrema da non avere alternative. Questo lo rende un giocatore indispensabile per mantenere l’equilibrio di squadra, complice l’involuzione continua del suo concorrente diretto Mudiay.

Con Jamal in campo il Net Rating dei Nuggets è +5.2, mentre quando siede in panchina crolla a -7.6 ; allo stesso modo, quando Denver vince è +21.5, quando perde è -12.4. Neanche Jokic o Harris hanno questa incidenza: uno sbalzo così fa la differenza, per di più in una squadra che ha la 23^ difesa NBA con 107.3 punti subiti ogni 100 possessi.

Ecco, la difesa. Il tasto dolente del figlio di Roger. Lo è sempre stato e continua purtroppo ad esserlo anche in NBA. Per quanto abbia lavorato sulla posizione del corpo, sul movimento dei piedi, sulla velocità laterale e sulle letture, Murray continua a fare molta fatica a difendere in uno contro uno e a tenere il primo passo della guardia avversaria. Contro i Celtics, ad esempio, ha faticato sia contro Kyrie Irving - e ok, ci sta - sia contro Marcus Smart - molto meno accettabile.

Esempio delle lacune di letture difensive. Qui Murray prima insegue Roberson mentre questi va a bloccare per Westbrook, poi resta a metà del guado: non torna su Roberson, non raddoppia forte sull’MVP e lascia un’autostrada per il comodo passaggio tra le guardie dei Thunder.

Che cosa diventerà Murray?

Non avendo ancora compiuto 21 anni Jamal Murray è ovviamente ancora un giocatore in divenire, ma qualche indicazione sulle sue prime 112 gare in NBA si possono trarre. Il campo fin qui ci fa intravedere per lui sicuramente non un futuro da point guard di livello altissimo - vale a dire non una di quelle in grado di cambiare da sole il volto di una squadra o il contesto di una partita, prerogativa dei vari Curry/Westbrook/Paul. Ma considerando che sono ben pochi i giovani che possono ambire a quel rango, Murray può assolutamente diventare il titolare in una squadra da playoff o un eccellente giocatore di complemento per una contender.

A patto che, in entrambi i casi, il sistema di gioco lo esalti piuttosto che chiedere di essere esaltato, che il suo tiro da fuori diventi un’arma efficace con continuità e che soprattutto il suo rendimento difensivo, quantomeno nel contenimento del primo passo, altrui diventi accettabile. In caso contrario il destino di Murray in NBA può essere quello di titolare sì ma in contesti non puntati verso la post-season oppure, peggio, di girovago da un palazzetto all’altro.

«La coltivazione di sé rende grandi gli uomini» è uno degli aforismi più noti di Bruce Lee. Sul fatto che Jamal coltivi se stesso per diventare un giocatore di riferimento non c’è il minimo dubbio.