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NBA, Kobe Bryant sulla legacy di LeBron James: "Contano solo i titoli vinti"

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L'ex leggenda dei Lakers dice la sua sul modo in cui verrà ricordato il n°23 dei Cavs. A cui dà un consiglio figlio della sua stessa esperienza (e della parole di Michael Jordan): "Per vincere deve fidarsi di più dei suoi compagni". E anche sul concetto di leadership ha da ridire...

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Una sorta di tavola rotonda online, organizzata dal sito Bleacher Report, per riunire pareri eccellenti attorno a un tema sicuramente di grande attualità – le legacy di un giocatore, il suo lascito – che forse affascina anche per l’impossibilità a prestarsi a una definizione e una risposta sicura. Il giocatore in questione, ovviamente, è LeBron James, sulla bocca di tutti all’indomani della sua nona finale NBA disputata come al solito a livelli eccezionali e conclusasi – come in cinque precedenti occasioni – con una sconfitta. Tra gli interrogati invece grandi campioni del passato, da ex MVP delle finali NBA come Paul Pierce e Chauncey Billups a leggende del calibro di Isiah Thomas e Vince Carter, e l’opinione eccellente di Kobe Bryant, il cui parere – per carisma e ruolo nella NBA degli ultimi vent’anni – ha finito per far discutere più di tutti. A partire da una provocazione iniziale lanciata dal n°8/24 dei gialloviola: “Dite che LeBron ha fatto tutto il possibile in finale? Ma infatti secondo me non doveva far di più, si è dato anche troppo: nel caso avrebbe dovuto fare di meno”. Bryant spiega questa sua curiosa posizione con gli insegnamenti ricevuti da coach Phil Jackson: “Phil me lo ripeteva in continuazione, quando pensava che stessi cercando di far troppo in campo. Io reagivo dicendogli che avrei voluto vedere i miei compagni farsi avanti maggiormente, ma lui affidava anche questo compito a me: ‘È una tua responsabilità spingere il gioco verso di loro’, mi diceva”. Sul ruolo dei compagni, poi, dopo i consigli di “Coach Zen” Bryant ricorda anche quelli di un certo Michael Jordan, ricevuti “dopo le finali (perse contro Boston) del 2008: “Hai tutti gli strumenti necessari: devi solo capire il modo migliore di coinvolgere i tuoi compagni per far fare loro l’ultimo salto, e vincere il titolo”. Che infatti arriva nel 2009, contro Orlando, e poi ancora contro Boston nel 2010: “Prima di quella serie Michael sentì una mia dichiarazione in cui mi lamentavo dell’incredibile livello di talento di quei Celtics: avevano Ray Allen, Paul Pierce, Kevin Garnett, Rasheed Wallace, sono stati il primo vero superteam moderno. ‘Certo, e proprio perché è così sta a te trovare il modo di farcela comunque, perché alternative non ce ne sono’, dichiarò Jordan. È la stessa sfida a cui si trova davanti LeBron oggi: hai i compagni che hai, e con loro devi trovare il modo di vincere. Le scuse non funzionano. Ha a che fare con il modo in cui costruisci la tua squadra, con l’intesa emotiva che stabilisce in spogliatoio. Come fai a motivarli? Essere leader non vuol dire rendere migliori i tuoi compagni passandogli la palla, non è assolutamente questo: essere leader ha a che vedere con l’influenza che hai nel fargli raggiungere il loro potenziale massimo. E a volte non è tutto rose e fiori: qualcuno lo sfidi, qualcun altro lo affronti a muso duro, a qualcun altro ancora devi dare una pacca sulle spalle. La cosa difficile è trovare il giusto equilibrio”.

“Non importa la narrativa che costruisci, contano i titoli che vinci”

Parole che sembrano in un certo modo voler criticare alcuni aspetti del gioco e del personaggio LeBron James: 10 assist di media in finale NBA (e innumerevoli altre occasioni in cui i tiratori di Cleveland hanno fallito tiri completamente smarcati, grazie ai passaggi del loro n°23) lo dovrebbero mettere al riparo da critiche di scarso altruismo o leadership, ma diverso – avverte Bryant – è fare in modo che i compagni realizzino al pieno il proprio potenziale (si può dire che i vari Love, Hood, Korver e compagnia non abbiano certo giocato le loro migliori finali possibili). E l’infortunio alla mano denunciato dopo la fine di gara-4 potrebbe ricadere sotto la voce scuse, che la leggenda dei Lakers non vuole neppure iniziare a sentire. L’affondo finale, però, arriva proprio sul concetto di legacy, l’eredità al gioco lasciata da un giocatore, spesso poi identificata con le sue vittorie – e in particolare con il numero di anelli conquistati. Indicatore riduttivo, come da più parti sostenuto (Isiah Thomas e Chauncey Billups ad esempio la pensano così, Dennis Scott per essere ancora più chiaro porta l’esempio di Jerry West: “È giustamente ricordato come ‘Mr. Logo’, una leggenda, e in finale NBA ha un record di una vittoria e otto ko”), oppure unità di misura ultima per i veri campioni? La pensa così Paul Pierce, e ammette alla fine di dare grande importanza al numero di anelli (forse perché lui ne sfoggia 5…) anche Kobe Bryant: “Fin da bambino tutto quello a cui pensavo era vincere. Mi importava solo quello. Era il modo in cui valutavo Michael [Jordan], Larry [Bird] e Magic [Johnson]: per il numero di titoli che sono stati capaci di vincere. Oggi si tendono a valutare anche mille altri aspetti, che va bene – ma io vi sto dicendo quali sono i criteri validi per me. E se fossi LeBron, io farei di tutto per trovare il modo di vincere ancora. Non mi importa la narrativa che costruisci. Vuoi vincere il titolo, e devi trovare qualsiasi modo per farlo”.