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I migliori sette film di basket della storia del cinema

NBA

Francesco Tonti

Il mercato NBA è ormai agli sgoccioli, una lunga estate si avvicina: per allietare le vostre serate senza pallacanestro, ecco una rassegna dei migliori film di pallacanestro della storia del cinema.

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Con il progressivo affievolirsi delle notizie della stretta attualità e l’avvicinarsi della lunga estate, la gentile redazione de l’Ultimo Uomo è lieta di presentare una piccola rassegna cinematografica con la palla a spicchi come protagonista per far passare più velocemente il tempo che ci separa dalla prossima stagione. Abbiamo escluso qualche titolo di grande cassetta (Space Jam, Glory Road, Above the Rim) e inserito qualche lungometraggio meno conosciuto dal grande pubblico. Allo stesso tempo, però, è stato doveroso rispolverare i grandi classici che spesso hanno formato generazioni di appassionati.

Il nostro intento è quello di farvi scoprire o riscoprire sette film per sette grandi serate. Buona carrellata!

7) Fast Break (1979)

Titolo italiano: non uscito in Italia
Regia: Jack Smight
Valutazione UU: 3 stelle
Valutazione IMDB: 6.0
Valutazione Rotten Tomatoes: non presente

Uno slogan dei primi anni Ottata recitava: “Avremmo potuto stupirvi con effetti speciali...”.

Probabilmente è un film di cui non avete mai sentito parlare, ma si tratta di un piccolo gioiello da rivalutare e a cui tributare la giusta attenzione. Uscito in un periodo in cui la pallacanestro era inesorabilmente schiacciata dalla concorrenza degli altri sport, siamo di fronte a una piccola icona di resilienza cinematografica. La suggestiva scena iniziale girata presumibilmente al campetto di West Fourth al Greenwich Village (“The Cage”) è più vicina allo stile di un documentario che a quello di un lungometraggio, un atto d’amore per i playground della Grande Mela. Il protagonista interpretato da Gabe Kaplan ha una fisicità e un’ironia molto vicini alle corde di Billy Crystal e di Robin Williams, e questo è un indiscutibile punto di forza.

La storia è incentrata su un entusiasta nerd del basket che gestisce a malavoglia un negozio di specialità alimentari e fantastica pallacanestro tutto il giorno. Contro ogni aspettativa riesce a coronare il sogno di una vita: diventare un allenatore NCAA. Un improbabile ateneo nei dintorni di Las Vegas gli offre infatti l’incarico a condizione di accettare un magro salario di 60 dollari per ogni partita vinta. L’accordo prevede un contratto in piena regola con i Cadwallers (il curioso nick della squadra) in caso di successo nel derby contro Nevada State, una classica corazzata del basket collegiale. Il nuovo coach è costretto a partire da zero e recluta talento a piene mani dall’inesauribile serbatoio cittadino: coinvolge il suo amico Hustler (interpretato dal giocatore NBA Bernard King) e una serie di irresistibili personaggi con una grande voglia di riscatto. Il roster vanta anche la presenza di una ragazza androgina (camuffata da uomo) che è a tutti gli effetti il miglior tiratore della squadra.

Kaplan offre una buona prestazione e il suo personaggio si dimostra un mentore di spessore e un entusiasta condottiero, le scene strettamente legate al gioco risultano molto gradevoli e perfettamente adeguate agli anni Settanta. I dialoghi e le piccole storie di contorno sono spesso divertenti: il surreale siparietto sulla figura di Bob Cousy in una caffetteria è poi un esempio magistrale della scarsa popolarità della NBA fino a quel momento. La trama scivola via senza particolari pretese: siamo di fronte a un classico film “Fast Food” che resta nel solco dei più classici prodotti di intrattenimento. Ben accolto dal pubblico e poi riscoperto grazie alla moda del vintage e dalla fiorente “archeologia” sportiva, merita senza dubbio una possibilità. La versione originale del film è presente su YouTube.

6) Semi-PRO (2008)

Titolo Italiano: Semi- Pro
Regia: Kent Alterman
Valutazione UU: 3 stelle e mezzo
Valutazione IMDB: 5.8
Valutazione Rotten Tomatoes: 22%

Il genere demenziale ha conosciuto nuova linfa grazie ai lavori di Will Ferrell, e la sua capacità di legare la categoria cinematografica cara ai Monty Python con delle storie a sfondo sportivo è generalmente apprezzata dal pubblico. Il filone ha provato ad abbracciare anche il mondo del basket ma il risultato è rimasto abbastanza lontano dalle escursioni nell’ambiente della Nascar (Talladega Nights) e del pattinaggio artistico (Blades of Glory). Gli esiti meno confortanti del solito al botteghino hanno inevitabilmente fatto scemare l’interesse per un prodotto che è colpevolmente rimasto sotto traccia. La distribuzione in Europa ha incontrato più qualche ostacolo e la sua assenza nel mercato italiano fino al 2015 ha contribuito a trasformarlo in un prodotto di nicchia che si è poi diffuso grazie al passaparola.

La storia è ambientata negli anni Settanta e racconta la vicende di un’immaginaria squadra ABA (i Tropics) con base a Flint nel Michigan, famosa nel mondo per i documentari di Michael Moore. Il protagonista assoluto è Jackie Moon che veste gli improbabili panni di proprietario/allenatore/giocatore di una franchigia che è riuscito ad acquistare grazie al successo della sua canzone "Love Me Sexy", un classico esempio di one-hit wonder. Moon spende tutte le sue risorse per salvare la squadra dal fallimento, si lancia in clamorosi quanto improbabili numeri da circo durante l’intervallo per attirare pubblico (l’orso-wrestler Dewey vale da solo la visione del film) e prova in tutti i modi a diffondere le sua filosofia hippie ai componenti del roster.

Le gag a contorno del film sono molto riuscite e strappano risate convincenti mentre la trama fatica a trovare un ritmo stabile dall’inizio alla fine, vivendo di alti e bassi. Tra la scoperta e l’utilizzo del primo alley-oop alla irresistibile vena istrionica del duo dei telecronisti locali capeggiati da Will Arnett (l’interprete di BoJack Horseman) fino al curioso arbitraggio di Padre Pat, le occasioni per divertirsi non mancano di certo. Il film è barocco, spesso ridondante e zeppo di strane citazioni, con un curioso feticismo per gli anni Settanta che arriva dritto al cuore. Non mancano nemmeno dei camei di giocatori dell’epoca come Artis Gilmore e George Gervin o di altri pilastri del genere demenziale come Kristen Wiig e David Koechner. André Benjamin e Woody Harrelson spiccano sul resto del cast e nelle scene di basket giocato centrano in pieno la maggior parte degli stereotipi più divertenti. Qualche commento sarcastico che circola in rete definisce la pellicola come una sorta di prequel di “Chi non salta bianco è”, considerata la dinamica di una delle scene principali. Un crossover involontario che regala qualche spunto di interesse supplementare: intrattenimento puro.

5) Coach Carter (2004)                                                         

Titolo Italiano: Coach Carter
Regia: Thomas Carter
Valutazione UU: 3 stelle e mezzo
Valutazione IMDB: 7.3
Valutazione Rotten Tomatoes: 64%

Un progetto nato sotto i migliori auspici. Buona parte della sceneggiatura originale è ricavata da una delle serie TV più incisive dei primi anni Ottanta: si tratta di “White Shadow”, la storia di un ex giocatore NBA che accetta di allenare un liceo all’interno di un pericoloso ghetto losangelino. La pelle bianca contrasta con i componenti afro-americani del roster e ben presto la sua missione si trasforma in quello di un educatore pronto a sostenere i giovani componenti della squadra. L’archetipo del “white savior” in una delle sue forme migliori.

Il tentativo di innovare il linguaggio e la cifra narrativa proposta dal piccolo schermo ha profondamente ispirato gli addetti ai lavori NBA del nuovo millennio (Bill Simmons su tutti). Un prodotto costruito per superare pregiudizi razziali e sociali, con storie crude e spesso lontane dal lieto fine. In Coach Carter la situazione è leggermente differente: a prendersi cura dei ragazzi della Richmond High è Samuel L.Jackson che veste i panni di un piccolo imprenditore con un buon passato di giocatore amatoriale. Il suo scopo è quello di far marciare sullo stesso piano un solido percorso didattico e lo sviluppo sportivo: vuole esaltare le potenzialità del sistema scolastico correggendo le sue storture. Un obiettivo ambizioso per cui è necessario combattere contro una folta schiera di nemici interni ed esterni e la diffidenza dei suoi giocatori.

La denuncia sociale è il motore della storia e la miscela tra il vecchio sceneggiato e le vicende biografiche di Ken Carter funziona egregiamente: il lavoro del regista Thomas Carter (specialista in commedie musicali) garantisce una dinamica apprezzabile e una patina di glamour. La squadra è credibile e non mancano i personaggi divertenti come quello di Timo Cruz, le scene ambientate sul campo non deludono gli appassionati più esigenti. Il repertorio massivo di luoghi comuni affrontato dalla trama fa leggermente perdere mordente al messaggio di fondo: la produzione MTV ha infatti giocato sul sicuro e confezionato un prodotto adatto a una grande fascia di pubblico. Il box office ha premiato questo approccio prudente e la performance di Jackson ha trasformato il film in un punto di riferimento per i lungometraggi sportivi. Qualche cliché di troppo risulta perfino utile: la trama infatti ha il grande merito di sottolineare la figura degli allenatori-educatori, solitamente poco apprezzati nella vita reale. Una solida certezza.

4) Hoosier (1986)

Titolo Italiano: Colpo Vincente
Regia: David Anspaugh
Valutazione UU: 4 stelle
Valutazione IMDB: 7.6
Valutazione Rotten Tomatoes: 88%

Spesso le tensioni presenti sul set penalizzano le qualità di un film e finiscono per inaridire la vena creativa degli artisti in gioco. In questo caso le aspre divergenze di vedute tra il protagonista (il navigato Gene Hackman) e il regista (David Anspaugh, al suo debutto) hanno contribuito a sprigionare un’intensità e uno slancio che ne hanno decretato la fortuna. Il grande pregio di questo lungometraggio è l’attenzione maniacale ai dettagli e la dedizione assoluta al basket che fanno inevitabilmente innamorare gli appassionati più romantici. È in grado allo stesso tempo di regalare forti emozioni e spunti di interesse anche a un pubblico non necessariamente attratto dal mondo della palla a spicchi. La sua visione è quindi spesso apprezzata anche dalla fidanzate (o dai fidanzati ovviamente) dei soliti impallinati/e che tentano di coinvolgere con il proprio entusiasmo le persone più vicine. Siamo alle fondamenta ideali dello storytelling sportivo che ha recentemente monopolizzato i media: il felice matrimonio tra il rigore scientifico della storia e un intelligente approccio narrativo ha decisamente fatto scuola.

La trama è ricca di elementi interessanti ma al tempo stesso è semplice e tagliente. Un coach dal passato misterioso approda in Indiana dove la pallacanestro è religione, esattamente come nel Texas il football è spesso vissuto come un culto pagano. È lo scenario peggiore per apportare drastiche modifiche al sistema di gioco e alle collaudate routine di allenamento. Il coriaceo allenatore riesce a scardinare le convinzioni dei suoi giocatori e a costruire le basi di un collettivo che contro ogni aspettativa matura un’importante cultura di squadra al di sopra delle esigenze individuali. La storia ha un buon impianto drammatico e gioca tutte le sue carte migliori sull’importanza di avere a disposizione una seconda possibilità e sulle implicazioni legate al riscatto personale. Non mancano riferimenti all’alcolismo; la vicenda dell’assistente allenatore, interpretato magistralmente da Dennis Hopper, è un ulteriore punto di forza della pellicola. La sceneggiatura prende spunto dalla vera storia della Milan High School del 1954 e ne modella i contorni delle vicende di Norman Dale, un allenatore che nel 1951 fa la sua comparsa ad Hickory, un luogo che non spicca nelle cartine geografiche. Non manca qualche escursione sentimentale e una rinfrescatina del classico mito di Davide e Golia.

Un prodotto riuscito che non sempre è stato apprezzato a dovere ma che sta invecchiando molto meglio del previsto, complice anche la maglia indossata qua e la dagli Indiana Pacers. Il livello di riproduzione dei dettagli anni Cinquanta è talmente genuino da far impallidire delle pellicole ad alto budget come Pleasantville.

3) He Got Game (1998)

Titolo Italiano: He Got Game
Regia: Spike Lee
Valutazione UU: 4 stelle
Valutazione IMDB: 6.9
Valutazione Rotten Tomatoes: 80%

Spike Lee è l’artista cinematografico più strettamente legato al mondo della pallacanestro e le sue alterne fortune di tifoso-icona dei New York Knicks hanno lasciato un’impronta indelebile nella cultura di massa. Il regista è visceralmente legato alla Grande Mela e i suoi lungometraggi hanno contribuito a ridefinire l’immagine della metropoli prima e dopo l’11 settembre. Per un curioso scherzo del destino, la maggior parte dei suoi lavori più ispirati ha reso poco entusiasta la critica che si è invece affrettata a incensare le sue realizzazioni più convenzionali. He Got Game è probabilmente uno dei pochi esempi di accoglienza equilibrata per le indiscutibili qualità di una pellicola che resta sempre in perfetto equilibrio tra un film d’autore e un prodotto più squisitamente commerciale. Lee ha sognato per oltre 10 anni di girare una storia sul basket e, dopo aver studiato profondamente i migliori esempi di genere, ha scritto una storia con “Toro Scatenato” di Martin Scorsese sullo sfondo.

La trama si sofferma sul complicato rapporto padre/figlio tra la stella liceale Jesus Shuttlesworth interpretato da Ray Allen e il genitore galeotto a cui dà vita Denzel Washington. Uno degli obiettivi del cineasta è quello denunciare la grande ipocrisia nascosta dietro le borse di studio elargite dal mondo NCAA e sul triste contorno di persone pronte ad approfittare della fortuna degli atleti più promettenti - ragazzi che sono costretti a fare i conti con un vorticoso giro di milioni e a fronteggiare pressioni in grado di stroncare il più navigato degli uomini di mondo. Nonostante qualche eccesso e qualche curiosa divagazione della trama - come ad esempio il ruolo di Milla Jovovich o la spericolata scena in camera da letto alla Tech University -, il film si mantiene sempre godibile ed è in grado di immergere completamente lo spettatore. Con tutti questi elementi il basket resta inevitabilmente sullo sfondo anche se le naturali abilità di una stella NBA come Ray Allen contribuiscono a dar vita a un realismo che al tempo della realizzazione non ha precedenti.

Il momento più importante si consuma in un concitato e spietato uno contro uno in un playground di Coney Island tra padre e figlio. La posta in palio è la firma presso l’università di Big State, una destinazione che potrebbe accorciare la pena del padre in permesso vigilato. Tra uno spintone, un canestro e confessioni sussurrate, il legame conosce una svolta e indirizza la scelta finale del protagonista. La colonna sonora curata dai Public Enemy e Aaron Copland è l’ideale per sottolineare i momenti chiave ed è presto diventata un piccolo oggetto di culto. Il casting per il ruolo di Jesus è stato travagliato: la prima scelta Kobe Bryant ha preferito declinare per concentrarsi sugli allenamenti, mentre le prime alternative Tracy McGrady e Allen Iverson non hanno pienamente convinto la produzione. Probabilmente il miglior film di tutti i tempi con la pallacanestro sullo sfondo più che un prodotto dedicato allo sport in senso stretto. Un fattore che gli fa perdere qualche punto rispetto ai gradini più alti del podio. Magistrale.

2) Rebound: The Legend of Earl the Goat Manigault (1996)

Titolo Italiano: Più in alto di tutti (sigh!)
Regia: Eriq La Salle
Valutazione UU: 4 stelle e mezzo
Valutazione IMDB: 7.8
Valutazione Rotten Tomatoes: non presente

Uno di uno dei migliori esempi di film per la televisione. Prodotto dalla HBO, che ha anticipato e ispirato i contenuti e la politica di Netflix venti anni dopo, ci troviamo al cospetto di una pietra angolare della narrativa popolare sviluppata grazie alla pallacanestro. La storia della leggenda newyorkese Earl Manigault è trattata con un’apprezzabile dose di realismo e la sobria ricostruzione degli eventi è impreziosita dalle ottime prestazioni degli interpreti. “The Goat” ha lavorato in prima persona alla stesura della sceneggiatura e il risultato si traduce in un percorso biografico di alta fedeltà. La pellicola svela le numerose traversie che hanno influenzato un percorso di vita degno di un romanzo d’appendice: l’ascesa, il crollo e la faticosa rinascita sono un manifesto ideale da oltre mezzo secolo.

Probabilmente uno dei giocatori più eccitanti di sempre e al tempo stesso un oggetto misterioso per il grande pubblico abituato ad una generosa copertura mediatica. Un nume delle evoluzioni intorno al ferro che ha combattuto contro un nutrito schieramento di demoni personali. La sua singolare grandezza sportiva ha conosciuto la posterità grazie al curioso sistema di comunicazioni della città che per anni ha diffuso il suo retaggio in modo verbale. Una carriera che non è mai decollata nei professionisti non ne ha intaccato lo status: il racconto delle sue imprese costringe a volare con la fantasia come nella migliore tradizione della letteratura. Le scene di basket sono curate in modo maniacale, la consulenza di un ex giocatore professionista ha pagato importanti dividendi. Gli effetti speciali necessari per rendere al meglio le straordinarie doti atletiche di Manigault sono essenziali e distribuiti con parsimonia. Sono idealmente vicini alla piuma che apre il sipario di Forrest Gump: servono semplicemente ad accompagnare la storia e non prendono mai il sopravvento. Lisergico e sempre acidamente radicale, il bello di questo film è proprio la sua filosofia minimalista: “Less is more” alla sua ennesima potenza.

Il cast solletica il palato dei cinefili: Don Cheadle (noto per la saga di Ultraman e per Hotel Rwanda), Forest Whitaker (L'ultimo Re di Scozia), James E. Jones (la celebre voce di Darth Vader) e i camei di Kevin Garnett, Kareem Abdul-Jabbar e Chick Hearn. Consigliamo di anticipare la visione (o il “rewatch”) con un fresco ripasso del capitolo che Federico Buffa ha dedicato al protagonista in “Black Jesus” e alla riscoperta del bestseller “The City Game” di Pete Axthelm per un’immersione a 360 gradi. Come si fa a non essere romantici con Earl Manigault? Su YouTube è presente anche  la versione italiana.

1) White Men Can't Jump (1992)

Titolo Italiano: Chi non salta bianco è
Regia: Ron Shelton
Valutazione UU: 4 stelle e mezzo
Valutazione IMDB: 6.7
Valutazione Rotten Tomatoes: 77%

Un film con un’atmosfera semplicemente incantevole, l’inno alla gioia per antonomasia della pallacanestro dei campetti e del fondamentale più trascurato e allo stesso tempo mitizzato del gioco: il trash talking. Dialoghi frizzanti e situazioni divertenti sono il marchio di fabbrica del regista Ron Shelton (famoso per “Bull Durham” con Kevin Costner) che centra alla perfezione il contrasto tra gli stereotipi tra bianchi e neri e ne fa l’asse portante della storia.

La trama esplora con leggerezza e acume un tema scivoloso come quello del conflitto razziale e lo sviluppa in un legame che si trasforma in una strana amicizia. L’umorismo è sempre pungente e i toni spaziano dalle battute fulminanti care ai film d’azione anni ottanta (Beverly Hills Cop ad esempio), alle variegate realtà urbane con ambientazioni calde e vivaci che hanno reso celebre Spike Lee. Ci sono almeno 2-3 scene cult contraddistinte da una serie di bonari insulti a raffica che anche nella versione italiana regalano più di qualche soddisfazione. È impossibile non guardare con un occhio divertito all’improbabile vestiario dei primi anni Novanta: anche i più piccoli dettagli contribuiscono a un’esperienza visiva multicromatica e appagante, e la fotografia non trascura nemmeno un particolare. A fare la parte del leone è l’indimenticabile cappello da ciclista della Colnago indossato da Wesley Snipes che fa bella mostra per tutto il film, un accessorio che in America ha fatto davvero furore.

La storia costeggia anche il tema delle scommesse clandestine con i classici gangster di origine italiana a recitare la solita particina di contorno. Compare marginalmente anche la questione del riscatto sociale e del complesso rapporto di coppia tra i protagonisti e le loro compagne che si rivelano molto più sagge. Rosie Perez (co-protagonista con i fiocchi) in particolare si dimostra il perfetto terzo elemento nell’economia del film, la sua molla emotiva è uno degli elementi su cui ruota con efficacia tutta la storia. Gli irresistibili perdigiorno pronti alla rissa che popolano i playground non penalizzano la parte dedicata al basket che è stata curata e coreografata dalla leggenda NBA Bob Lanier. A spiccare in positivo è la vena di Harrelson che fa bella mostra della sua meccanica di tiro ma anche il trattamento del pallone di Snipes è degno di nota. Le abitudini, le superstizioni e gli strani rituali degli amanti del basket di strada sono fedelmente rappresentati e si integrano bene con la sceneggiatura. La godibilità generale si attesta ben oltre la media dei film commedia e celebra degnamente l’ascesa di questo sport nella cultura popolare. Gli incassi hanno superato le più rosee aspettative e hanno trasformato questo gioiellino in una delle sorprese della stagione cinematografica del 1992. Lo scenario  incantevole di Venice Beach e la grande colonna sonora hanno contribuito a trasformare il film in un classico senza tempo. Fondamentale.