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4/30: focus su Coby White, la speranza dei Chicago Bulls

FOCUS NBA
©Getty

Un giocatore per squadra, 30 nomi che — per un motivo o per l'altro — si sono messi in luce durante quest'anno o sono sempre più centrali per il successo delle proprie squadre, meritandosi un approfondimento sulla loro stagione. Come Coby White, la point guard a cui i Chicago Bulls si affidano per ritrovare un po’ di speranza

La notte del Draft 2019, era pressoché impossibile non notare Coby White. Sarà stato per la capigliatura decisamente particolare, per il modo buffo in cui il cappellino dei Chicago Bulls provava a rimanergli in testa, o molto più probabilmente per il video virale della sua reazione alla chiamata di Cameron Johnson in Lottery — quel “Wow, bro!” diventato immediatamente iconico. È stato però facilissimo scordarsi di lui per diversi mesi, visto che il giocatore da North Carolina è scivolato sempre di più sulla panchina dei Bulls di Jim Boylen senza lasciare il segno, senza neanche riuscire a guadagnarsi una chiamata per il Rising Stars da giocare in casa nel weekend delle stelle. Incostanza è stata la parola d’ordine della sua prima parte di stagione: una buona partenza con 17 e 25 punti nelle prime due partite, poi cinque in fila senza superare la doppia cifra, cinque in fila sopra quota 10 (con il nuovo season high da 27 punti contro New York, segnando 7 triple nell’ultimo quarto — nuovo record per un rookie nella storia NBA), un partita da 3/13 al tiro, poi altre quattro in doppia cifra toccando quota 28 con Charlotte. Da fine novembre in poi però ha più toccato quota 20 solamente una volta in tre mesi, complici percentuali pessime dal campo (sotto il 37%) e da tre punti (33.2%) e meno assist che rimbalzi catturati (2.4 contro 3.4) — cifre difficili da giustificare per una point guard. Dalla seconda partita dopo la pausa per l’All-Star Weekend, però, qualcosa nella testa di White ha decisamente fatto “click”, e i risultati si sono visti eccome.

L’esplosione di White a fine febbraio: tre gare da record

Nei cinque giorni tra il 22 e il 25 febbraio White ha inanellato una serie di tre partite in fila sopra quota 30, il primo giocatore a riuscirci uscendo sempre dalla panchina nella storia della NBA. Ha cominciato con 33 punti contro Phoenix, pur uscendo sconfitto; poi ha replicato il giorno dopo mettendone altri 33 contro Washington, stavolta vincendo; infine ne ha messi 35 (suo massimo in carriera) in casa contro gli Oklahoma City Thunder del suo mentore Chris Paul, che non ha mancato di elogiarlo su Twitter — oltre che di ricordargli che è stata pur sempre la squadra ospite a vincere. White ha poi continuato su alti livelli anche nelle cinque partite successive, fino a guadagnarsi la prima partenza in quintetto della sua carriera contro Cleveland, un successo in cui ha segnato 20 punti con 5 rimbalzi e 5 assist dando un minimo di speranza ai Bulls, al netto delle 9 palle perse commesse. In totale nelle nove partite prima della sospensione della regular season White ha viaggiato a 26.1 punti con il 48% dal campo e il 43.2% da tre punti su 9 tentativi a partita, distribuendo 4.4 assist e raccogliendo 4.2 rimbalzi a fronte di 3 palle perse. Il tutto con un plus-minus positivo di +3, quasi un unicum in questa stagione disastrata dei Bulls. Cifre che gli sono valse il premio di rookie del mese di febbraio per la Eastern Conference.

I problemi al tiro (a partire dai numeri)

White è ben lontano dall’essere un giocatore completo o efficiente, ma è anche — si spera — lontano parente del rookie spaesato e confusionario visto nelle prime settimane di NBA. Difetti da mettere in preventivo per una point guard di 19 anni con evidenti problemi nella lettura del gioco e nell’adattamento alle difese dei professionisti, oltre che con mezzi fisici sottodimensionati per il ruolo (non tanto i 193 centimetri di altezza, quanto i 195 di apertura di braccia e i soli 83 chili di peso). White sembra proprio “piccolo” in campo, ma prova a utilizzare la testa laddove non arriva il corpo e a sopravvivere in uno schema difensivo ultra-aggressivo che non maschera le sue mancanze. La point guard ha anche un bel po’ di lavoro da fare sulla sua selezione di tiro, visto che spesso dà la sensazione di “tirare tutto quello che gli capita”: White prova 17 tiri a partita parametrati sui 36 minuti, 32° in NBA tra i giocatori con almeno 1.500 minuti in campo. Di questi è l’unico a tirare sotto il 40% dal campo e solamente sette giocatori ad aver giocato quel quantitativo di minuti tirano peggio di lui (tutti su un campione decisamente inferiore di tiri peraltro). Sia chiaro, White è un tiratore dal rilascio molto rapido capace di segnare in diverse situazioni di gioco ed è calato in una squadra con scarsissimo talento offensivo, ma per diventare una point guard titolare fatta e finita la strada è ancora lunga.

 

La domanda: può coesistere con Zach LaVine?

I suoi miglioramenti rimangono comunque la principale fonte di speranza in una stagione dei Bulls che, altrimenti, sarebbe davvero deludente. Per via dei tanti infortuni e di un allenatore come Jim Boylen apparso inadeguato agli standard richiesti in NBA, Chicago non è mai riuscita ad avere continuità in questa stagione tanto da sprofondare a otto partite di distanza dall’ottavo posto, con un record decisamente perdente (22-43). L’ultima parte di regular season sarebbe servita soprattutto per continuare a seguire lo sviluppo di White e, con un po’ di salute in più, provare a rispondere a un quesito a cui prima o poi la dirigenza dei Bulls dovrà rispondere: lui e Zach LaVine possono coesistere? Nessuno dei due è un playmaker naturale e ad entrambi piace tirare il pallone molto spesso, forse un po’ più di quello che le loro capacità di tiro suggerirebbero. Entrambi, poi, sono difensori attualmente sotto la media, anche se qualche segnale incoraggiante da parte di White stava cominciando ad arrivare nella comprensione degli schemi e nella capacità di muovere i piedi in difesa. Nei 747 minuti in cui hanno condiviso il campo, però, i Bulls hanno avuto una difesa pessima, concedendo 115 punti su 100 possessi agli avversari (ai livelli dei derelitti Wizards, per intenderci) e segnandone solo 105. La sensazione che prima o poi tra i due bisognerà operare una scelta rimane sullo sfondo: per il momento a Chicago possono attendere il ritorno in campo godendosi le ultime nove, incoraggianti partite del loro rookie da North Carolina.

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