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NBA, Isiah Thomas in esclusiva a Sky: "Sorpresi dal rancore di Michael Jordan"

ESCLUSIVA

Dario Vismara

©Getty

In esclusiva per skysport.it, il due volte campione NBA Isiah Thomas ha parlato di The Last Dance e di come ancora oggi si parli della sua rivalità con Michael Jordan ("Curioso come quegli anni lo abbiano segnato"), di come i suoi Detroit Pistons abbiano rivoluzionato il gioco anticipando molte caratteristiche delle squadre contemporanee e di come la chimica di squadra sia l’aspetto più importante per vincere

Nell’ultimo anno da quando è uscito The Last Dance si è parlato molto di quegli anni e della tua rivalità con Michael Jordan. Ti ha dato fastidio essere ritratto solo come “il cattivo”, anche se pure MJ ti definisce come uno dei più grandi playmaker di sempre?

"Mi è stato chiesto molte molte recentemente. Io sono rimasto sorpreso e anche i miei compagni lo sono stati del rancore che provava e che prova ancora oggi. Speriamo che li abbia superati e che si senta meglio, ma allo stesso tempo ce la siamo giocata duramente, volevamo vincere e abbiamo avuto una grande cavalcata, e poi Chicago ha preso il sopravvento e anche loro hanno avuto una grande cavalcata. Ed è così che noi vedevamo la situazione. Non avevamo problemi con Chicago e con i Bulls, anzi guardandoli eravamo ammirati da quello che erano riusciti a fare in termini di vittorie e di tutti quei titoli. Sapevamo quanto era difficile riuscirci. Perciò noi come Detroit Pistons, come Bad Boys, eravamo felici del successo che avevamo avuto e non siamo rimasti troppo a pensare a quello che era successo. Mentre adesso devo rispondere continuamente a domande su The Last Dance, ma noi davvero non ne parlavamo e non ci pensavamo. È comunque curioso vedere quanto lui invece ne sia stato segnato”.

Parlando di quegli anni, voi eravate conosciuti come “Bad Boys” per lo stile di gioco fisico, ma non si vincono due titoli NBA solo picchiando gli avversari. Cosa rendeva speciale quella squadra dal punto cestistico, in termini di strategia e della tattica?

“Noi probabilmente eravamo una delle migliori difese di tutti i tempi, anzi direi anche che siamo stati la miglior squadra difensiva di sempre. Eravamo molto solidi dal punto di vista dei fondamentali, eravamo bravi a raddoppiare e a intrappolare gli avversari sul perimetro, riuscivamo a marcare tutti grazie ai nostri piedi e mani veloci. E dal punto di vista della strategia eravamo sempre solidi, sapevamo come eseguire il piano partita pensato dagli allenatori. In attacco poi eravamo decisamente unici per quell’epoca, perché giocavamo "small ball" in maniera molto simile a come si gioca oggi. Avevamo Bill Laimbeer che era un lungo che tirava da tre quando nessuno al tempo lo faceva con i loro centri e ali forti. E poi avevamo tre guardie piccole con me, Vinnie Johnson e Joe Dumars che potevano attaccare tutti dal palleggio, giocavamo tanti pick and roll. Poi avevamo Mark Aguirre che sapeva tirare dal perimetro ma anche attaccarti in uno contro uno, e poi ovviamente Dennis Rodman e John Salley a difendere, andare a rimbalzo e correre in contropiede. Eravamo una squadra molto, molto solida che poteva giocare in tutti gli stili possibili, in cui anche James Edwards poteva portarti in post basso. Abbiamo rivoluzionato il gioco in molti modi per i quali non riceviamo i giusti meriti sia in difesa che in attacco. E lo stile di gioco fisico veniva soprattutto dall’aver affrontato Philadelphia, Milwaukee e Boston: quelle erano le squadre fisiche degli anni ’80 che abbiamo dovuto battere, e per riuscirci dovevi essere fisico”.

Guardando le vostre vecchie partite, colpisce come voi foste la più moderna tra le grandi squadre di quell’epoca, perché il modo in cui tu e Joe Dumars giocavate era precursore dei tempi, formando una coppia in cui entrambi potevano giocare pick and roll e attaccare i difensori avversari più deboli. Consideri il tuo backcourt come sottovalutato?

“Non so se fossimo sottovalutati, per come la vedo io ci eravamo guadagnati il rispetto che meritavamo perché, come dicono, l’imitazione è la forma più sincera di adulazione. E quando si guardano i backcourt di oggi imitano quello che io e Dumars facevamo già al tempo. Riguardando la NBA dell’epoca in cui sono arrivato io, tutti volevano dei playmaker sopra i due metri d’altezza e delle guardie tiratrici poco più basse, perciò la stazza contava più di tutto. Oggi conta essere piccoli, rapidi e veloci è la base, e si trovano molte più squadre che imitano lo stile di gioco mio e di Dumars, molto più rispetto alle guardie sovradimensionate”.

Qualche anno fa ho letto “The Book of Basketball” di Bill Simmons, nel quale dici che “Il segreto della pallacanestro è che non riguarda la pallacanestro”. Se dovessi scegliere tra una squadra di grande talento ma senza chimica nello spogliatoio e una con talento medio ma grande chimica, quale sceglieresti per vincere un titolo?

La grande chimica di squadra, per come la vedo io, vincerà sempre su una squadra talentuosa che non ha chimica di squadra. La pallacanestro è un gioco in cui bisogna lavorare assieme, in cui bisogna avere fiducia, in cui bisogna credere in quello che stai facendo in campo, e poi devi essere in grado di eseguirlo. E se non hai buona chimica di squadra e fiducia nella tua relazione con i compagni di squadra, finirà che gli avversari se ne approfitteranno. Non importa quanto talento hai dal punto di vista individuale: la pallacanestro è uno sport di squadra ed è vinto da grandi squadre. Basta vedere quello che stanno facendo gli Utah Jazz, che hanno grande chimica e stanno dimostrando di essere un’ottima squadra. Saranno davvero molto difficili da battere per via della loro chimica e per come stanno giocando”.

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