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LeBron James: "Trump usa lo sport per dividerci". Curry: "La mia opinione non cambia, anzi"

Sport USA

La stella dei Cleveland Cavs ha spiegato il suo tweet di ieri: "Trump sta utilizzando lo sport per dividerci, è una cosa che non posso sopportare". Anche i protagonisti dei Golden State Warriors hanno parlato a lungo di quanto successo, da Steph Curry a Steve Kerr fino al GM Bob Myers e David West

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Dopo il tweet estremamente critico e le reazioni che ha provocato in tutto il mondo, LeBron James è tornato sulla spinosa polemica a distanza che si è creata tra Donald Trump e il mondo dello sport USA. “Sono frustrato perché questa persona che abbiamo messo al posto di comando ha cercato ancora una volta di dividerci” ha dichiarato la stella dei Cleveland Cavaliers in un video sulla sua piattaforma Uninterrupted. “Tutti sappiamo quello che è successo a Charlottesville e la divisione che ha creato, ma questo episodio mi ha colpito ancora di più perché adesso sta cercando di utilizzare lo sport per dividerci. Noi tutti sappiamo quanto invece lo sport sia uno strumento per unirci, una cosa che crea passione e che ci ha permesso di creare tantissime amicizie. Il fatto che lo utilizzi per i suoi scopi non è una cosa che posso sopportare e sulla quale voglio tacere. Nel momento in cui ha chiesto ai proprietari della NFL di licenziare i giocatori o di cacciarli dal campo perché hanno deciso di esercitare un loro diritto… semplicemente non è giusto. Quando mi sono svegliato e ho visto che a un mio collega [Stephen Curry, ndr] è stato tolto l’invito alla Casa Bianca a cui nemmeno voleva partecipare, è una cosa che non posso sopportare. Jemele Hill [giornalista di ESPN di cui Trump ha chiesto il licenziamento, ndr], Colin Kaepernick [giocatore NFL che ha iniziato una protesta inginocchiandosi al momento dell’inno, ndr] tutte queste persone che si stanno facendo avanti e ci stanno mettendo la faccia è per una causa più grande: tutti noi, come cittadini americani, dobbiamo unirci e avere una voce ancora più forte, perché è un momento molto critico. Per uno nella mia posizione, non potevo esimermi dal dire quello che penso. Vi voglio bene”.

Curry e Kerr: “La nostra opinione non cambia”

Ovviamente nel secondo giorno di training camp Steph Curry, al centro del ciclone, ha parlato ancora su quanto successo e sulle reazioni che ha scatenato, ringraziando il collega James per le parole dette in sua difesa: “Quello che ha fatto LeBron è molto coraggioso, specialmente per uno che ha così tanto da perdere essendo uno delle figure di spicco della nostra lega. La mia opinione è la stessa di venerdì, e anzi penso che si sia fortificata ancora di più visto come stanno andando le cose nel nostro paese, specialmente con [Trump] che ci sta danneggiando” ha commentato davanti ai microfoni dei cronisti. “Non so perché senta la necessità di prendere di mira certi individui piuttosto che altri. Ho un’idea del motivo, ma non è un comportamento degno di un leader. Svegliarsi con quel tweet è stato surreale. In passato ho giocato a golf con Barack Obama: ho l’impressione che non succederà con questa presidenza”. Sentimenti condivisi anche da coach Steve Kerr, che già in tempi non sospetti aveva espresso la sua opinione sull’operato del “POTUS”. “In generale, l’idea di andare alla Casa Bianca come parte di una squadra che ha vinto il titolo è bellissimo, un onore incredibile. Si va lì per onorare l’istituzione, e posso dire per esperienza personale che in quei casi si mettono da parte le proprie divergenze personali. Ho avuto il piacere di incontrare Ronald Reagan, George Bush, Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama. Non necessariamente ero d’accordo con tutti loro, ma è un onore essere in loro presenza. In tempi normali sarebbe molto semplice mettere da parte le nostre opinioni differenti, ma questi non sono tempi normali – anzi, è probabilmente il periodo più diviso dai tempi del Vietnam, quando ero bambino. Date le differenze in questo paese, il presidente ha reso molto difficile onorare quella istituzione. Le nostre diversità di valori sono drammaticamente diverse, in termini di inclusione, discorso civile e dignità. I suoi commenti sui giocatori della NFL sono tra le cose peggiori che ha detto fino a questo momento. È stato orrendo. Stiamo parlando di giovani che protestano pacificamente contro la brutalità della polizia e il razzismo, o l’ineguaglianza razziale. Una protesta pacifica – una delle basi di questo paese. Andiamo. Sarebbe molto difficile per noi accettare tutto questo”. 

Golden State: “Andremo a Washington per celebrare i nostri valori”

Anche la squadra, attraverso un comunicato ufficiale, ha commentato la situazione: “Sebbene avessimo l’intenzione di incontrarci questa mattina alla prima opportunità per discutere una potenziale visita alla Casa Bianca, accettiamo il fatto che il Presidente Trump ha detto chiaramente che non siamo invitati. Crediamo che non ci sia niente di più americano che permettere ai nostri cittadini di esprimersi liberamente su questioni importanti per loro. Siamo delusi di non aver avuto l’opportunità di condividere le nostre opinioni o avere un dialogo aperto su situazioni che hanno un impatto sulle nostre comunità, argomenti che ci sembrava importante approfondire”. Quindi hanno aggiunto: “Al posto di visitare la Casa Bianca, abbiamo deciso che useremo la nostra trasferta nella capitale a febbraio in maniera costruttiva per celebrare l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione – valori che abbracciamo come organizzazione”. Lo stesso GM della squadra, Bob Myers, ha fatto sapere che aveva avuto delle discussioni con rappresentanti dalla Casa Bianca con un messaggio molto semplice: “Rispettiamoci l’un l’altro in questo percorso”. I piani però sono cambiati in fretta dopo le parole di Curry, che ovviamente hanno provocato una reazione immediata: “Siamo rimasti sorpresi” ha dichiarato Myers. “Ci aspettavamo di avere un buon dialogo, ma non ne abbiamo avuto l’opportunità. Supportiamo Steph in tutto quello che dice, è una parte enorme di quello che siamo e di quello che vogliamo essere, ma sarebbe stato carino sentire tutte le parti coinvolte, indipendentemente dalla nostra decisione finale. Avremmo potuto approcciarla in due maniere diverse: da una parte avremmo potuto non andare noi, una possibilità che però non ci è stata data; dall’altra avremmo potuto mandare un messaggio andando alla Casa Bianca per dire ‘Ci vado per esprimere i miei pensieri’. Avremmo potuto parlarne, ma non è successo”. Infine, anche David West – veterano rispettatissimo degli Warriors che da anni fa un passo indietro durante l’inno – ha detto la sua: “È triste, ci sarebbe dovuta essere più maturità da parte di tutti: avremmo potuto parlarne come gruppo e approcciarla in maniera seria. Ovviamente c’è grande divisione in questo momento negli Stati Uniti – anzi, è sempre esistita. Penso che Trump sia diventato il più grande specchio dell’America. Ci sono cose che sono sempre rimaste nel buio, nascoste, e lui è abbastanza sfacciato dal metterlo davanti a tutti. Ma non penso che noi come nazioni e come individui vogliamo accettare che ci riporti indietro a un periodo in cui non tutti avevano la possibilità di farcela”.