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16 marzo 2013

La Champions, il Qatar e i quarti: un affare di famiglia

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Il presidente del Psg Nasser Al-Khelaifi con il proprietario del club, Tamim bin Hamad Al-Thani, e Leonardo (Getty)

Qatar Sports Investment s, holding della famiglia reale Al Thani, controlla il Psg e, attraverso lo sponsor Qatar Foundation, foraggia il Barcellona. Ma nel G8 europeo c'è anche il Malaga, anch'esso posseduto da un membro della dinastia regnante

di Lorenzo Longhi

Un affare di famiglia. Reale, ma pur sempre famiglia: questo sono i quarti di finale della Champions League 2012-2013, visti dal punto di vista della dinastia regnante qatariota Al-Thani, la quale possiede, attraverso diversi suoi membri, Paris Saint Germain, Malaga e foraggia corposamente il Barcellona. C'è tanto, tantissimo Qatar nell'attuale G8 di Champions, ed è un segnale da non sottovalutare: ottenuti i Mondiali, gli sceicchi della piccola penisola del Golfo stanno colonizzando il calcio europeo, ora anche con i risultati.

Proprio la sfida fra Psg e Barça sarà del resto un vero e proprio derby... personale. Qatar Foundation, il fondo no profit che sponsorizza il Barcellona (foraggiandolo con 170 milioni di euro per cinque anni), è un'emanazione dell'accordo siglato con Qatar Sports Investments, la medesima holding che controlla il Psg. Tanto che, dalla prossima stagione, sulle maglie blaugrana comparirà per la prima volta un marchio commerciale, la Qatar Airways. Qatar Foundation venne creata nel 1995 da Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Qatar, il cui quarto figlio, Tamim bin Hamad Al-Thani, è il presidente di Qatar Sports Investments, dunque il controllante del Psg e sponsor del Barcellona. Poi c'è il Malaga di Abdullah bin Nasser Al Thani, che del regnante sceicco Hamad è il cugino di secondo grado e ha portato nel G8 d'Europa un club che così in alto non avrebbe nemmeno mai sognato di arrivare. E' la nuova oligarchia del calcio, sempre più ristretta e consapevole.

Sono passati gli anni, pochi ma significativi, in cui gli sceicchi nel calcio sono stati considerati, e raccontati, alla stregua dei "ricchi scemi" di cui parlava decenni fa Giulio Onesti riferendosi ai presidenti del pallone nostrano. Ricchi scemi però alla potenza, considerate le disponibilità economiche colossali, spernacchiati per la collezione di figurine completata al calciomercato - il primo Manchester City dell'emiratino Mansour, quello di Robinho, ne era l'esempio - e perché, in fondo, da noi l'aura esotica di sceicco è considerata più adatta al cinema che al calcio: o sei Kabir Bedi e ti vesti di bianco, o il pallone lascialo fare a chi se ne intende.

Fesserie. Perché gli sceicchi si sono affidati tutti, e quasi subito, a chi capisce di calcio. Consci che i professionisti sono sensibili più al denaro che alle vittorie, visto che monetizzare al meglio 10-15 anni di carriera è l'obiettivo primario dei fuoriclasse (l'emblema è Ibrahimovic, feroce professionista più che mercenario senz'anima), ci hanno messo poco per affidarsi a manager di qualità, gente il cui lavoro coniuga sostanza e appeal, ammanicati a dovere con i procuratori del meglio sulla piazza, alla Raiola per intenderci, figure queste che hanno tutto l'interesse a virare dove c'è più musica. La musica del denaro. In Qatar, in questo senso, si balla che è una meraviglia, e la Champions è un dancefloor da urlo.