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Sacrificio e libertà: ecco come è rinato Perotti, l'uomo formato Champions

Champions League

Fabrizio Moretto

Diego Perotti, attaccante della Roma (Foto Getty)

Dalla possibile partenza in estate alla rete al Qarabag. L'argentino ha capito di giocarsi l'anno più importante della sua carriera e in pochi mesi si è ripreso la Roma. E ora sogna il Mondiale...

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Diego Perotti è l'uomo copertina in casa Roma. Il suo colpo di testa vincente al Qarabag ha regalato la qualificazione e il primo posto nel girone ai giallorossi, un 'emozione incredibile per i tifosi che erano già al settimo cielo dopo che, qualche ora prima, la società aveva ricevuto l'ok definitivo al progetto sul nuovo stadio. Una rete per Perotti non casuale, ma frutto di una continuità di prestazioni arrivate dopo tutto il duro lavoro fatto dall'argentino. El Monito infatti era stato uno dei pochissimi big insieme ad Alisson, Juan Jesus e Florenzi, quest'ultimo alle prese con la riabilitazione, a rinunciare alle ferie e iniziare gli allenamenti in anticipo, partecipando all'intero ritiro in montagna. Il suo encomiabile sacrificio era stato dettato in particolare da due motori che lo avevano spinto: il primo il colloquio con Eusebio Di Francesco che lo aveva convinto a restare dopo una stagione vissuta più dalla panchina che in campo. "Se fosse rimasto Spalletti sarei andato via, con Di Francesco sono cresciuto" aveva infatti dichiarato qualche giorno fa dopo che, già nella prima settimana di ritiro, aveva confermato i benefici arrivati con l'approdo del nuovo allenatore: "Ho più liberta di muovermi". In secondo luogo poi, Perotti aveva capito e intuito fin da subito che questo sarebbe stato l'anno più importante della sua carriera. Con 29 anni sul groppone era arrivato il momento di fare il salto di qualità definitivo per provare a vincere qualcosa, a cui andava aggiunta la possibilità di giocarsi il Mondiale con la sua Argentina.

L'amore per la città e la variante tattica

Alla base del successo e della crescita di Perotti c'è stato quindi un grande sacrificio e il rapporto con la Nazionale albiceleste è stato un dare e avere che l'esterno d'attacco ha sfruttato benissimo. La chance di disputare un Mondiale lo ha spinto a dare di più, le prime convocazioni del ct Sampaoli gli hanno poi dato una mano ad accrescere la propria autostima. A queste ragioni vanno poi aggiunti altre due fattori, la sempre maggiore identificazione con la città di Roma e l'aspetto tattico. Partiamo da quest'ultimo, perché se è vero che Perotti ha giovato dei metodi del nuovo allenatore e di una certa libertà in campo, gran parte del merito va anche attribuito all'acquisto di Kolarov. La catena sinistra della Roma è stata il punto di forza dei giallorossi in questa prima parte di stagione. L'esperienza del serbo ha permesso all'ex Genoa di stare più alto e avere meno preoccupazioni sulla fase difensiva, con un evidente minore dispendio di energie. Il legame con la città eterna è invece testimoniato dal tatuaggio che si è inciso sulla pelle il Monito, la sua maglia numero 8 impressa sul Colosseo, un gesto di forte carattere emotivo e che lo ha aiutato ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, di entrare nel cuore dei tifosi.

Ieri è arrivata la definitiva consacrazione con un gol di straordinaria importanza, il quarto nelle ultime sei partite, che va a chiudere un cerchio iniziato con la rete mancina siglata al Genoa l'ultima giornata dello scorso campionato e che regalò ai giallorossi il secondo posto. Un lungo percorso, fatto di sacrifici, chilometri percorsi, dribbling e gol, che dimostra che alla fine il duro lavoro paga. Diego Perotti è rinato e la Roma ora sorride più che mai.