L'ennesima grande giornata di Ilicic

Serie A

Daniele Manusia

Ilicicincaduta

Contro il Verona Josip Ilicic ha segnato tre gol e offerto una prestazione di alto livello, l'ennesima in questa stagione, forse la migliore della sua carriera

Dopo otto stagioni in Serie A conosciamo così bene Josip Ilicic che sembra superfluo persino sottolinearne le migliori prestazioni. Tutti sanno che quando Ilicic è al meglio sembra poter passare attraverso i muri (portandosi dietro la palla, incollata al sinistro) e che, invece, quando è fuori forma non sarebbe in grado di dribblare neanche una sedia al centro di una stanza vuota. Pochi giocatori sono in grado al tempo stesso di esaltare e di deludere come Ilicic. Tanto è sorprendente quando Ilicic scompare davanti a un avversario per ricomparire alle sue spalle, quanto è irritante quando non ci riesce. Dopo otto stagioni in Serie A, a trent’anni compiuti, parla il suo passato, la sua pagina Wikipedia cioè, e sarebbe provocatorio prendere la grande stagione con l’Atalanta per sostenere che in realtà ci siamo sbagliati, che Ilicic nelle condizioni giuste sarebbe stato un giocatore utile anche a una squadra italiana di primissima fascia. Certo non possiamo affermare con certezza neanche il contrario, ma a questo punto forse è più interessante chiedersi perché Ilicic sia in grado di toccare opposti così lontani. Perché, anzi, il peggior Ilicic sembra contenere il miglior Ilicic, e viceversa.

Se contro il Verona l’entusiasmo generato dalla tripletta è attenuato dalla qualità difensiva della squadra di Bucchi (come ha notato Flavio Fusi, nelle ultime dieci stagioni solo il Frosinone del 2015-16 ha subito più tiri a partita), è impossibile aver visto la prestazione di Ilicic nelle partite contro il Borussia Dortmund, soprattutto in quella di andata in cui ha segnato due gol, senza provare qualche rimpianto. Anche se Ilicic non è uno di quei giocatori a cui è richiesto di andare in doppia cifra ogni anno, e in effetti ci è riuscito solo tre volte in carriera finora, il gol è importante per fare concretezza a un talento effimero e impalpabile come il suo.

Ilicic non è particolarmente veloce in allungo né potente nei primi passi, non è neanche uno di quei dribblomani che eccedono in doppi passi o numeri provati e riprovati. È un illusionista che nasconde molto bene il suo artificio, il cui mestiere dipende di fatto dalla capacità, affinata in tutti questi anni, di essere imprevedibile. Non ha qualità molto appariscenti e quando non gli riesce niente sembra alternativamente un velleitario o uno svogliato: per questo quando la sua arte si traduce in qualcosa di essenziale come un gol, meglio se con un tiro di collo pieno che si insacca nel sette più lontano, la sensazione è quella di aver assistito a qualcosa di eccezionale.

Facciamo degli esempi. Nel primo gol segnato al Borussia Dortmund, quando Ilicic controlla di piatto destro il cambio di gioco di Spinazzola sta fingendo di caricare il tiro al volo. Se riguardando il gol vi concentrate sul centrale di difesa più vicino, Toprak, anziché sul liscio di Toljan che apre la strada verso la porta a Ilicic, vi accorgerete che compie una leggera esitazione sul controllo dello sloveno, che poi gli impedisce di arrivare al tackle prima della conclusione a giro. Ilicic combina la leggerezza del controllo, in cui sembra non dover muovere un muscolo per mettere a terra un lancio di trenta-quaranta metri, con l’efficacia di un gol realizzato con pochi tocchi, in cui non deve saltare veramente nessuno e con una conclusione angolata ma da pochi passi. Un gol, però, che pochissimi a parte lui avrebbero anche solo pensato.

Prendiamo il terzo contro l’Atalanta, il più incredibile dei tre. Ilicic si offre prima per lo scarico semplice di Petagna, che preferisce servire Gomez sui piedi a centro area; poi fa un classico movimento a mezzaluna per ricevere la sponda di Gomez spalle alla porta, forse avrebbe anche il corridoio per gettarsi in area con la palla al piede, ma preferisce tirare. Scivola con il piede d’appoggio, mentre sta tirando, ma nonostante ciò colpisce benissimo mandando la palla sotto la traversa. In questo caso è la straordinaria abilità di Ilicic di trasformare una situazione difficile in un’occasione ad essere sublimata in un solo gesto tecnico.

Questa capacità di Ilicic di sfruttare a proprio vantaggio le situazioni più complicate, se non addirittura disperate, è alla base del nostro amore/odio per lui.

Non c’è una giocata di Ilicic uguale a un’altra, una volta controllato il pallone è impossibile sapere dove andrà, anche se tutti quelli che lo affrontano sanno che è mancino e che il destro lo usa il meno possibile. Ilicic inganna i suoi avversari con il corpo, spostando il peso da una parte all’altra, mantenendo sempre l’equilibrio e aspettando che a perderlo sia il giocatore davanti a lui. Sui campi da basket le finte così violente da far cadere un difensore si chiamano ankle breaker, e forse è solo la presa dei tacchetti sull’erba a risparmiare a molti difensori su un campo da calcio una figuraccia del genere, ma per Ilicic il dribbling non è un modo per prendersi gioco di un avversario, quanto piuttosto l’unico modo in cui può sopravvivere.

Dicevamo che il miglior Ilicic contiene il peggior Ilicic: se per avere lo spazio sufficiente a respirare Ilicic è costretto a dribblare, se piuttosto che proteggere la palla e provare a girarsi deve provare a fare un tunnel di esterno al suo avversario e corrergli al lato, va da sé che quando il difensore riesce a togliergli palla la giocata di Ilicic ci sembra forzata. A un dribbling sbagliato preferiremo sempre una protezione semplice, un passaggio all’indietro. Per Ilicic però non c’è differenza, se non a posteriori.

Se Ilicic è così efficace quest’anno, ovviamente, è anche merito del sistema di Gasperini, di una fase offensiva verticale che asseconda i suoi sbilanciamenti e poggia sui movimenti senza palla e sull’impegno costante dei compagni nel rendersi disponibili vicini a lui. Ilicic sembra anche più intenso in un contesto in cui gli inserimenti senza palla sono funzionali alla ricerca di superiorità (il che spiega anche la grande riuscita in zona gol di Cristante e in generale dei centrocampisti orobici) e non è necessario di avere i tempi di inserimento di Marchisio, Vidal o, per fare un esempio più comune, Luca Rigoni. 

Ma è vero che Ilicic, anche in un contesto del genere, a volte sembra mettersi volontariamente in difficoltà. Rifuggire le giocate più semplici e sicure per provocare situazioni complesse che solo lui può risolvere. In questo forse c’è un po’ di compiacimento, ma considerando nel complesso le sue qualità difficilmente sarebbe potuto emergere in qualsiasi altro ruolo del centrocampo o dell’attacco. Quando i ritmi si abbassano Ilicic è capace di sbagliare anche passaggi elementari, non ha una frequenza di tocco abbastanza elevata né un dinamismo tale da poter diventare un giocatore centrale semplicemente facendo da raccordo. Anche se può sembrare assurdo, per un giocatore che siamo abituati a pensare come incostante e inaffidabile, questa che vediamo oggi è la maturità di Josip Ilicic.

Il critico d’arte americano Clement Greenberg, riguardo le imperfezioni tecniche di Edward Hopper disse che “se fosse stato un pittore migliore, non sarebbe certo stato un artista superiore”. Allora diciamo che se Ilicic fosse stato un giocatore più normale, sicuramente non sarebbe stato un giocatore migliore di quello che è.

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