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NBA, la corsa al premio di MVP: LeBron James

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Dario Vismara

Nel terzo dei nostri pezzi dedicati ai candidati MVP di questa incredibile stagione, analizziamo la candidatura della stella dei Cleveland Cavaliers

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In uno degli episodi più ispirati di una serie tv rivoluzionaria come Lost, Desmond Hume aveva un solo modo per salvare la propria sanità mentale dai continui viaggi temporali a cui era stato sottoposto: trovare la costante che non sarebbe mai cambiata nel corso della sua vita. Allo stesso modo, la NBA negli ultimi 14 anni è cambiata vorticosamente, subendo sconvolgimenti tecnici, tattici, fisico-atletici e regolamentari di cui è anche difficile tracciarne l’evoluzione. In tutto questo, c’è stata una e una sola costante: LeBron James è sempre rimasto uno dei cinque migliori giocatori della lega. Fermatevi un attimo a pensare quanto è difficile rimanere costantemente al top per così tanto tempo, produrre sera dopo sera uno sforzo da MVP ogni volta che si scende in campo, senza mai saltare più di 13 partite in una stagione (e poi moltiplicare tutto questo per dieci ai playoff). L’effetto collaterale di questa continuità di rendimento ad altissimo livello è che tutti gli altri — intesi come addetti ai lavori e tifosi, ma anche dirigenti, allenatori e perfino compagni di squadra — hanno iniziato a dare LeBron James per scontato. Come se fosse normale arrivare a 32 anni a produrre i massimi in carriera per rimbalzi, assist e triple segnate con un’efficienza al tiro non lontana dai migliori anni della sua vita, o anche le 10 triple doppie e 37 doppie doppie (entrambi career-high) con cui ha costellato l’ennesima stagione da MVP. Perché anche se tutti i pezzi del grande scacchiere della NBA sono cambiati attorno a lui, LeBron è sempre rimasto il Re.

Una stagione di ordinario dominio — Se un qualsiasi altro All-Star di “medio” livello — vale a dire: tolti gli altri candidati come James Harden, Russell Westbrook e Kawhi Leonard, o MVP recenti come Curry o Durant — avesse fatto una stagione come quella che sta facendo James, sarebbe di diritto il favorito assoluto al premio di miglior giocatore della stagione 2016-17. Prendete per caso un Paul George, che di per sé è un giocatore da top-20 nella lega: se avesse fatto la stessa identica stagione di LeBron, come prestazioni in campo e record della squadra, sarebbe stata così straordinaria rispetto alla media della sua carriera da catapultarlo immediatamente al primo posto nelle classifiche di tutti gli addetti ai lavori. Invece, il fatto che LeBron James faccia quello che fa sera dopo sera ormai da più di un decennio ha fatto passare questa annata come qualcosa di ordinario, mentre sarebbe bene ricordarsi quanto sia straordinario il modo in cui domina tecnicamente, tatticamente, mentalmente e fisicamente ogni partita. James è il rarissimo caso di giocatore in grado di trasformare qualsiasi squadra in cui gioca in una contender per il titolo con il suo solo essere in campo, cosa testimoniata anche dalla spaventosa discrepanza nell’andamento dei Cavs quando lui è sul parquet oppure no.

La corte senza il Re — Nei 2.480 minuti passati in campo da LBJ, Cleveland ha un differenziale su 100 possessi di +7.5, grazie soprattutto a un incredibile 114.8 di rating offensivo (mentre è molto meno entusiasmante il 107.3 difensivo, ma comunque migliore rispetto alla media della squadra in stagione). Il dramma vero accade quando James non c’è: nei 996 minuti senza il Re i Cavs hanno un differenziale di -7.3 (quasi a livello Lakers, la peggiore della NBA), crollando tanto in attacco (102.7) quanto in difesa (110). Ovvio che in quest’ultimo dato rientrino anche i tanto discussi riposi programmati di James e, soprattutto, gli innumerevoli infortuni che hanno colpito il roster di Tyronn Lue nel corso dell’anno. Ma anche togliendo tutto il rumore, la sostanza rimane: con James i Cleveland Cavaliers sono la squadra campione in carica e senza sono (forse) una squadra da ottavo posto a Est. E nessun altro è in grado di spingere così in alto la propria squadra con la sua sola presenza — che poi, pensandoci bene, è l’unica vera definizione di Valuable, quell’aggettivo così sfuggente tra sta in mezzo a Most e Player per il premio più ambito della stagione NBA.

Career Year — Anche valutandola nel contesto della sua incredibile carriera, questa sua stagione 2016-17 ha dei picchi notevoli: oltre alle “counting stats” (26 punti di media e 8.4 rimbalzi e 8.8 assist, entrambi massimi in carriera anche quando parametrati sui canonici 36 minuti), LeBron James è al suo massimo da tre anni per quanto riguarda l’efficienza al tiro e soprattutto le percentuali dall’arco, che solo nei due anni dei titoli a Miami erano state migliori (ma su un volume inferiore rispetto alle attuali 4.6 tentate). Il fatto che lo stia facendo a 32 anni — dopo aver scollinato quota 40.000 minuti in carriera, al 28° posto nella storia della NBA a metà tra Bill Russell e Michael Jordan… —, ovverosia quando uno dovrebbe essere nella fase calante della carriera e non ancora nel prime, rende il tutto ancora più incredibile. Eppure, là dove teoricamente non arrivano più le gambe (anche se al ferro conclude ancora col 78%, solo una volta ha fatto meglio in carriera), arriva la comprensione del gioco e la capacità di vedere come si svilupperà l’azione uno o due passi avanti a tutti gli altri.

Il miglior giocatore del mondo — Se LeBron non vincesse il premio neanche quest’anno, sarebbe la quarta stagione consecutiva senza il trofeo a testimoniare il suo status di miglior giocatore della NBA, cosa che — memori anche delle finali dello scorso anno — rimane vera fino a prova contraria. Perché Westbrook, Harden e Leonard potranno anche aver avuto stagioni individuali migliori, ma nessuno si avvicina al valore che James porta alla sua squadra ancora oggi dentro e fuori dal campo. Ci sarà un motivo se le squadre in cui gioca arrivano in finale NBA da sei anni consecutivi (dei dieci titolari della serie finale del 2010, l’ultima senza di lui, sei sono ritirati, due sono vicini a farlo e due, Rondo e Gasol, escono dalla panchina) e più o meno qualsiasi squadra della Eastern Conference potrebbe legittimamente pensare di poter arrivare a giocare fino a giugno, se solo potesse contare sul Re. Che ha i suoi difetti (come tutti), tende a rendere difficile la vita a chi gli sta intorno (perché dà il suo massimo quando si trova al centro del ciclone) e a gestire lo sforzo nella metà campo difensiva. Ma alla fine, quando tutte le fiches sono al centro del tavolo da gioco, possiede una marcia che nessun altro è in grado di ingranare. E chi dovrebbe vincere il premio di MVP, se non il giocatore più forte del mondo?