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NBA, la corsa al premio di MVP: Russell Westbrook

NBA

Stefano Salerno

Nel secondo dei nostri pezzi dedicati ai candidati MVP di questa incredibile stagione, analizziamo la candidatura della point guard degli Oklahoma City Thunder

Kunt, il protagonista di "Un marziano a Roma", è un alieno che, atterrato casualmente a Villa Borghese, desta inizialmente stupore e curiosità in quelli che lo incontrano e che lo raccontano, meravigliati e sorpresi di fronte a un prodigio inatteso. I romani però, ci fanno presto l'abitudine, lasciando cadere in fretta nell'oblio la sua presenza. Nella commedia di Ennio Flaiano infatti, avere a che fare con una marziano è diventata in poco tempo normalità, non fa più notizia. Le triple doppie di Russell Westbrook in questa regular season stanno assumendo gli stessi contorni, impedendoci in realtà di comprendere a fondo quanto sia eccezionale lo spettacolo a cui stiamo assistendo dal 25 ottobre. Mai nella storia del basket moderno (e non) si era visto un giocatore in grado di fare tutto su un campo di pallacanestro. Tutto, nel bene o nel male, per 48 minuti, per 82 partite. Una moltiplicazione dello sforzo che non sembra sottrarre forze al numero 0 di OKC, in grado come nessuno di dividere i critici e allo stesso tempo di sommare centinaia di punti, rimbalzi e assist in una vertiginosa rincorsa verso un traguardo all'apparenza impossibile da tagliare: chiudere il 12 aprile con a referto una tripla doppia di media.

Kevin Durant, chi? - Perdere in rimonta una finale di Conference da 3-1 a 3-4 e a un mese di distanza essere costretti a salutare Kevin Durant, è un colpo capace di abbattere un carro armato ben più corazzato di un losangelino figlio di un panettiere che supera di poco i 190 centimetri, cresciuto quando meno se l’aspettava e passato in meno di un decennio dall'essere uno specialista difensivo al college a un realizzatore non arginabile con tanto di signature move - quel cotton shot all'apparenza obsoleto in un mondo fatto sempre più di triple e canestri da sotto, che in realtà diventa spesso e volentieri la sua arma migliore. Senza KD quest'anno però, le cose sarebbero dovute cambiare. Quando Cleveland disse addio a LeBron James nel 2011, la squadra passò da 61 a 19 vittorie. Quattro anni dopo, appena il Re decise di ripercorre la strada in senso opposto, lasciandosi alle spalle una squadra reduce da quattro Finals e due titoli, i Miami Heat dovettero separarsi da ben 17 vittorie nonostante Dwayne Wade e Chris Bosh vestissero ancora la loro maglia. Quando a Chris Paul venne dato il permesso di utilizzare il biglietto direzione Los Angeles comprato con largo anticipo e con intenzioni poi in parte non realizzate, New Orleans passò da 46 a 21 successi. Separarsi dalla propria star insomma, è doloroso anche guardando al record. Quello di OKC dello scorso anno è stato 55-27 e la stessa squadra priva del numero 35 tra meno di tre settimane si ritroverà verosimilmente con 47-48 vittorie, se ci sarà bisogno di qualche tripla doppia in più anche 50 magari. Nulla è cambiato (o quasi), nonostante KD non ci sia più, grazie soprattutto alle cifre senza senso di Westbrook. Eh già, perché il più grande argomento utilizzato contro la point guard dei Thunder è proprio quello di giocare per le statistiche – una perversa visione secondo la quale andare più forte degli altri a rimbalzo, lottare e correre sia un danno perché utile a gonfiare il boxscore personale e poco altro. Delle 35 partite chiuse in tripla doppia da Westbrook in questa regular season, i Thunder ne hanno vinte 29: l'82.8%, un record migliore di quello dei Golden State Warriors di Durant. Come sottolinea Sam Anderson nel favoloso pezzo uscito sul New York Times il mese scorso: "Per anni la narrativa popolare ha discusso di quanto fosse sacrificato il talento di Durant dalla presenza al suo fianco di Westbrook. Adesso è diventato chiaro che il contrario era certamente una verità".

I numeri di Russell - Westbrook al momento è primo per punti segnati, terzo per assist alle spalle di James Harden e John Wall, ma quello che impressiona più di tutto è il suo nono posto alla voce rimbalzi totali. I 744 catturati dalla point guard di OKC infatti sono secondi soltanto a Andre Drummond, DeAndre Jordan, Hassan Whiteside, Rudy Gobert, Karl-Anthony Towns, Dwight Howard, Anthony Davis e Marcin Gortat. Cosa hanno in comune? Il ruolo. Sono tutti lunghi che fanno quello di mestiere, anche se ormai il prodotto di UCLA ha profondamente cambiato la concezione anche di quello. Trentacinque triple doppie in 71 gare, già al momento la seconda prestazione ogni epoca e la migliore negli ultimi 40 anni, sono già un biglietto di sola andata con destinazione la leggenda del Gioco. E in più: eguagliato il record di triple doppie consecutive di MJ (7); unico nella storia a metterne a referto una senza sbagliare neanche un tiro; detentore della seconda, terza e quarta tripla doppia più veloce nella storia della lega. Si potrebbe andare avanti a lungo a elencare numeri che non si vedevano dalla stagione 1961/1962, quando Oscar Robertson ne mise a referto 41 e riuscì a terminare la regular season in tripla doppia di media. Cosa è cambiato in questi 55 anni? Tutto, a partire dal pace, ossia il numero di possessi che mediamente vengono giocati in ogni partita. I Cincinnati Royals del leggendario “Big O” infatti giocavano oltre i 120 possessi a gara, il 20% abbondante in più rispetto a 100 dei Thunder di questa regular season. A quelle velocità le cifre di Westbrook diventerebbero irreali. “Ammiro molto quello che sta facendo – raccontava proprio Robertson qualche settimana fa -, sta giocando un basket sensazionale. L’idea che sia riuscito a caricarsi l’intera squadra sulle spalle dopo la partenza di Durant rende eccezionale la sua impresa”. Già, si torna sempre alla voglia di dimostrare di potercela fare da solo. La vera vittoria di Westbrook passa proprio da lì.

Un premio alla perseveranza – “Penso che alle persone stia in realtà sfuggendo l’aspetto più importante di questa impresa, che ovviamente non sono le statistiche, ma la forza mentale e la perseveranza”. Sam Presti, GM dei Thunder, ha più volte riassunto con queste parole provando a sintetizzare lo sforzo che la point guard sta mettendo in piedi. Westbrook è leader più di chiunque altro, crede più di chiunque altro in quello che fa fino alla fine. Nonostante il titolo di “King of the Fourth” spetti ad altri, il numero 0 non ha eguali quando si tratta di decidere una partita nel finale. Ben 206 i punti realizzati (sei in più di Isaiah Thomas, giocando quattro partite in meno in situazioni con il punteggio in equilibrio), con un +77 di plus/minus anch’esso record NBA. Nelle sfide punto a punto avere Westbrook (che tira di gran lunga più di chiunque altro) ti fa vincere le partite, ti fa recuperare lo svantaggio, nella peggiore delle ipotesi rende la sconfitta meno amara. Un eterno sognatore quindi, a caccia di un’impresa che prima di questa stagione sembrava impossibile. Una delle frasi celebri pronunciate da Kunt durante il suo soggiorno romano era: "Colui che crede in se stesso vive con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole". Westbrook è riuscito a dare sostanza anche a quelle, rendendo possibile viaggiare sulla testa del resto della NBA per un’intera annata, regalandosi una stagione che non può che meritare il giusto riconoscimento: il premio di MVP.