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NBA, Chicago Bulls: se ne va un pezzo di storia. VIDEO

NBA

Contro gli Houston Rockets per l'ultima volta Tommy Edwards ha annunciato - alla sua maniera - il quintetto base dei Bulls. Da Michael Jordan a Derrick Rose, sulle leggendarie note di "Sirius" degli Alan Parsons Project (da lui "scoperta" e voluta nel lontano 1984), la sua voce ha accompagnato i Bulls per 25 anni

Per anni è stata la presentazione più famosa di tutta la NBA, per una combinazione di elementi irripetibili: le luci che si spengono (al Chicago Stadium prima, oggi allo United Center), il video dei tori che corrono liberi per le strade di Chicago, l’impareggiabile attacco di “Sirius”, la canzone degli Alan Parsons Project che è diventata la colonna sonora di mille gare dei Bulls. E poi la voce dello speaker che sale a coprire il frastuono del pubblico con l’indimenticabile attacco: “Aaaaaaand now, the starting lineup for your Chicago Bulls!”. Quella voce, per oltre 25 anni, è stata la voce di Tommy Edwards, che nella notte — nella gara intera dei Bulls contro i Rockets di James Harden e Russell Westbrook — ha recitato per un’ultima volta questa sua formula magica. E pazienza se oggi i nomi sono quelli Tomas Satoransky, Wendell Carter Jr. o Lauri Markkanen (che uno per uno sono andati a rendergli omaggio) e non più quelli di autentiche leggende del gioco come Michael Jordan, Scottie Pippen o Horace Grant. Edwards ha contribuito in tutto e per tutto — con la sua voce e con le sue idee — ha costruire il mito dei Chicago Bulls. C’era anche il suo parere positivo quando, nel 1977, a Chicago decisero che la presentazione della squadra sarebbe da quel momento in avanti andata in scena a luci spente, con l’intero Chicago Stadium al buio. Tutta sua poi — nel 1984 — l’idea di utilizzare una canzone al tempo abbastanza sconosciuta, “Sirius” degli Alan Parsons Project, per accompagnare l’introduzione dei giocatori, canzone che ancora oggi, 35 anni dopo, fa da colonna sonora alla lettura dei quintetti. Tommy Edwards ha iniziato a lavorare per i Bulls nel 1976, e lo ha fatto per 5 anni (fino al 1981) prima di tornare nel 1983 e restare fino al 1990. Dal 1984 — con l’arrivo in città di Michael Jordan — è toccato a lui presentare con la mitica frase “from North Carolina, at guard, 6’6”, Michael Jordan” il giocatore simbolo di un’intera franchigia, anche se poi Edwards non ne vedrà i trionfi degli anni ’90 perché abbandona i Bulls proprio nel 1990 per lavorare in radio, prima a Boston e poi a Los Angeles, per tornare nella “Windy City” solo nel 2006, e riprendere il suo posto al tavolo dello United Center fino a oggi. “Certo che mi è dispiaciuto non vivere da vicino il decennio dei trionfi, ma io tifavo comunque per quella squadra. E loro sono stati gentilissimi: mi hanno regalato un orologio con il Larry O’Brien Trophy, che conservo ancora oggi”, dice lui.

Jordan il giocatore preferito, ma subito dietro Derrick Rose e Jerry Sloan

Che dei suoi 25 come voce dei Bulls ha ricordi indimenticabili: “La prima volta che ho presentato MJ sulle note di ‘Sirius’, ad esempio: la reazione del pubblico è stata pazzesco, sapevo che avrebbe funzionato”, oppure “la prima gara da titolare di Derrick Rose: si parlava tanto di questo ragazzo di Chicago, lo avevamo scelto alla n°1 e si diceva che al training camp fosse stato spettacolare. Per me ha voluto dire molto vederlo scendere in campo per i Bulls”. Un’invenzione di Edwards anche quella di presentare il centro della squadra come “the man in the middle”, che nei primi anni della sua presenza a Chicago era niente meno che Artis Gilmore. “Lavorare 25 anni per i Bulls è stato un sogno che si è avverato”, racconta oggi. “Lasciare è una sensazione dolce-amara, ma ho voglia di dedicarmi a mia moglie e ai miei nipoti”. Lo farà in California, lontano dal freddo di Chicago. Ma il cuore sarà sempre coi Bulls.

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