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NBA, stop alle gare, non alle polemiche: Jimmy Butler attacca Brett Brown

NBA

L'All-Star di Miami ritorna sulla sua annata ai Sixers e non ha parole tenere nei confronti dell'allenatore dei Sixers: "A Philadelphia non avevo idea di chi fosse davvero al comando, non c'era una gerarchia. Un allenatore deve dire 'Si fa così, così e così': senza ruoli ben definiti è tutto più difficile"

Il campionato sospeso cristallizza quel flusso, normalmente sempre in divenire, che si chiama stagione NBA. Si fermano le partite, ma non le polemiche, e una delle voci che ha fatto più discutere è quella di Jimmy Butler, che intervenuto al podcast del suo ex compagno JJ Redick non ha risparmiato critiche pesanti verso il suo ex capo-allenatore Brett Brown (mai però nominato esplicitamente) e i Philadelphia 76ers. “È stata un’esperienza difficile, sicuramente diversa: per me la cosa più dura — come giocatore e come persona — è stata il non sapere mai chi fosse al comando delle operazioni. Ogni volta che andavo in palestra, che salivo su un aereo per una trasferta o che entravo in campo durante una gara non sapevo mai cosa dovermi aspettare: mi sentivo completamente perso”. Le critiche di Butler non si fermano qui: “Ogni giorno succedeva sempre qualcosa. Alla fine il mio atteggiamento era: ‘OK, sono qui per lavorare e lavoro’, ma non sapevo neppure con chi parlare di tutto questo”. A un mese dall’arrivo di Butler a Philadelphia, nel novembre 2018, ci fu già il primo aperto scontro tra il giocatore e l’head coach dei Sixers, nel corso di una sessione video a Portland il 29 dicembre, con Butler a domandarsi che senso avesse continuare a studiare i video assieme col resto della squadra “quando tanto non cambia niente, nessuno dice nulla a nessuno, siamo tutti solo lì seduti a guardare uno schermo e si può sentire il ticchettio delle lancette mentre ognuno si fa i cavoli suoi”.

Brett Brown e la gestione del rapporto Butler-Simmons

La versione migliore di Butler in maglia Sixers è con ogni probabilità stata quella dei playoff 2019, quando Brett Brown decise di mettere maggiormente il pallone nelle mani dell’ex giocatore di Bulls e T’Wolves, togliendolo da quelle di Ben Simmons. Un gesto per cui non otterrà nessun tipo di ringraziamento dallo stesso Butler, che invece osserva: “Anche se la mossa ha funzionato non penso fosse giusta nei confronti di Ben, che per tutto l’anno aveva avuto il pallone tra le mani. Mi vieni a dire che nel mezzo di una serie di playoff ora cambia tutto, dopo che per un anno intero abbiamo fatto in un altro modo? A me non sarebbe piaciuto per nulla”, conclude Butler, mettendosi nei panni di Simmons e ancora una volta in contrapposizione con coach Brown.

Le differenze tra Philadelphia e Miami, tra Brown e Spoelstra

E si torna così all’accusa iniziale, quella di gerarchie poco chiare all’interno della squadra e della mancanza di una chiara linea di potere. “Puoi anche avere tre-quattro giocatori alpha in una squadra — argomenta la superstar degli Heat — ma devi comunque sapere chi è il n°1. Può funzionare soltanto se si stabilisce un ordine chiaro e tutti lo accettano e si comportano di conseguenza, ciascuno nel suo ruolo. Quando invece nessuno sa cosa succede un giorno dopo l’altro, allora non funziona, ve lo garantisco. Un allenatore deve dire: ‘Si fa così, così e così’. E vi assicuro che funziona, perché è quello che succede a Miami”, afferma Butler. Che arriva anche a raccontare un aneddoto riguardante Erik Spoelstra e Duncan Robinson per rendere ancora più chiaro il suo pensiero e sottolineare la distanza tra il mondo Heat e quello Sixers: “Coach Spo un giorno è entrato in spogliatoio urlando contro Duncan, perché non voleva che palleggiasse all’interno della linea da tre punti. ‘Sei un tiratore: tira!’. Da quel momento Duncan sapeva di potersi prendere anche 20 tiri a sera, e coach Spo non gli avrebbe detto nulla. Chi deve tirare, tira; chi deve difendere, difende; chi deve segnare 50 punti, prova a segnare 50 punti. I ruoli devono essere chiari, quando non lo sono è tutto molto più difficile”. Come a Philadelphia, fa capire. E al momento anche la classifica — Heat quarti a Est, Sixers sesti a due gare di distanza — sembra dargli ragione.

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