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NBA, Paul George in crisi, Barkley lo attacca, lui reagisce a muso duro: "Non sono Harden"

NBA
©Getty

"Non me ne frega nulla di quello che pensa la gente di me", aveva già detto dopo gara-2, chiusa con 4/17 al tiro. Ma poi, dopo una terza sfida da 3/16, alle accuse di Barkley in tv risponde seccato: "So fare altro, oltre a segnare. Passo la palla, difendo, vado a rimbalzo". Ma i riflettori sono puntati su di lui e sul suo passato ai playoff 

Dopo l’esordio nella serie contro Dallas, ai Clippers sembrava tutto filare liscio: 29 punti di Kawhi Leonard, 27 di Paul George, e allora anche i 42 di uno strepitoso Luka Doncic potevano far meno male, gara-1 era già in bacheca. “Playoff Kawhi” è una garanzia ormai da anni — chiedere agli Spurs e poi ancora ai Raptors — ma con un Paul George al livello di gara-1 le ambizioni di L.A. sembravano non avere confini. Solo che poi qualcosa si è inceppato: la gara-2 di PG13 è da dimenticare (4/17 al tiro con 2/10 dalla lunga distanza, anche se ci sono 10 rimbalzi), i Mavericks impattano la serie e subito c’è chi ne approfitta per risollevare un’antica questione: Paul George è un giocatore capace di far la differenza anche nei playoff? Le sue squadre (Indiana prima, Oklahoma City poi) negli ultimi quattro anni non sono mai andate oltre il primo turno e nelle gare decisive delle serie George sfoggia una percentuale al tiro del 38.7%, non certo sufficiente.

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Che il tema sia delicato lo si capisce dalla reazione dello stesso PG13, che le critiche le sente e reagisce senza troppi filtri sui social: “Non me ne frega nulla [versione addolcita, ndr] di quello che pensa la gente di me”. Gara-3 può essere la partita perfetta per zittire i suoi critici ma Paul George la buca nuovamente, almeno dal punto di vista offensivo e realizzativo: 3/16 al tiro e 1/8 da tre, e allora anche i 9 rimbalzi e 7 assist passano in secondo piano, così come la vittoria dei Clippers: “Siamo con lui”, dice Kawhi Leonard intervistato a fine gara, ma il fatto di doverlo specificare riconosce implicitamente il momento non facile del n°13 dei Clippers.

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A mettere il carico arriva poi ovviamente Charles Barkley. Le sue parole in tv sono un attacco diretto alla superstar dei Clippers: “Non ti fai chiamare ‘Playoff P’ e poi perdi tutte le volte”. Per alleggerire il colpo si mette in gioco in prima persona — “Nessuno chiama il sottoscritto ‘Championship Chuck”, visto che Barkley non ha mai vinto un titolo — ma il messaggio è chiaro: Paul George da qui alla fine della serie contro Dallas è già chiamato a dimostrare qualcosa. “Non sono James Harden”, si difende lui. “So contribuire al successo della mia squadra anche in altri modi, non solo segnando. Posso avere delle serate storte al tiro, ma so di poter avere impatto sui due lati del campo anche in altri modi. Se il pallone non entra, non devo permettere che questo influisca sulle mie prestazioni”. Così, neppure il 7/33 (con 3/18 dall’arco) delle ultime due gare sembra smuoverlo troppo: “Sono Paul George, non mi interessa cosa dicono gli altri: so chi sono, so cosa so fare”. Che nella sua idea non è certo limitato al suo compito di fare canestro: “Cerco di passare la palla, difendere, andare a rimbalzo, un po’ di tutto”, dice. “Certo, sto faticando al tiro — ammette — ma la cosa bella è che ciò nonostante siamo sopra 2-1”. E in gara-4, aggiunge il suo compagno Kawhi Leonard, “si riparte da zero, non è che se uno ha segnato tutti i tiri delle prime tre gare vuol dire che continuerà a farlo. Paul è un giocatore che ha grande fiducia in sé: saprà superare questo momento”. Della stessa idea anche coach Doc Rivers: “Non sono preoccupato per nulla: è un grande giocatore, ma anche lui è umano. Di sicuro non ha dimenticato come si fa a tirare: prima o poi tornerà a segnare”.

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