Barcellona, Dani Alves: "In quella squadra ero come un magazziniere: non si giocava senza di me"

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L’esterno brasiliano in una lunghissima intervista ha raccontato tanti aneddoti sul Barcellona del quadriennio di Guardiola, tra le squadre più forti di sempre: “Previde tutto ciò che sarebbe successo nella finale del 2011 contro il Manchester United”

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Per molti, il Barcellona della gestione Guardiola è probabilmente la squadra più forte e dominante di tutti i tempi. Quattro anni, dal 2008 al 2012, in cui i catalani hanno vinto 14 trofei e hanno scritto pagine meravigliose di storia del calcio. Intervistato da SPORTBible, Dani Alves ha raccontato segreti e atmosfere di quelle stagioni in blaugrana. “Mi consideravo un magazziniere al Barcellona. Non importante come gli altri giocatori, ma senza di me non si poteva giocare né dentro né fuori dal campo: non ci sarebbero state le divise, le scarpe e così come non si poteva giocare nudi non si poteva giocare nemmeno senza di me. Penso di essere il responsabile per quella follia, quella felicità, quell'amicizia che c'era nella nostra squadra” ha spiegato il brasiliano. Che poi ha cominciato un lungo elogio a Pep Guardiola: “Onestamente, lavorare con lui è sempre sorprendente. Più alto è il livello della partita, più alta è la tensione durante la gara, e più lui è rilassato. Prova ad evitare che tu possa perdere le energie prima del momento giusto, perché quando cominci a pensare inizi a sentire la tensione di giocare una delle più grandi partite del mondo. Inconsciamente l'ansia cresce e cominci a perdere le energie. Così lui provava a fare esattamente l'opposto. Dico sempre che è un passo avanti a tutti noi e a ciò che stiamo pensando. Penso che renda la vita molto più facile”.

L’accordo tra i calciatori e Guardiola

“Non ne ho mai parlato prima, ma nel 2011 facemmo un accordo: noi giocatori avremmo vinto il campionato per lui e lui avrebbe vinto la Champions League per noi. Giocavamo in Inghilterra contro una squadra inglese che conosceva l'atmosfera e le difficoltà che dovevamo superare. Nonostante tutto, ci disse: 'Vi farò vincere la Champions League'. E l'ha fatto infatti. Per questo dico che se la può anche portare a casa: può andarla a prendere dal museo del Barcellona e portarsela perché è quello che ha vinto la Champions per noi. Ha studiato l'avversario, quindi ci ha detto tutto quello che sarebbe accaduto nella partita, tutto. Quindi non ci preoccupavamo di nulla perché non sarebbe stata una sorpresa. Disse qualcosa di molto interessante: il punteggio può essere 5-0 per noi, ma la squadra inglese giocherà come se si stesse sul 5-0 per loro, perché è semplice il modo in cui affrontano le partite. Ci disse: 'Se pareggiano non cambiate modo di giocare perché è l'unico modo che abbiamo per vincere’. E così noi segnammo e poi subimmo il pareggio e non ne eravamo sorpresi. Così ricominciammo a giocare nel solito modo come avevamo cominciato, tenendo il possesso e il controllo della partita con la nostra filosofia. C'era stato un momento in quella stagione in cui abbiamo dubitato di noi, pensando 'Un'altra finale contro la stessa squadra e stavolta nel loro paese'. Ma lui era assolutamente sicuro e ci fece credere che eravamo capaci di farcela. Ci fece vedere in che modo e diede ad ognuno la chiave giusta. 'Fatela funzionare e vinceremo'. E alla fine è andata così, vivemmo un giorno indimenticabile. Ricordo ogni momento di quella finale, fu speciale in particolare per me che non giocai la prima finale perché ero squalificato. All'intervallo ci fece lo stesso discorso, ci disse: 'Ve l'avevo detto che sarebbe andata così'. Ma poi abbiamo stancato psicologicamente l'avversario perché non gli facevamo toccare la palla, dominando l'intera partita. Credo che fosse questo a rendere il Barcellona differente dalle altre squadre, perché non cambiavamo mai la nostra filosofia. Quando Messi segnò, pensammo: 'Ecco, è fatta, non possono rimontare più'. Perché il Barça ha un grande vantaggio, quello di saper giocare anche quando è sopra nel punteggio. Appena il Barcellona passava in vantaggio e gli avversari si scoprivano di più nel giro di 20 minuti poteva già stare 3-0 o anche 4-0. Il momento più scioccante che ho avuto con lui è stato quando mi disse che mi avrebbe insegnato a giocare senza palla. Pensavo che mi avrebbe messo in panchina, perché quello è l'unico posto dove non si gioca con la palla. Quelle furono stagioni in cui ho fatto più interventi offensivi e difensivi. Non saprei spiegarvi il perché, dovreste chiederlo a Guardiola. Ad oggi credo di aver lavorato con un genio, è ciò che penso e non smetterò mai di dirlo: diceva le cose prima che accadessero, ha saputo estrarre lo stesso ideale da ognuno di noi e penso che solo un genio possa fare una cosa del genere. Il fatto che Abidal abbia sollevato quel trofeo era la dimostrazione che per il Barcellona il più grande trofeo nella vita è l'essere umano. Anche perché cos'è la Champions League rispetto a una vita umana? È solo una coppa in un museo, che puoi vincere anche la prossima stagione”.

Il confronto con Messi e l’epilogo

In quella squadra c’era anche un altro fenomeno, Lionel Messi. “Parliamo di due differenti tipi di genio. Uno è un genio d'azione, l'altro un genio d'estrazione: due cose diverse. Credo che Guardiola sia un genio in termini di gestione, mentre Messi è un genio nell'esecuzione. Non possiamo compararli” ha detto Dani Alves. Che infine ha raccontato lo stato di cose quando ci fu l’addio di Guardiola nel 2012: “Quando Guardiola andò via, aveva già preso tutto il possibile da ognuno di noi. Vincemmo ancora un titolo perché eravamo una grande squadra, ma non avevamo più nulla da dare a Guardiola e allo stesso modo lui non aveva nient'altro da darci. Le cose sarebbero potuto andare soltanto peggio”.

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