La storia dei Mondiali ripercorsa con un gol al giorno. Per tutta la durata del Mondiale 2026 ripeschiamo quotidianamente una rete che è stata segnata nelle passate edizioni, proprio in quel giorno. Oggi vi raccontiamo di un gol "alla Maradona" che regalò al suo autore fama, soldi, gloria e... la prigione
- 29 giugno 1994
- Mondiale Usa 1994
- Belgio-Arabia Saudita 0-1 (Gruppo F)
5' Al-Owairan
Partì a 69 metri dalla porta, sotto il sole cocente di Washington (il termometro segnava 43°C) che pareva di attraversare il deserto. Partì da solo, con lo spirito di chi ci prova tanto per provarci e poi, un metro alla volta, un avversario saltato dopo l’altro, si rese conto che l’impresa era possibile, e più avanzava più ci prendeva gusto all’idea di imitare Maradona. Tutto come in una favola, se non fosse che quel gol ha finito per rovinarlo. Siamo a Usa ’94, l’Arabia Saudita contro ogni pronostico vede gli ottavi: le basta un pari con il Belgio per fare la storia. E a scriverla, dopo appena 5’, è Saeed Al-Owairan, con quello che risulterà il gol-partita. Scifo perde banalmente un pallone sulla trequarti, la difesa araba lo raccoglie e lo affida al suo 10. Pensaci tu, fai qualcosa, portalo più lontano che puoi, possibilmente. E Saeed obbedisce. Siamo a quasi 70 metri dalla porta di Preud’homme, quando Al-Owairan riceve, si gira e parte. Dirk Medved, forse l’unico a fiutare il pericolo nonostante la distanza dalla porta, tenta una forbice da terra, di quelle da rosso diretto se prendi bene l’avversario. Al-Owairan salta la tagliola con eleganza e prosegue oltre. Il secondo ostacolo che gli si para contro è Michel de Wolf, con il suo timido abbozzo di scivolata. Saltato anche lui, siamo ormai alle soglie dell’area di rigore belga e adesso Al-Owairan punta con decisione Rudi Smidts, che parte malissimo perché lo affronta girato dalla parte sbagliata. Mentre cerca di ritrovare la postura ideale, il furbo Saeed gli fa pensare di volersi allargare verso l’esterno: il belga gira la testa da quella parte e Al-Owairan già non c’è più, si è infilato comodamente prendendosi l’interno. Ormai vede la porta, a chiudergliela ci sono il centrale Philippe Albert e Michel Preud’homme, che hanno la stessa idea: sbarrargli la strada gettandosi a terra, il difensore con un disperato tentativo di scivolata e il portiere con un’uscita bassa. Al-Owairan li imita e, da terra, calcia anticipandoli, dal basso verso l’alto. È gol.
L’esultanza è ancora di quelle degli Anni Novanta: spontanea, con i palmi aperti e poi le dita a fare la V di vittoria, il sorriso smagliante dipinto sulla faccia di uno che mai si sarebbe aspettato di fare una roba del genere. Umilissimo, rifiuta ogni paragone con Diego (“Troppo onore”) e divide persino i meriti con i compagni (ma quali? Chi li ha visti?) “bravi ad aprirmi il corridoio giusto”. Il problema nasce dopo. Perché per “colpa” di quel gol, Al-Owairan viene sì ricoperto d’oro al rientro in Patria (arriverà a guadagnare più di Baggio o Romario), ma re Fahd se ne innamora al punto da imporre “l’embargo” del suo gioiello, per poterselo godere da vicino ogni settimana, raffreddando l’interesse dei club europei già sulle sue tracce. Considerato un patrimonio del calcio del suo Paese, Saeed finì per spendere tutta la carriera all’Al-Shabab, arrivando ad ammettere che quel gol “si era rivelato un’arma a doppio taglio: se da un lato fu meraviglioso, dall’altro fu tremendo perché finii costantemente sotto la luce dei riflettori”. Famosissimo, riconoscibilissimo, invidiatissimo: una “soffiata” fece sì che pochi mesi dopo venga arrestato all’uscita da un locale a luci rosse per aver violato la legge islamica. Tre anni di carcere, scontati solo in parte – così narra la leggenda – grazie al figlio più piccolo del re, il principe Faisal, che ottenne per lui l’indulto pregando papà di fargli rivedere in campo quello che al Mondiale del 1994 era diventato il suo eroe. Che però aveva ormai perso i suoi super-poteri.