Il 'Massimo' della Premier: Sir Alex Ferguson

12^ puntata
Massimo Marianella

Massimo Marianella

In attesa del ritorno in campo della Premier League, Massimo Marianella racconta Sir Alex Ferguson, il manager capace di vincere 38 trofei al Manchester United con tre generazioni diverse di Red Devils. Dalla nebbia di Glasgow al ghota del calcio mondiale: la storia del "Boss" che sapeva gestire meglio i giocatori dei... gianduiotti

Nella storia del football mondiale ci sono poche identificazioni così totali tra un uomo e un club vincente. Il profilo non c’è neanche bisogno che ce lo suggerisca l’Old Trafford che gli ha dedicato una delle sue tribune principali. Pensi al Manchester United e compare magicamente nella mente di tutti l’immagine di Sir Alex Ferguson. Aver portato due volte il piccolo Aberdeen su un trono Europeo, dopo aver già abbattuto in patria il duopolio Celtic–Rangers, gli ha regalato medaglie (10), fama e una credibilità che ha portato con sé una scommessa rischiosa: restituire grandezza al Manchester United. Alle sfide della vita il figlio di un operaio di un cantiere navale scozzese del dopoguerra era però abituato e le ha sempre trasformate tutte in determinazione.

A sinistra l'esterno della Sir Alex Ferguson Stand a Old Trafford; a destra il manager scozzese di fronte alla tribuna a lui dedicata - ©Getty
Ferguson consola un avversario dopo la finale di Scottish Cup 1986 vinta dal suo Aberdeen sugli Hearts - ©Getty

La carriera da giocatore e il mentore Jock Stein

Non aveva ancora 20 anni quando riuscì a trovare un biglietto per andare all’Hampden Park, nella sua Glasgow, per vedere la Finale di Coppa dei Campioni del 1960 tra l’Eintracht di Francoforte e il grande Real Madrid di Puskas e Di Stefano. Rimase folgorato dalla grandezza dell’evento e dal talento delle Merengues con l’ispirazione, la voglia di farcela anche lui e siccome la vita spesso è un cerchio, da calciatore ha esordito nei Glasgow Rangers proprio contro l’Eintracht segnando una tripletta. Era un’amichevole di lusso non la Finale di Coppa dei Campioni, ma poco male, quella l’avrebbe vinta poi come manager dei Red Devils.

Ferguson da giocatore, dopo aver firmato con i Glasgow Rangers nel 1967 - ©Getty

È stato un discreto centravanti da più di 200 gol in carriera in Scozia, ma il segno vero nel calcio lo avrebbe lasciato da Manager. Le lunghe serate al Beechwood Restaurant, che è ancora lì oggi ovviamente vicino all’Hampden Park, ad ascoltare il suo mentore, il leggendario Jock Stein, lo hanno preparato al percorso in panchina. Per le idee tattiche, ma soprattutto per la gestione economica e umana di un club. 

A sinistra il Beechwood Restaurant vicino ad Hampden Park; a destra Ferguson accanto a Jock Stein - ©Getty

I 38 trofei con tre United diversi

L’avventura al Manchester United era rischiosa e l’ha incorniciata in un trionfo diventando una leggenda perché ha saputo capire e rispettare sempre la storia dei Red Devils. Anzi è stato addirittura capace di riscriverla aggiungendo 38 trofei! Trentotto! Una gioielleria intera pur avendo ereditato una squadra storica sì, ma senza identità e fiducia. Un Man Utd, per i suoi standard, quasi allo sbando e negli anni ha dovuto poi combattere con la fine del grande Liverpool anni 80, il miglior Mourinho e per più di 20 stagioni con Wenger con la sua generazione d’invincibili. Sei di quei trofei li ha vinti in giro per il mondo tra cui 2 Champions League da aggiungere alle 5 FA Cup e alle 13 Premier League conquistate in Inghilterra.

Alex Ferguson con la Coppa dei Campioni 1999, vinta in finale contro il Bayern Monaco - ©Getty

Un grande allenatore è quello che riesce a vincere o quantificare il miglior potenziale con squadre diverse. Lui lo ha fatto con 3 squadre (l’Aberdeen è la quarta) differenti che avevano però la stessa maglia: rossa e con lo stemma del Manchester United. Tre generazioni di Red Devils. Simpatico, gentile e sempre sorridente, ma non ditelo ai suoi giocatori che il celeberrimo "trattamento fon", le sue sfuriate, le hanno subite più volte. Ha mandato in tribuna un giovane Cristiano Ronaldo insegnandogli cosa volesse dire essere professionista, così come ha saputo aggiustare la lunghezza delle briglie di Cantona. A lui come a Roy Keane, a Peter Schmeichel e a tutti gli altri ha sempre fatto capire chi comandava all’Old Trafford. Il messaggio era chiaro e diretto. Si vince e si perde tutti assieme, ma le decisioni qui le prendo io. Qualche giocatore sul mercato lo ha sbagliato (Kleberson, Djemba-Djemba), ma tutte le altre scelte sono state giuste. Tatticamente non ha mai voluto “inventare l’acqua calda” come molti suoi colleghi, ma aveva un istinto, una lettura del calcio unica e ha forgiato giovani straordinari che ha fatto diventare prima uomini e poi campioni, da CR7 a Beckham, da Giggs a Scholes.

Ferguson nello spogliatoio dell'Old Trafford con alcuni giocatori del "Treble" 1999: da sinistra a destra Scholes, Butt, Gary Neville, Beckham, Giggs e Phil Neville - ©Getty
Ferguson a colloquio con un giovanissimo Cristiano Ronaldo nel 2005; a fianco il manager alza il trofeo della Premier 2013, l'ultima con i Red Devils - ©Getty

Il "Boss" amante della cioccolata

Per chi ha avuto debolezza? La cioccolata! È riuscito a gestire meglio le personalità difficili che ha allenato della passione per i gianduiotti. Scatole che raramente sono arrivate dall’Old Trafford fino a casa. Li finiva tra il riscaldamento della squadra e la conferenza post partita. In 27 anni a Manchester Sir Alex Ferguson ha ottenuto molto di più dei trofei e del titolo onorifico della corona britannica: ha avuto la considerazione del Mondo. Lo chiamano tutti "Boss". Non per timore, ma per rispetto della sua grandezza professionale. Ha rimesso lo United sul trono del Mondo del calcio e se avesse vinto anche le due Finali di Champions perse contro il Barcellona di Guardiola avrebbe centrato tutti i suoi obiettivi. Gli è mancato quello statistico di portare nel palmarès della Coppa dei Campioni il Manchester United a livello di Bayern a Barcellona con cinque trofei dalle grandi orecchie. Tutto, ma davvero tutto il resto che ha fatto o che ha vinto ha collocato il suo ritratto nella storia del calcio. Dalle nebbie di Glasgow al gotha dello sport mondiale.

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