13 ottobre 2017

La differenza di Kakà: ecco come ha cambiato il calcio

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Con l'annuncio del possibile addio al calcio giocato, ci interroghiamo su cosa lascerà il brasiliano e sul posto che merita nella storia. Di sicuro ha cambiato la figura del trequartista con i suoi strappi e la sua velocità palla al piede. E pensare che lo paragonavano a Cerezo...

La facile ironia legata al nome con cui fu accolto al suo sbarco in Italia fu immediatamente cancellata al primo allungo con la palla incollata al piede. Tanto bastò a Ricardo Izecson dos Santos Leite, in arte Kakà, per far capire subito ai suoi avversari che per le stagioni a venire gli avrebbero soltanto letto la targa, e che ci sarebbe stato poco da ridere.

Il marziano, così lo definì Ancelotti dopo il primo allenamento, atterrò tra noi il 16 agosto 2003, quando aveva 21 anni, accompagnato dal papà Bosco. Il Milan lo aveva prelevato dal San Paolo pagandolo 8,5 milioni, Moggi si era fatto una risata: “Con quel nome non potrebbe mai giocare nella Juventus”. Indossava gli occhialini da studente universitario, faccia da bravo ragazzo pettinato con la riga. Figlio di un ingegnere e di un’insegnante di matematica, niente storie di favelas e campetti improvvisati per strada: brasiliano della San Paolo benestante, ringrazia Dio dopo ogni gol da quella volta in cui, ancora bambino, si salvò da una possibile paralisi dopo una caduta in piscina con cui si fratturò una vertebra. È il ragazzo della porta accanto che ogni mamma sogna di ritrovarsi come genero. Per convincere anche i papà, più attenti ai fatti sul campo, non si dovette attendere molto, nonostante al suo arrivo non lo conoscesse praticamente nessuno, neanche l’allenatore che lo avrebbe allenato.

Lo stesso Ancelotti racconta l’aneddoto relativo al suo arrivo a Milanello, quando “gli mancavano solo la cartella con i libri e la merendina”. “Io, Kakà, non l’avevo mai visto, neppure in cassetta”, svelò anni dopo Carletto. “Un giorno in conferenza stampa mi hanno chiesto di lui, le sue caratteristiche e come avrebbe potuto giocare. Ho cercato di arrangiarmi, affidandomi ai racconti che mi avevano fatto: ‘È un buon centrocampista, può giocare anche trequartista, è abbastanza lento, ha una bella presenza. Insomma, assomiglia un po’ a Toninho Cerezo’. Avevo giocato con Cerezo e, da come mi avevano descritto Kakà, il paragone ci poteva stare”.

Poi Kakà finalmente si materializza a Milanello e Ancelotti resta senza parole “semplicemente perché non ne esistevano per definire quello che stavo vedendo”. Al primo contrasto si trova di fonte Gattuso, che gli dà una spallata tremenda per battezzarlo. Kakà non solo non perde il pallone, ma con un lancio di trenta metri supera anche Nesta, che non riesce a intercettarlo. “Uno dei giocatori più forti che abbia mai allenato, di sicuro il più intelligente”, la sentenza di Ancelotti. “Uno che capisce al volo, che pensa al doppio della velocità degli altri, che riceve il pallone e sa già come andrà a finire l’azione”.

Lo dimostrerà nel corso della sua carriera ripartita in modo palindromo tra San Paolo, Milan e Real Madrid, prima della chiusura soft a Orlando. Ora che Kakà ha annunciato l’addio a fine stagione alla MLS, che sa tanto di addio al pallone, è giusto interrogarsi su cosa il brasiliano lascerà al calcio e su quale sarà il suo posto nella storia. Quale sia stata, in sostanza, la sua differenza.

Ad Ancelotti si illumina lo sguardo solo a vedere il suo "Cerezo"

Uno dei due sembra un po' preoccupato... Ancelotti inventerà l'Albero di Natale, per farli convivere

Giocate coraggiose

Dopo quel primo allenamento, Ancelotti ha pochi dubbi. Il 1° settembre 2003, nel posticipo della prima giornata il Milan va ad Ancona e Carletto lo lancia subito, trequartista alle spalle di Inzaghi e Shevchenko. Lui, sul campo dove Van Basten proprio dieci anni prima aveva segnato il suo ultimo gol con la maglia rossonera, dimostra di avere piedi fatati e visione di gioco, ma soprattutto una personalità non comune per un ragazzo di 21 anni. Dopo 3’ di calcio italiano, tanto per dirne una, avvia l’azione del Milan venendo fuori palla al piede dalla sua area e poi la chiude tentando la conclusione con un tiro dalla distanza di esterno in controbalzo. Di quelli che se li svirgoli sei già l’idolo della Gialappa’s e con quel nome è un attimo che la carriera italiana prenda la piega sbagliata.

Lo “strappo” alla Kakà

L’azione personale con cui si presenta veramente all’Italia intera è un compendio delle sue capacità e di ciò che di “nuovo” porta nel calcio: stop con la coscia su un pallone che spiove al limite della sua area, immediato sombrero all’avversario che gli si fa sotto, alla faccia di chi dice che i brasiliani soffrono i ritmi e l’aggressività del nostro campionato. Riaddomestica la palla e qui ecco che si materializza il Kakà che impareremo a conoscere presto. Con un’occhiata rapida, stretto tra due avversari che gli stanno per sbarrare la strada, valuta al volo le opzioni di passaggio con cui potrebbe liberarsi del pallone. E infine va. Uno strappo improvviso, i due passi iniziali che lasciano sul posto i marcatori, superati passando in mezzo come un Mosè nel mar Rosso. Il tempo di accorgersi, per i due malcapitati, che lui ha accelerato la giocata (sempre alla faccia di chi ancora pensa al brasiliano riflessivo che si prende il suo tempo e si perde in ghirigori) e Kakà è già nel cerchio di centrocampo. Gran finale, per dimostrarsi anche ottimo organizzatore di gioco, con il passaggio filtrante per Cafù che in due mosse manda in gol Shevchenko.

Lo strappo di Kakà: ovvero quella scintilla che permette di avviare il motore dell’azione, ribaltandola in un amen. Un attimo prima sei nella tua area, quello dopo stai già facendo gol: il sogno di ogni allenatore. Pirlo lo rendeva possibile con un lancio millimetrico, Kakà preferiva la consegna di persona, portando il pallone dall’altra parte con i suoi piedi. Il migliore di tutti, in questa specialità.

 

Nella stessa stagione, un altro grande esempio, forse quello a cui i tifosi milanisti sono più affezionati. Derby di ritorno del 21 febbraio 2004, all’intervallo l’Inter va negli spogliatoi avanti 2-0. Ancelotti toglie Rui Costa e mette Tomasson, di fatto regala a Kakà lo spazio che gli serve per attivarsi senza chiedergli di condividerlo con un altro trequartista. Proprio Tomasson, al 56°, fa 2-1. Un minuto dopo, approfittando della bambola nerazzurra, Kakà si infila nella difesa interista come il classico coltello caldo nel burro. Parte da centrocampo, quando l’Inter abbozza una chiusura lui è già al limite dell’area e ha concluso in porta: 2-2 che è il preludio al 3-2 di Seedorf, per una delle rimonte più amate dal popolo rossonero.

La stoccata dalla distanza

Che il ragazzo abbia nel repertorio il tiro dalla distanza, e che dunque sia meglio non concederglielo, d’altronde, lo si era visto già qualche tempo prima, il 6 dicembre 2013, in occasione del gol con cui risolve la partita con l’Empoli, che sembrava non volersi sbloccare. Al minuto 82, quando il Milan le aveva tentate già tutte, Kakà fa il Kakà: parte largo, pochi passi di corsetta palla al piede per dare il tempo ai compagni di aprirgli la strada, poi quando vede il corridoio ci si butta dentro, accentrandosi ed esplodendo un destro super da 30 metri.

 

Destro e sinistro, come si dice in questi casi. Perché con “l’altro” piede calcia con la stessa sicurezza e precisione. Il sinistro che spedisce all’angolino della porta difesa da van der Sar, nella semifinale di ritorno della Champions 2006/2007, è di importanza storica per il Milan, che vola in finale. Così come è ormai un’icona sul comodino di tanti tifosi l’immagine di Kakà che esulta, sotto la pioggia, con gli indici rivolti al Cielo.

Velocità di pensiero

Lo United, vittorioso all’andata per 3-2, in quella occasione era già stato punito da Kakà: il 24 aprile 2007 è il giorno in cui il brasiliano tocca l’apice, con una prestazione personale sontuosa. Non lo prendono mai, nemmeno quando ci provano chiudendolo a sandwich, con il comico risultato che Heinze ed Evra si scontrano tra di loro mentre Kakà, con astuzia, infila di testa il pallone nello spiraglio tra i due e poi se lo va a riprendere comodamente per battere van der Sar. Un gol da urlo, un’azione in cui mette in mostra tecnica, atletismo, intelligenza, freddezza e anche fisico, visto che tutto inizia resistendo a una carica di Fletcher.

E velocità palla al piede

Con la palla al piede era più veloce di chi lo inseguiva, ecco cosa lo rendeva un trequartista unico al mondo, atipico se vogliamo. In alcuni casi più veloce persino dei più veloci. In questo Argentina-Brasile quel folletto con il 19 sulla schiena che insegue a perdifiato Kakà è un certo Leo Messi. Eppure la palla al piede ce l’ha Kakà.

Il coast to coast alla Kakà

Tecnica in velocità: questo, in sintesi, è Kakà. Con i suoi strappi, come detto, che quando si dilatavano nel tempo diventavano azioni personali memorabili. Quella contro il Celtic, ad esempio, per un altro gol fondamentale per il cammino rossonero nella Champions del 2007. L’unico modo possibile per rompere il catenaccio scozzese. O quella contro mezzo Fenerbahce, battuto con una progressione da quattrocentista che arriva alla porta con la lucidità per segnare. Per usare le parole di Ancelotti: "In una squadra abbastanza statica, con Rui Costa e Rivaldo che giocavano molto con il pallone fra i piedi, abbiamo taroccato il contachilometri".

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Tempi di inserimento

Idolo dei rossoneri, incubo dei cugini, che nell’anno del 3-2 subìto in rimonta erano già stati battezzati da Kakà nel derby di andata, con il primo gol italiano del ragazzo di San Paolo. Di testa. Anche in quel caso Ancelotti l’aveva scelto come trequartista, confidando negli assist ma anche nei fantastici tempi di inserimento. Curiosamente, un altro fantasista brasiliano che farà innamorare la Milano rossonera segnerà allo stesso modo il suo primo gol in A, sempre nel derby. Assist di Kakà, colpo di testa di Ronaldinho.

 

E a proposito di tempi di inserimento, altri due esempi che da soli sono una lezione sui compiti del trequartista moderno: il gol al Deportivo e quello al Brugge. Quasi in fotocopia, con la variante, nel secondo caso, di un piattone al volo spedito sotto il sette con la stessa eleganza e nonchalance con cui Federer piazza i suoi colpi migliori. La disarmante superiorità di chi rende apparentemente facili giocate da fantascienza, nei momenti decisivi.

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