Serie A, le migliori giocate della 26^ giornata

Serie A

Fabrizio Gabrielli

La discesa libera di Zapata, la grande azione del 2 a 0 del Milan e altre perle dall'ultima giornata, un po' innevata, della Serie A

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L’ultima giornata di Serie A (in attesa di Cagliari-Napoli) è stata avida di spettacolarità, per certi versi contraria alla nostra idea di calcio moderno. Anche le reti che si sono segnate, tipo quella di Cutrone o quella di Simic possiedono un certo gusto vintage, di gesti che la reiterazione nel tempo ha reso in un certo senso immortali. Stretti nella morsa del freddo di Buran, che ha reso questo turno un po’ intirizzito, siamo comunque riusciti a scovare alcune giocate che ci restituiscono tutto lo spettro della biodiversità di questa Serie A. Vi raccomandiamo di conservarle teneramente in tasca, così che quando uscirete nella tormenta di neve potrete utilizzarle per scaldarvi le mani e il cuore.

Alle temperature polari di classifica in cui versa il Benevento praticamente da sempre quest’anno, l’assideramento è inevitabile. È solo questione di attendere il momento in cui l’ineluttabilità diventerà conclamata. Nell’attesa, con l’orgoglio di chi crede nei suoi mezzi e si tiene in movimento costante per evitare che gli si ghiacci il sangue nelle vene, il Benevento si sta rifiutando di firmare la resa incondizionata e sta anzi mettendo in mostra, specie nelle ultime giornate in cui ha affrontato alcune tra le migliori squadre del campionato - il Napoli, la Roma e da ultima l’Inter - una manovra di gioco ben organizzata, e interessanti individualità. Continua a perdere, ma non si può chiedere troppo.

In questo ambiente ostico di nevi perenni c’è chi si disimpegna con l’esperienza di chi ha calcato le migliori piste sciistiche d’Europa, tipo Sandro o Sagna, e chi snocciola l’estro incosciente dei ragazzini che si mettono una busta di plastica sotto al sedere per scivolare in discesa: il sistema d’attacco fluido di De Zerbi sta facilitando soprattutto l’esaltazione delle doti tecniche di Guilherme, e di Enrico Brignola.

Il diciottenne dei sanniti è forse la rivelazione più inaspettata di quest’ultimo scorcio di stagione: baricentro basso, corsa a mulinello, Brignola è quel tipo di giocatore scattoso, fascio di nervi, sempre in procinto di fare qualcosa di imprevedibile.

A San Siro, nei venti minuti a cavallo dei due tempi in cui il Benevento ha messo in serissima difficoltà l’Inter, si è messo in mostra con due spunti che tradiscono una personalità inattesa. Al trentasettesimo ha ricevuto un pallone tra le linee con uno stop morbido d’esterno sinistro; poi si è allargato sull’out sinistro e, apparentemente chiuso da Joao Cancelo e dal raddoppio di Ranocchia, ha trovato l’unico pertugio in cui era possibile infilarsi, affondando sulla fascia con un’accelerazione da motorino con la valvola del gas spalancata, per poi mettere al centro un cross teso sul quale Duricic è arrivato in ritardo.

A inizio secondo tempo, invece, una manciata di minuti prima che Skriniar inclinasse la partita a favore dei nerazzurri, all’altezza della sua trequarti si è accartocciato col corpo per difendere un pallone dalla pressione di D’Ambrosio: una volta liberato, tenendosi in equilibrio come se stesse camminando su una lastra di ghiaccio, ha stretto verso il centro del campo per innescare, con un bel mancino filtrante, l’incursione di Coda. È stata l’ultima occasione che ha avuto il Benevento di portarsi in vantaggio: una giocata che scalda come una cioccolata bollente al rifugio in una giornata sfortunata sulle piste.  

Una delle prestazioni più interessanti da passare sotto la lente di ingrandimento nella sfida tra Sampdoria e Udinese era quella di Lucas Torreira. Il regista doriano, da vertice basso del rombo di centrocampo di Giampaolo, sta disputando un’ottima stagione sia in fase di impostazione della manovra che di interdizione, con una crescita così vistosa che se Washington Tabarez non porterà il suo talento a sbocciare in Russia avremo la sensazione di una gravissima ingiustizia. Ieri era interessante capire come si sarebbe disimpegnato in mezzo a un centrocampo di ottimo livello, tecnico e fisico, come quello composto da Fofana, Jankto e Barak, tre calciatori estremamente differenti rispetto a Torreira, per passo e prestanza atletica.

L’uruguaiano non ha però avuto problemi a fare quello che fa di solito, come la facilità nel trovare linee di passaggio soprattutto nel corto (una percentuale altissima di accuratezza, del 93%), che ne esaltano la centralità all’interno della manovra blucerchiata, ma anche una reattività esplosiva sulle palle vaganti e una sempre puntuale capacità di posizionarsi tra le linee che facilita l’aggressione delle seconde palle.

A un quarto d’ora dal termine della partita, nel momento di massima pressione dell’Udinese e poco prima del gol mostruoso di Zapata che sarebbe finito per diventare la cartolina più memorabile della gara, la Samp sta cercando faticosamente di tessere la manovra. Con Torreira ingabbiato da Balic e Jankto, Ricky Alvarez e Murru provano a triangolare sullo stretto ma vengono fermati da una copertura dello stesso Balic, scalato all’altezza del centrocampo. Dal contrasto si alza un campanile sul quale Fofana sembra in vantaggio: invece Torreira, che ha seguito la parabola del pallone con la concentrazione del pompiere che tiene il telo dal quale passa il salvataggio di una vita umana, con un tackle microchirurgico arpiona il pallone per poi servirlo a Barreto. Un gesto che definisce l’intelligenza e la maturità di Torreira, consentendo di elevare di qualche centimetro l’asticella sopra i cliché della garra.

Dopo Alisson, Stefano Sorrentino è uno dei portieri che più spesso hanno fatto capolino in questa rubrica. I suoi interventi, anche se non hanno l’aura di soprannaturalità di quelli del brasiliano, sono sempre estremamente concreti e ci fanno ciondolare la testa in vigorosi cenni di assenso: deve dipendere dalle caratteristiche intrinseche di Sorrentino, che fanno dell’estremo difensore del Chievo uno dei portieri più istintivi e reattivi della Serie A.

A Firenze, dopo essersi piegato solo di fronte a un missile terra-aria di Biraghi, Sorrentino ha intrapreso l’ennesimo test dei tre giorni che si faceva una volta prima della ferma militare obbligatoria: una serie continua di prove di elasticità, reattività, riflessi e resistenza.

A poco più di dieci minuti dalla fine, quando l’area del Chievo è un Fort Alamo sul continuo punto di arrendersi, sull’ennesimo affondo dei viola la palla arriva a Veretout liberissimo all’altezza del dischetto. Sorrentino, di fronte alla transizione offensiva viola, non è retrocesso sulla linea di porta ma al contrario si è spinto fino al limite dell’area piccola, nel tentativo di coprire con la sua apertura alare la maggior parte di specchio della porta possibile. Grazie a questa intuizione riesce a deviare in angolo il tiro del francese, esultando poi come chi deve ogni settimana spingere un po’ più in là, tipo quel programma in cui devi scampartela in solitario nella giungla, il proprio istinto di sopravvivenza.

Buongiorno e benvenuti al nostro consueto appuntamento settimanale con il rotocalco di cultura calcistica intitolato “Sergej Milinkovic-Savic fa cose”: un prezioso documentario che tra cent’anni sarà la memoria storica di come si giocava al calcio nella Serie A delle prime decadi del Ventunesimo Secolo, e di come lo giocava SMS fissando un benchmark proibitivo per i nove decimi dei colleghi.

Oggi andremo a concentrarci sulle tante piccole ma mostruosamente pesanti cose che Milinkovic-Savic ha realizzato soltanto nei primi dieci minuti di Sassuolo - Lazio, partita altrimenti non troppo rilevante, se non nel cristallizzare le velleità di Champions League della Lazio e il crollo verticale dei neroverdi.

Milinkovic, con intervalli regolari di 2 minuti e mezzo tra una giocata e l’altra, prima (quarto minuto) ossigena il gioco con un cambio di campo su Marusic, una sventagliata così regale che sembra il gesto di un sovrano quando la mattina tira la tenda della sua camera sulla torre del castello; al sesto, sulla trequarti, segue lo svolgimento dell’azione decidendo di spalancare le braccia nell’esatto momento in cui le forze cosmiche devono concentrarsi sul suo piede destro, quello cioè dal quale parte un tiro dalla balistica arrogante che si infila nell’angolino; infine, al nono minuto, irride un avversario trascinandogli via la palla da sotto gli occhi con la suola come il torero fa con il toro sventolando non già più il capote, ma la muleta.

Prima della fine riesce anche a siglare la propria personale doppietta, con quello che è paradossalmente il primo gol stagionale segnato di testa.

Insomma, Milinkovic-Savic ha giocato un’altra - l’ennesima - partita mostruosa, assurda nei numeri (dieci palloni recuperati, solo due duelli offensivi persi su ventuno, quattro duelli aerei vinti su cinque) e nel livello di percezione della consistenza, che sta quasi diventando noioso, continuare a stupirsi.

Patrik Schick non scendeva in campo tra i titolari in campionato da più di due mesi. Contro il Milan Di Francesco gli ha affidato il ruolo di punto di riferimento centrale dell’attacco, ma il ceco non si è spinto molto oltre la dimostrazione di una grande abnegazione nel pressare la linea difensiva avversaria. Praticamente annullato, nello scontro diretto, dai centrali milanisti Romagnoli e Bonucci, Schick ha dato il meglio di sé, sempre al di sotto delle aspettative, quando ha avuto modo di allontanarsi dall’area e giocare in quel limbo a ridosso della trequarti che è il mondo ideale per l’esposizione delle sue doti tecniche. Intorno al quarantesimo ha controllato un pallone spizzato di testa da Nainggolan con il sinistro, trascinandosi sulla fascia con Biglia e Calabria che lo rincorrevano fino a chiuderlo in un imbuto.

Sempre accarezzando il pallone con l’esterno del piede, Schick ha intravisto una fessura per insinuarsi nella quale, però, avrebbe dovuto compiere un’inversione a U. E l’unica maniera per farlo era trascinarsi il pallone all’indietro con la suola, e invertire il senso di marcia. Ho scelto di inserire questa sua giocata perché oltre che oggettivamente bella da vedere, piena di quella grazia leggiadra che hanno le giocate di Schick quando è in stato di grazia, ha uno suo significato profondo: ci dice che Schick è tutt’altro che un giocatore involuto o alle prese con una depressione del suo calcio, ma piuttosto soltanto un personaggio alla ricerca del posto giusto, all’interno della trama, nell’economia narrativa di questo romanzo che si chiama Roma.

Quando Nikola Kalinic ha firmato il suo contratto con il Milan la scorsa estate probabilmente sapeva già che sarebbe potuto partire alle spalle di qualcuno, tipo André Silva, nella gerarchia del ruolo di centravanti: magari non si aspettava l’esplosione di Cutrone, ma in fondo non gli è poi cambiata molto la vita.

L’assist per il gol di Calabria, arrivato solo 7 minuti dopo il suo ingresso in campo, un gol che ha definitivamente affossato la Roma, è l’esatta didascalia di cosa sia un’ottima giocata, sia in termini estetici che pragmatici.

Quando Calabria supera l’avversario e si invola verso l’area della Roma, Kalinic interrompe bruscamente l’affondo per tornare sui suoi passi, con un movimento così rapido che quasi finisce per incespicare. Il controllo, delicato come una carezza data con un guanto di seta, è solo il preludio al tocco successivo con il quale il croato, nell’esercizio di una delle sue caratteristiche principali, la sponda a due-tre tocchi, imbecca ancora Calabria all’interno dell’area.

Chiedere oggi a Gattuso di esprimere una preferenza tra il croato e il suo pupillo Cutrone equivale più o meno a chiedere a un ragazzino se vuole più bene a mamma o papà. I due hanno caratteristiche e stili di gioco differenti, e oggi sembra che Gattuso abbia estremamente bisogno di entrambi, sia della capacità di attaccare la profondità del ventenne che dell’esperienza e del talento nel gioco di sponda che ha Kalinic.

Anche se normalmente tendiamo a privilegiare giocate che rischiano di scomparire dai radar dell’attenzione (e della memoria collettiva) troppo rapidamente e ingiustamente rispetto a quanto meriterebbero, mi sembrava davvero miope non inserire La Giocata per eccellenza della giornata, che rischia di essere anche La Giocata Dell’Anno.

Quando Duvan Zapata raccoglie quel pallone al limite della sua area deve essergli passato per la testa di lanciarsi in contropiede solitario con un’accelerazione, sperando che qualche compagno accompagnasse l’azione. Lo ha fatto anche a Roma, innescato da Gaston Ramirez, quando ha servito un assist a Caprari che il nove doriano ha sprecato malamente.

Il problema è che l’ambiente da Bundesliga, o da puntata di Natale del Muppet Show, con i fiocchi di neve e l’aria di infinite possibilità, devono avergli messo coscienza, mentre ingaggiava il duello con Fofana, che sotto i piedi aveva già una carica esplosiva a orologeria, come in Speed, che sarebbe detonata a meno che non fosse arrivato fino all’area opposta e segnato. Cosa che puntualmente ha fatto, con un pallonetto che di certo l’involontarietà dichiarata - Zapata ha detto che voleva crossare per Quagliarella - non rende più brutto di una virgola, e una leggiadria che è sembrata a tutti una degna chiusura delle Olimpiadi Invernali.

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