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30 aprile 2018

Il destino di Koulibaly

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Due immagini per raccontare il finale di stagione del Napoli passate attraverso una prodezza e un errore. Ma la squadra di Sarri va comunque applaudita perché è riuscita a tenere vivo un campionato senza vincitori anticipati. All'allenatore manca un ultimo gradino: solo allora la missione può dirsi compiuta

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Dieci minuti possono stravolgere la storia di un campionato e segnare la carriera di un calciatore. Kalidou Koulibaly alla moviola della sua memoria avrà già rivisto chi sa quante volte ogni singolo secondo passato dal gol segnato in extremis alla Juventus nella magica notte di Torino all’espulsione decisa dal VAR a Firenze dopo otto minuti di gioco, buona parte spesi per vivisezionare, frammento per frammento, l’intervento disgraziato su Simeone.

Nel romanzo popolare della serie A hanno lo stesso peso, nella vicenda (anche personale) di Koulibaly hanno avuto il potere di offuscare il ricordo della domenica torinese e della settimana di esaltazione che è seguita, vanificando perfino la marcia della passione che aveva portato in Toscana l’avanguardia del pacifico esercito napoletano. Il riassunto dell’ultimo week end è tutto racchiuso nelle immagini notturne girate alla stazione alta velocità di Afragola: niente folla, solo qualche curioso per vedere che faccia avessero i reduci di Firenze.

Erano facce ancora tramortite, come le aveva descritte a caldo Sarri, il primo ad aver capito che il tonfo era stato un crollo nervoso, l’improvviso esaurimento delle forze, “la scheggia impazzita che ha chiuso il proprio ruolo”. L’ultima citazione è letterale e somiglia maledettamente a una dichiarazione di resa anche se manca ancora la certezza aritmetica che l’avventura sia ufficialmente conclusa. Tre partite ancora da giocare e soprattutto Roma-Juventus garantiscono probabilità di ribaltone anche se i margini si sono ridotti al minimo. Ma nessuno o quasi ci crede. E non basta a spiegare il perché neppure la teoria di Allegri sulla indispensabile staffetta che va organizzata tra schemi e individualità. Allo stadio fiorentino il Napoli ha perso anche per merito dei moduli predisposti da Pioli: ha puntato di Simeone per disorientare la difesa napoletana. Il gioco è saltato con il fallo di Koulibaly, poi è mancata la reazione che pure durante questa stagione aveva prodotto esaltanti rimonte. Come quella riuscita proprio alla Juventus sull’Inter, la vera mazzata che sabato sera si è abbattuta sui giocatori di Sarri. E l’allenatore deve essere stato il primo a capire che cambiare il corso del campionato sarebbe stato difficile, se non impossibile. Cambiare Mertens con Milik non sarebbe bastato, a Insigne non si sarebbe potuto chiedere di più. A Koulibaly non deve neppure aver pensato, un suo errore non rientrava tra le ipotesi realizzabili.

Ma non è tardi per dire grazie al Napoli, alla festa di domenica è invitato anche Mazzarri, il primo ad aver riportato la squadra lassù dove non si vedeva da quando c’era lui, il campione che vinceva da solo. Ora al San Paolo si vive una nuova era, che rende tutti più ricchi. Ecco perché Sarri e i suoi titolarissimi meritano gratitudine nazionale, per le occasioni che ha regalato al calcio italiano: una serie A senza feste anticipate è la migliore conferma che in campo s’è visto lo spettacolo. E che ci siamo divertiti, ammirando una formazione organizzata benissimo, ma meno forte della Juventus. Per Sarri un nuovo compito: deve scalare l’ultimo gradino. Solo allora la missione potrà dirsi completamente riuscita.

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