Serie A, le migliori giocate della 6^ giornata

Serie A

Fabrizio Gabrielli

Le carezze al pallone di Cengiz Under prima di piegare le mani a Sportiello, la grande parata di Terracciano che ha negato il gol a Suso e gli altri momenti più brillanti del sesto turno di campionato

GLI HIGHLIGHTS DELLA 6^ GIORNATA

Deve essere una condizione in qualche modo tacitamente imposta e recepita come prerequisito essenziale nel processo di rebranding della Serie A: a ogni turno deve per forza esserci almeno un gol strabiliante. La sesta giornata non ha fatto eccezione, ovviamente, e nonostante si trattasse di un turno interlocutorio - come spesso corrono il rischio di essere i turni infrasettimanali - in termini di equilibrio delle sfide e tasso tecnico potenziale che ci saremmo aspettati di vedere in campo (negli infrasettimanali trovano spesso spazio le seconde linee), abbiamo assistito a un concentrato di gesti tecnici e simbolici di una certa rilevanza: Milik è tornato al gol dopo quattro turni di astinenza, Pįatek ha superato Sheva nella classifica dei gol consecutivi segnati da un esordiente in Serie A, Nuytinck ha timbrato il cartellino esattamente nella maniera che meno ci si aspetterebbe da Nuytinck, cioè in sforbiciata, e Pastore ha dato seguito alla sua personalissima sfida di andare in doppia cifra di gol segnati col tacco, un ottimo spunto per una nuova serie su Netflix. Ma anche a delle scoperte, come quelle di Luca Pellegrini e Kevin Malcuit. Come sempre, però, in questa rubrica cerchiamo di tenerci a distanza dall’estetica dell’universale per concentrarci sul particolare, sul tocco, movimento o sforzo che ci fa salire un sussulto e ci apre uno squarcio di significatività.

Under in stato di grazia

La Roma vista contro il Frosinone è sembrata, rispetto a quella vista in questo scorcio iniziale di stagione, l’ex compagna del liceo abbrutita dal tempo e dalla vita che in una serata particolarmente ispirata torna a brillare come ai vecchi tempi. Tra le molte iridescenze - la discesa sulla fascia tutta atleticità e resistenza fisica dell’esordiente Luca Pellegrini, e un po’ tutta la partita del “Flaco” Pastore giocata come se si muovesse all’interno di una milonga - la più brillante è comunque parsa quella di Cengiz Under. Il turco è oggi, probabilmente, uno dei giocatori della Serie A più talentuoso nel movimento sugli spazi corti, con l’avversario alle calcagna, in pressione. Contro i frusinati si è liberato sistematicamente dall’assedio avversario con colpi per niente banali, come quando a cavallo tra l’undicesimo e il dodicesimo minuto ha triangolato, con Santon prima e con sé stesso poi, utilizzando il tacco.

La carezza con la suola al pallone di Cengiz dopo un centinaio di secondi è però il suo capolavoro di giornata: un pizzico dispettoso e irriverente, un tocco ultrarapido, con la parte inferiore della punta del piede sinistro, che manda fuori giri l’avversario e gli permette di girarsi e involarsi per andare a segnare, tra giocatori del Frosinone che sembravano paletti di uno slalomista in forma smagliante alla riapertura delle piste, il gol che inclina in discesa il piano della serata.

Non puoi dire l’ultima parola se non è Matri

Nel Sassuolo di De Zerbi, che in queste prime sei giornate ha dimostrato di girare a meraviglia, Alessandro Matri non aveva ancora avuto modo di scendere in campo, chiuso nelle gerarchie da Boateng, Babacar e come punta di supporto anche da Boga e Djuricic. Stamattina, invece, il numero dieci neroverde si è svegliato con la sorpresa di essere il calciatore con la miglior media reti della Serie A, uno ogni tre minuti. L’azione che ho scelto è la prima della rapida successione con cui Matri ha ribadito l’appartenenza a quel genere di attaccanti ai quali non devi mai e poi mai concedere un’occasione, neanche se sei nei pressi del novantesimo e devi per forza recuperare uno svantaggio: lanciato in contropiede contro una difesa spallina sbilanciata, che cerca di recuperare come un esercito che deve ricomporsi frettolosamente dopo uno sciogliete le righe improvvido, Matri ondeggia per tutto il tratto che va dalla trequarti al limite dell’area pur mantenendo la fluidità di corsa, fino ad arrivare a una conclusione di mezza punta esterna destra che è un tutt’uno con la corsa stessa, nel senso che non sembra proprio capace di scindersene. Quel tipo di naturalezza nel gesto che apparteneva, per usare un’iperbole, anche a Ronaldinho. O agli avversari di calcetto più temibili.

Nei tre minuti finora giocati in Serie A Matri ha tirato verso la porta avversaria tre volte: uno di questi tiri è anche andato a centro, il gol con cui il Sassuolo ha archiviato la trasferta di Ferrara, ma non è questo il punto. Il punto è che se c’è una cosa che abbiamo imparato a conoscere di Matri è il suo peso specifico da subentrante, con la concreta certezza di avere sempre qualcosa da dire, anche quando il discorso ormai prolisso si avvicina alla fine.

La sempre fervida equazione miracolo + provincia: la parata di Terracciano

Nella partita contro il Milan Terracciano si è visto arrivare ventiquattro tiri verso la sua porta. Questo significa che il Milan ha praticamente scelto di effettuare, contro i toscani, il 25% dei tiri in porta complessivi di tutto il suo campionato finora, e che per Terracciano la serata di ieri è stata l’ennesima serata iperimpegnativa, nella quale oltre la collina della prestazione eroica si sarebbe potuta spalancare la vallata del baratro.

Non si è trattata dell’unica serataccia (Terracciano è sul podio della speciale classifica delle parate insieme a Skorupski e Sorrentino, secondo solo a Sportiello, con 28 parate), ma neppure dell’unica in cui è assurto al ruolo di salvatore della patria. Nella parata all’88’ sul punteggio di 1-1, già di suo sufficiente per elevarla al rango di miracolo, ci sono tutte le caratteristiche di Terracciano: l’esplosività e la reattività con cui risponde allo stimolo di un’intuizione (in un’intervista ha detto che è stata difficilissima perché non aveva neppure visto partire il tiro di Suso), ma anche la maniera in cui con lo scatto del polso allontana il pallone che, accarezzato da Suso, rimbalza a terra un istante prima di incontrare la mano del portiere.

Il senso di Malcuit per gli affondi

In un Napoli molto meno dipendente di quanto non fosse, all’apice del sarrismo, dalle catene laterali, Malcuit è la tentazione che fa riemergere il rischio del ritorno della dipendenza, la riscoperta del gusto per un costume ormai caduto in disuso, abbandonato neppure tanto tuo malgrado. L’esordio del francese è stato praticamente perfetto: ha sbagliato solo sei passaggi su sessanta, recuperato 11 palloni (il migliore tra i ventidue in campo), indovinato tutti i dribbling (4). Malcuit è uno di quegli esterni che amano lanciarsi in proiezioni offensive, che sferragliano sulla fascia abbinando tecnica a potenza: laterali bassi che pur non sfigurando nella fase difensiva danno il loro meglio nelle transizioni offensive. Contro il Parma si è esibito in una delle sequenze che ne hanno decretato l’esplosione a Lille: riceve palla da Allan proprio mentre l’avversario gli sta sbarrando l’accesso, chiudendo le linee di passaggio. Da questo cul-de-sac Malcuit si libera con una leggera oscillazione del torso, una finta che sbilancia il rivale diretto e gli permette di lasciar scivolare il pallone sul destro, di autolanciarsi in uno spazio che inizia a esistere nel momento in cui Malcuit decide di crearlo. Il leggero tocco del difensore gli fa perdere per un attimo l’equilibrio: il fatto di accasciarsi, pur senza cadere, imprime come un nuovo slancio alla sua inerzia, con la quale - performando un grand pont esteticamente molto bello - aggira un secondo avversario. Ormai sul fondo, Malcuit addomestica il pallone avventurandosi all’interno dell’area, da dove serve un pallone invitante a Ruiz, che però non riesce a impattare.

Malcuit è la sigaretta accesa quando pensavi ormai d’aver smesso, di non averne più bisogno, e poi te ne concedi una dopo cena, e chissà quanti altri affondi di Malcuit vedremo, da qui in avanti.

Un bel po’, ma ancora non abbastanza, Dybala

Per la prima volta quest’anno Allegri ha schierato la Juventus con il 3-5-2, abbandonando l’ossessione del tridente. La proprietà commutativa delle addizioni dice che pur cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, però troppo poco spesso ci focalizziamo sullo stato d’animo degli addendi: Dybala, da seconda punta al fianco di Ronaldo, è sembrato molto più a suo agio, in qualche modo rivitalizzato. 

Dybala non sta passando un ottimo periodo: nell’ultima parentesi delle Nazionali, nonostante l’Argentina non avesse convocato Messi, non ha trovato lo spazio che sperava, superato nelle gerarchie di Scaloni nientemeno che dal "Pity" Martinez.

Nel suo gol ci sono molti Sprazzi-Di-Dybala: il tocco involontario di collottola, con cui ammaestra l’ottimo lancio di Bonucci, finisce per apparire aggraziato nella sua pur totale casualità (ma possiamo davvero parlare di casualità?). E la bella volée a incrociare condensa in un solo gesto l’intuizione, la fantasia e l’impressione di non aver perso ancora del tutto la fiducia in sé stesso.

Però non ci toglie del tutto l’appetito: non possiamo certo dire di aver visto ancora quest’anno la sublimazione tecnica a cui ci ha abituati, e soprattutto l’arroganza della supremazia, quella che si concentra nei colpi di suola che non sono pisaditas leggere, come quelle che abbiamo visto inscenare con continuità da de Paul (un altro che potrebbe minargli il posto in Nazionale) con la Lazio poche ore prima, ma più uno schiaffo. Arrogante, appunto.

La precisione chirurgica del colpo di biliardo di Pandev

Bruno Munari, codificando un’intuizione in realtà molto semplice da realizzare, diceva sempre che mentre complicare è facile, semplificare è di contro estremamente difficile. Nell’attacco del Genoa di quest’anno, la semplicità sembra essere un motto aziendale, di quelli che si appendono ai muri dell’ufficio a memento perenne dei dipendenti: dopotutto il capocannoniere in pectore della Serie A, Krzysztof Piatek, fa proprio della semplicità (dei movimenti, dei tocchi di palla, della sequenza mentale quasi automatica controllo-aggiustamento della mira-tiro-gol) la sua marca distintiva.

Viviamo in una società in cui la semplicità, la genuinità, sono valori assoluti arcadici dei quali lamentiamo costantemente la perdita di vista: il gol di Pandev, segnato poco prima di uscire dal campo molto arrabbiato (altra manifestazione di genuinità che generalmente apprezziamo nei calciatori, perché testimonianza di coinvolgimento emotivo), a prima vista è un gol di una semplicità basilare, frutto di una conclusione non eclatante, quasi lenta, apparentemente noiosa.

Invece, per concretizzarlo, Pandev ha dovuto far ricorso all’applicazione concentrata di tutte le regole euclidee: finta quasi accademica a mimare il tiro di prima intenzione di destro, che induce il difensore del Chievo a girarsi di spalle; controllo con il sinistro e poi, con lo stesso piede, un colpo da biliardo che schiva, scivolando sul tappeto dell’area, tre avversari, li sfiora appena, infilandosi in buca d’angolo. Come Nuti in “Io, Chiara e lo Scuro”: tumb, tumb, frrr. Semplice, no?

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