È morto Sandro Mazzola, il grande 'baffo' che il calcio non dimenticherà
il ricordoI paragoni con il padre Valentino, l'amicizia che sapeva di rivalità con Gianni Rivera, simbolo della Milano rossonera, e poi lo sconfinato amore per i colori dell'Inter, celebrati non più di due anni fa per lo scudetto della seconda stella. Mazzola è stato un calciatore, un fuoriclasse, ma non solo. È stato anche arte, passione e tenacia
Vuolsi così colà, dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. Davanti alla volontà dell’Onnipotente, insomma, c’è poco da obiettare. Lo dice Virgilio, nella Divina Commedia, per zittire le proteste di Caronte, contrario a far passare Dante. E lo recitò Sandro Mazzola, alla fine della sua ultima partita, tutt’altro che banale: l’unico derby vestito da Finale di Coppa Italia, giocato il 3 luglio del '77 e perso di fronte all’amico-nemico Gianni Rivera. Nessuno esattamente sa se ce l’avesse col suo allenatore, con l’arbitro o, chissà, forse col dio del tempo che lo aveva consegnato al giorno dell’addio.
Quel che è certo è che Mazzola, di fronte all’ineluttabile, ha lottato sempre, trasformando limiti in occasioni. Lo schianto di Superga gli recise da bambino il legame paterno, lasciandogli tanto talento e qualche dolce ricordo infantile. Il fisico mingherlino gli costò molti paragoni taglienti col padre, ma anche tanta velocità da liberare in campo. La sua tecnica e la sua visione del gol gli imposero balletti tattici infiniti, tanto da mandare in tilt la numerazione di maglia, allora davvero timbro ineluttabile. Ebbe il 9 ma non era un centravanti. E allora meglio l’8, ma non era un centrocampista. In Nazionale Valcareggi gli diede il 7. E per convincerlo lo rassicurò che poi avrebbe spaziato per tutto il fronte d’attacco. Salvo poi apostrofarlo dalla panchina. “Sei il 7, devi stare all’ala destra”. Finì con il 10, nerazzurro, per inevitabile sovrapposizione al simbolo della Milano rossonera.
lutto
Sandro, leggenda con papà Valentino e mamma Inter
In realtà Mazzola fu tutto tranne che un numero: fuoriclasse, ribelle, sindacalista ante litteram e indelebile brano di storia nerazzurra. Segnò all’esordio, contro la Juve di Sivori in una partita surreale. Segnò dopo 13 secondi nel suo primo derby. Segnò nella sua prima Finale di Coppa Campioni di fronte a Di Stefano, il dio del calcio, che lo ipnotizzò nel tunnel di ingresso. A scuoterlo fu Suarez: “Senti, noi si va a giocare la Finale. Tu resti qui a contemplare Alfredo?”. Detto, fatto: doppietta e trionfo. Quattro scudetti, due coppe campioni, due intercontinentali, un Europeo con l’Italia: 566 presenze e 162 gol con la sua Inter. Fu un eroe della prima stella, nel ‘66.
Ma si è mostrato quasi più emozionato per la seconda, vissuta da semplice tifoso: “Sento il cuore che batte forte, quella maglia adesso ha ancora più colore”, disse all’indomani della festa del 2024. Forse per non oscurarne nemmeno una scintilla, forse per l’umiltà di chi mette la passione davanti al proprio ego. Forse per non diventare monumento, ma per continuare a scendere in campo nella memoria di chi non scorderà mai il suo talento… eh, sì… gioca ancora il Grande baffo. In tutti noi. Del resto, Vuolsi così colà, dove si puote ciò che si vuole. E più non dimandare…
