Gilles Villeneuve, il suo mito è sopravvissuto a tutto

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Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

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Gilles Villeneuve, l’Aviatore, il pilota più amato da Enzo Ferrari, la cui stella continua a brillare anche a quarant’anni dalla morte in pista, a Zolder, in Belgio, quel maledetto 8 maggio, giorno tra i più drammatici nella storia della Formula Uno

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Indimenticabile Villeneuve. E il motivo è semplice da spiegare. Perché nessuno, come lui, ha cucito velocità e sentimento, purezza e incoscienza, e perché il suo mito è sopravvissuto a tutto, all’oblio, alle mode, alla revisione dei giudizi. La “febbre” Villeneuve. Che ai tempi contagiò il mondo. Celebrata da “Time” con quella iconica copertina. E che oggi, nel pieno del Rinascimento Ferrari, insiste nel friggere nei motori delle Rosse, come se il carisma dell’Aviatore, il suo guardare “oltre”, anche le leggi della fisica, funzionasse ancora da romantico valore aggiunto.             

TIME

Il piccolo aviatore imparò a volare sulle nevi del Quebec. Dove gli inverni sono lunghi e gelidi. Tutto iniziò sulle motoslitte, che Villeneuve guidava con la stessa gioiosa insensatezza con cui avrebbe poi incendiato la Formula Uno. Su quelle si applicò, studiandole, perfezionandole, smontandole, rimontandole, su quelle cominciò a esibire la sua arte funambolica, la stessa dell’acrobata sul filo. Su quelle diventò campione del mondo. Sulle motoslitte, sulla neve, allenò i riflessi, sviluppò la capacità di vedere oltre, anche nelle condizioni più variabili, zone d’ombra oppure di abbacinante candore. L’apprendistato più efficace per imbavagliare la paura, tenerla al guinzaglio. E per capire come affrontare anche i voli più drammatici, già allora si rialzava indenne da rovinosi capitomboli sul ghiaccio. Madre sarta, padre accordatore di pianoforti. Gilles scelse la tromba, senza mai eccellere, ma a cercarla in rete, dentro una clip sgranata, la sua versione di “Summertime” una certa emozione insiste nel procurarla.

A intrigarlo davvero altre suggestioni paterne, l’istinto gitano, il demone della velocità. Che lo spinse a bruciare le tappe anche fuori dalle piste. Diventò marito a 20 anni, padre a 21. La prima macchina costruita con i pezzi di una vecchia falciatrice. La prima casa un furgone poggiato su blocchi di cemento. Il rifugio al quale tornare dopo le gare in Formula Atlantic in giro per il Canada. Con la moglie Joann, quasi spaesata in quell’ambiente, impegnata a tenere i tempi. E lui a imporsi triturando già tutto delle auto che furiosamente governava, freni, semiassi, cambi, frizioni, la mattanza dentro la quale pulsava la passione per la vita, per quella selvaggia vocazione che lo teneva prigioniero. Eppure era timido Villeneuve. Anche un po’ ingenuo, racconta chi nel profondo lo conosceva. Aveva sguardo gentile e sorrisi morbidi, appena accennati. Viveva la fama, la celebrità, con sincero disinteresse. A volte sul podio appariva quasi assente, distratto. Come se certi protocolli fossero un impiccio, catene delle quali sbarazzarsi alla svelta. L’euforia, per lui, lampeggiava altrove. Aveva anche qualche debolezza che gli spettinava l’umore. Barava sull’età, per esempio. Cercò sempre di condonarsi due anni. E poi l’altezza, non era entusiasta, eufemismo, di quei centosessantotto centimetri. Ed anche la chioma gli dava il suo bel daffare. A Gilles non piaceva l’idea di perdere i capelli. Non appena si liberava del casco si affrettava ad aggiustarsi il ciuffo. Gli infondeva sicurezza, era la sua coperta di Linus. 

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E in pista già agli esordi colpiva per il talento nel gestire, risolvere anche le situazioni più complesse. Spiegava: "Alcuni piloti tendono a frenare quando sbandano e vanno in testacoda. Io no. Io continuo a guidare". La definiva “la volontà di sopravvivere”. Quella speciale attitudine a trovare sempre una via d’uscita, a mantenere lucidamente il controllo, di sé, delle variabili esterne, dell’auto impazzita. Salvo poi tamburellarsi il cuore, a manovra ultimata, a pericolo scampato, per sincerarsi della normale ripresa della frequenza cardiaca. E poi, a volte, andava al cinema a caccia d’ispirazione. Come se il repertorio di spericolatezze sollecitasse continui aggiornamenti. Pare che la ripetuta visione di “Convoy-Trincea d’asfalto” (1978), film cult di Sam Peckinpah, avesse prodotto in Gilles una sorta di immedesimazione nel protagonista, Rubber Duck, in costante, conflittuale rapporto coi limiti di velocità.

Sembra che quelle infuocate sfide sul grande schermo fossero carburante prezioso per la sua fantasia sempre all’erta. Quella che poi lo obbligava a riprodurre tutto in pista o su qualunque altro tracciato. Vasta l’aneddotica sui suoi transiti in autostrada. Pare che da ferrarista impiegasse due ore scarse per coprire il percorso ufficio/casa, Maranello/Montecarlo. Con gli addetti al casello alla frontiera ad avvisare la polizia stradale ad ogni suo passaggio. L’urgenza era quella di fermare il traffico, fare in modo che le evoluzioni dell’aviatore non incontrassero pericolosi ingombri.

Gilles Villeneuve, figura tellurica, l’esteta della guida al limite. E non solo sulle auto, visto che ai comandi del suo elicottero, sospeso per aria, godeva a spegnere il motore, per poi riavviarlo in caduta. Per la disperazione di chi lo affiancava. Con tante cose in comune con chi, prima di lui, aveva fatto della velocità un vizio, una condanna. E su quella aveva edificato la sua leggenda. Affinità che di certo non potevano sfuggire a Enzo Ferrari, che quando gli presentarono quel piccolo canadese tutto nervi riconobbe in lui il nuovo Nuvolari. Beh, il grande Vecchio stravedeva per i cavalieri del rischio, per quei piloti in bilico tra gloria e disastro, abituati a disegnare traiettorie più sulle nuvole che sull’asfalto. Aviatori, appunto. Nessun pilota, come Gilles Villeneuve, è stato tanto amato, idolatrato, rimpianto, vincendo così poco. Anzi, pochissimo, riflettendo sull’enormità del suo potenziale. Eppure nel decalogo anti-noia del canadese solo comandamenti semplici. Il primo, fondamentale, salire in macchina e non rallentare mai. Era la sua missione, il suo modo di sfidare, di sfidarsi. Ed era quello che piaceva alla gente, seduceva i rivali, anche chi lo considerava pericoloso: ”E’ morto come aveva vissuto – fu il commento di molti – dando tutto in un inutile sorpasso”. C’era qualcosa di non riproducibile nel suo modo di stare al mondo. Qualcosa che emanava fascino irresistibile. Lo sporgersi oltre il limite. La ricerca dell’apoteosi. Il disprezzo per le mezze misure. Il fiuto selvaggio nell’individuare il precipizio più estremo sul quale esibirsi. E dal quale cadere, a soli 32 anni. 

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“Quando Villeneuve ci lasciò – la confessione di René Arnoux – ho subito pensato “ora siamo tutti uguali, solo un gruppo di ottimi piloti”. Ed è bello immaginare che nel frattempo lo spirito dell’Aviatore abbia deciso di tornare a casa, a Maranello, dove tutto parla ancora di lui. Anche lo stile, la potenza di Charles Leclerc. Senza Enzo Ferrari, è stato scritto, non sarebbe esistito il fenomeno Villeneuve. Sarebbe esistito lui, non il suo mito. Sarebbe morto allo stesso modo, ma chissà in quanti l’avrebbero pianto. Forse è vero, forse non lo è. Di certo c’è che Ferrari e Villeneuve, volando assieme, hanno profondamente goduto. Hanno vampirizzato il loro tempo breve. In curva, in testacoda, fuoripista. Si sono riconosciuti, capiti, divertiti. Senza dirselo, specchi l’uno dell’altro. L’Aviatore e il Drake. In fondo, insieme, non hanno fatto altro che sognare. Il mondo come un immenso autodromo. Perché la vita è correre, il resto solo attesa. La ragione della loro sotterranea, romanzesca complicità. “Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi – disse Enzo Ferrari -: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene”. 

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Quarant’anni fa a Zolder l’incidente mortale di Gilles Villeneuve. Giorgio Porrà rievoca il mito del “canadese volante” nel nuovo speciale de l’Uomo della Domenica, in onda sui canali Sky Sport, in streaming su NOW e disponibile on demand.

Domenica 8 maggio

Sky Sport Uno alle 14.30 e 17.30

Sky Sport Calcio alle 15.30 e 00.30

Sky Sport Action alle 20.00

Sky Sport F1 alle 13.15, 18.30 e 01.45