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NBA, "Hoodies Up": un podcast analizza l'impatto della foto scattata dagli Heat per Trayvon Martin

NBA

A cinque anni di distanza dal tweet di LeBron James e dalla foto “incappucciata” dei suoi Miami Heat, quell'immagine fa ancora discutere: un podcast di ESPN ne analizza l’impatto nell’America divisa dalle questioni razziali

Sono trascorsi 5 anni e mezzo dalla sera di fine febbraio 2012 quando George Zimmermann, un vigilante volontario di Samford, in Florida, spara e uccide un ragazzo afroamericano di 17 anni, Trayvon Martin, sulla base soltanto di un sospetto e (forse) di un odioso pregiudizio razziale. Quella morte – prima ancora di quelle di Michael Brown a Ferguson o di Eric Garner a New York e poi ancora di tanti altri ragazzi – è da molti considerata la scintilla che porta alla creazione del movimento Black Lives Matter, che si batte per mettere fine ai pregiudizi e alla diseguaglianza razziale ancora imperante negli Stati Uniti anche nel 2017. Prima del famoso hashtag #BlackLivesMatter – fondamentale per raccogliere e diffondere la protesta attraverso i social – ce n’è stato un altro, oggi forse un po’ dimenticato: #WeAreTrayvonMartin, l’hashtag posto in calce a una foto passata alla storia pubblicata sull’account Twitter di LeBron James, poi ripreso da Dwyane Wade e da diversi suoi compagni degli allora Miami Heat. Oggi, a cinque anni e mezzo di distanza, ESPN torna su quel delicato momento della recente storia USA dedicando un podcast della serie “30for30” alla tragica morte di Trayvon Martin e alla ferma presa di posizione degli Heat. Il titolo, “Hoodies Up” (col cappuccio alzato), vuole ricordare proprio l’iconica immagine scattata con la squadra al completo in una sala dell’albergo che li ospitava durante una delle tante trasferte della loro stagione, a Detroit. Molti dei retroscena che vengono a galla nella mezz’ora di podcast sono davvero interessanti e forniscono un quadro più completo sull’intera faccenda. 

“He has a name…”

Tutto ha inizio nel 2009, con l’uccisione fuori da un liceo di Chicago di un ragazzino di 16 anni, Derrion Albert. Michael Skolnik è un attivista che collabora anche con Russell Simmons, l’uomo conosciuto per aver fondato l’etichetta hip hop Def Jam e che negli anni diventato un imprenditore capace di ammassare un impero valutato 340 milioni di dollari. Tra le sue attività anche il sito Global Grind, che si definisce “un sito hip pop”, pronto a raccontare il lato hip della cultura pop. Skolnik pensa che ogni volta che viene ucciso un ragazzo di colore è solo “un altro ragazzo di colore”. Così pubblica su Global Grind un primo pezzo, che titola: “He has a name: Derrion Albert” e lui e Simmons decidono di creare un’intera sezione del sito da popolare con pezzi che, per ogni vittima, ricordino fin dal titolo il loro nome, la loro identità singola. La sezione, purtroppo, si riempie in fretta di articoli ma a febbraio del 2012 Skolnik rimane colpito in maniera particolare dalla notizia dell’uccisione senza senso di Trayvon Martin.  “All’inizio era solo l’articolo n°922, o 874, non ricordo… He has a name: Trayvon Martin – racconta Skolnik – ma la sua storia anche a distanza di settimane non mi usciva dalla testa”. Al punto che, insieme a Russell, decide di fare qualcosa: coinvolgere il maggior numero di personalità pubbliche possibili per dare risalto all’ennesimo omicidio senza senso, e non permettere il suo oblio pubblico. Uno dei primi nomi coinvolti è quello di Gabrielle Union, l’attrice che – vivendo in Florida – era già al corrente del fatto e si era anche già espressa al proposito usando i suoi canali social, denunciando la tragedia. Ma Gabrielle Union al tempo è anche la fidanzata (ora moglie) di Dwyane Wade.

Da Gabrielle Union a Dwyane Wade a LeBron James

“Se coinvolgo Dwyane la nostra voce diventa molto più potente”, pensa la Union. E così accade. Perché Wade ne parla in spogliatoio, a LeBron James, a Chris Bosh, a Udonis Haslem e poi a tutta la squadra. L’idea della foto con tutti i giocatori degli Heat ritratti  con i cappucci della felpa alzati sulla testa china e le mani in tasca (Martin aveva un hoodie col cappuccio alzato, al momento della sua morte, dettaglio “che lo rendeva sospetto”, secondo le parole di Zimmermann) diventa in fretta realtà. “L’abbiamo scattata in una sala dell’albergo dopo lo shootaround fatto al Palace di Auburn Hills, il giorno della gara contro i Pistons”, racconta LeBron James. Che nel podcast ha parole davvero toccanti, sull’impatto che la storia di Trayvon Martin ha avuto su di lui e sulla sua famiglia: “Ho dei figli, li saluto ogni mattina quando esco di casa e gli do appuntamento per la sera. ‘Ci vediamo più tardi’. Non penso mai che potrebbe non succedere. A Trayvon è successo: è uscito di casa e non è più tornato”. La foto dei Miami Heat con l’hashtag #WeAreTrayvonMartin diventa subito virale, per qualcuno (Wesley Morris, al tempo penna di Grantland) assume un’importanza simile alla famosa immagine di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico di Città del Messico, con il pugno guantato di nero e alzato al cielo. “Una foto di protesta”, dice, ed è d’accordo anche LeBron James, che chiude il bellissimo podcast di ESPN con delle parole toccanti: “Se quella foto e quel singolo momento hanno giocato un ruolo nel ridare slancio a noi atleti per far sentire la nostro voce su argomenti importanti, beh, allora possiamo dire di aver fatto il nostro lavoro”. 

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